[01/06/2009] Recensioni

La recensione. Rovina di Simona Vinci

Secondo il rapporto Ecomafia 2007, nel solo anno 2006 sono state 7038 le infrazioni accertate relative al ciclo illegale del cemento. Le persone denunciate sono state 8943, 6 gli arresti, 1888 i sequestri effettuati per infrazioni inerenti all’abusivismo edilizio e alle attività estrattive illegali. Dati del centro studi Cresme indicano che, di tutti gli immobili costruiti nell’anno 2006 (circa 330000), il 9% (oltre 30000) erano abusivi.

Questi i dati riguardo a ciò che avviene al territorio, una lettura che potremmo definire “a volo di uccello”, cioè presa dall’alto. Ma per capire cosa avviene alla gente che questo territorio lo abita, occorre effettuare un “volo radente”, in modo da poter osservare i visi e gli occhi delle persone davanti allo scempio che l’abusivismo edilizio e lo sprawl urbano legalizzato fanno del “loro” territorio.

Un compito, questo del “volo radente”, non facile per la comunicazione ambientale, che per sua natura tende necessariamente a fornire visioni d’insieme finalizzate alla comprensione della complessità dei fenomeni, trascurando in parte le vicende dei singoli. E non va tralasciata la considerazione che, nella ricerca di una impostazione scientifica e oggettivizzante dell’analisi ambientale, spesso a passare in secondo piano è proprio l’ambito emozionale delle vicende: il fatto è che, come sappiamo, “l’ambiente non è solo emozione”, anzi un eccesso di approccio emotivo (e quindi, in ultima analisi, tendente alla soggettività e non all’analisi oggettiva, scientifica) è proprio quello che viene additato come uno dei principali difetti della comunicazione ambientale “tradizionale”.

Ciò non toglie che, come anche osserva Claudia Bettiol nel suo “Cuore e ambiente”, un eccesso di a-emotività della comunicazione può impedire l’avvicinamento del lettore (specie se novizio e “non addetto ai lavori”) alla comprensione intima dei fenomeni spiegati. Il rischio, nell’attuale fase di evoluzione della comunicazione ambientale, è di guadagnare in oggettività (cioè in valore scientifico dei contenuti, e quindi in ultima analisi di potenziale incisività di essi sui processi decisionali), ma contemporaneamente di perdere la capacità di accattivare il lettore, di attivarlo emotivamente oltre che razionalmente: ciò a sua volta ha insito il rischio di tagliare le gambe a quell’indignazione e a quello spirito di rivolta verso lo scempio del territorio che, anche se talvolta assumono il sapore amarognolo della sindrome Nimby, sono comunque ancora colonne portanti delle mobilitazioni, delle istanze e delle tematiche correlate al perseguimento della sostenibilità.

Comunicare cosa avviene, in maniera oggettiva, ma farlo in modo che il lettore possa emozionarsi, in modo cioè che ad un’informazione si accompagni un’emozione: questa è l’impostazione della collana Verdenero, che attraverso la narrativa noir racconta la «straziante ambiguità morale» del paese in cui viviamo. Il carattere di novità è dato dal fatto che le storie sono vere, o perlomeno realistiche, poichè i fatti narrati altro non sono che il romanzamento di vicende che Legambiente ogni anno dal 1994 descrive nel suo “Rapporto ecomafia”.

Nel libro che presentiamo oggi, “Rovina” di Simona Vinci, si compie proprio quel “volo radente” di cui dicevamo in apertura: sono cioè raccolte con estremo realismo le narrazioni di alcuni personaggi che tipicamente vivono ciò che avviene ad un territorio sottoposto alla duplice stretta dell’abusivismo edilizio da una parte e del consumo di suolo legale, ma condotto a ritmi insostenibili, dall’altra. La storia, che si svolge sulla via Emilia, racconta infatti le vicende che avvengono sotto l’ombra crescente proiettata da un complesso (il “Villaggio la nuova Aurora”) in via di edificazione: un residence costruito tramite un accordo di programma truffaldino che ha trasformato illecitamente un terreno agricolo in area edificabile, che è costruito con materiali ottenuti da cave non autorizzate, il cui cemento viene poi “allungato” con polveri tossiche. Un residence costruito da maestranze irregolari, senza nessun rispetto delle norme e delle protezioni anti-infortunistiche, dove ogni assicurazione è fittizia e ogni incidente è tenuto nascosto, dove il lavoratore vive sotto il costante ricatto del licenziamento, perchè, come racconta Carmine D, operaio edile, «me l’hanno detto subito, patti chiari amicizia lunga, se ti fai male, poche storie e via». E non è finita qui: la zona dove sorgerà il residence è destinata ad ospitare la costruzione di una nuova stazione dell’alta velocità (la “Mediopadana”, tra Bologna e Milano), e questa informazione non è conosciuta da nessuno in loco, ma è ben nota (guarda caso) a Giuseppe S, elegante e azzimato imprenditore mafioso dell’edilizia.

Una normale, squallida vicenda di insostenibilità sia sociale sia ambientale, quindi. Una vicenda che si inserisce sia nel dibattito sull’abusivismo edilizio (pratica che, secondo uno studio Anci 1994, coinvolge nel 75% dei casi le regioni Sicilia, Calabria, Puglia e Campania, ma che è ben radicata anche nel centro-nord Italia, pur esplicandosi spesso con modalità diverse, più in direzione dell’aumento illegale di cubatura e meno nella costruzione di nuova edificazione), sia in quello relativo alla crescita legale, ma smodata, del consumo di suolo.

E l’analisi ispirata dal testo (particolarmente avvincente e, in certe parti, decisamente toccante per la malinconica intensità dei sentimenti umani narrati) della Vinci, a questo proposito, va scissa in due parti: da un lato abbiamo una normale gestione urbanistica, che in buona fede autorizza una crescita del consumo di suolo per ottenere risorse economiche da investire per il bene pubblico. Su questo ambito è necessario fare pressione per giungere ad una riduzione e (in prospettiva, guardando a cosa avviene in altri paesi europei, come la Germania o la Danimarca) ad un vero e proprio stop al consumo di suolo, ma operando nel campo del dibattito politico, della sensibilizzazione dei decisori che passa in primo luogo attraverso la definizione di indicatori oggettivi del consumo di territorio, indicatori che come sappiamo sono attualmente sperimentali e ancora non adottati in varie regioni, come la Lombardia. A questo proposito, appare interessante ribadire come, in assenza di un registro oggettivo dei dati, si sprecano le diverse interpretazioni sui numeri: dai «quasi 250.000 ha/anno» consumati secondo il “Manifesto del consumo di suolo” si passa ai 100.000 ha/anno citati da Milena Gabanelli nella puntata di Report di domenica 1 giugno, giù giù fino agli 82.000 ettari in dieci anni (quindi, circa 8200 ha/anno) stimati, con una metodologia esplicitamente sperimentale, dall’ultimo rapporto Irpet sul territorio.

Numeri così diversi (sia pure nell’ovvia constatazione che su questa diversità influiscono anche differenti metodologie di analisi) indicano la necessità impellente di giungere ad un dato condiviso che, in conseguenza della sua stessa esistenza, conduca a dei limiti normativi, e quindi oggettivi pure nelle molteplici applicazioni locali, alla gestione del consumo di territorio.

Ma in “Rovina” è presente un altro aspetto della pianificazione urbanistica, decisamente non caratterizzato dalla buona fede come nell’altro caso. Ed è la collusione tra imprese e uffici urbanistici che porta alla realizzazione di «piani urbanistici compiacenti» nei confronti delle imprese stesse: «una cosa che c’entrava con il piano territoriale, con delle modifiche che non erano state approvate per anni e chissà come, da un giorno all’altro, invece le carte erano state firmate», racconta l’impiegata comunale Marilena Z, su cui torneremo tra poco.

E, riguardo a questi piani compiacenti, occorre ancora scindere l’analisi in due parti: da un lato abbiamo la vigliaccheria e il servilismo di alcuni amministratori, incapaci di dire no alle pressioni delle grandi imprese legali. Dall’altro lato, invece, abbiamo la disonestà di amministratori corrotti, che volutamente approvano scelte decise insieme ad imprese illegali. Entrambi i casi, sia pure ben diversi sotto il profilo della responsabilità giuridica (ma non di quella morale), conducono comunque allo stesso effetto: una crescita non pianificata, non gestita, non governata del consumo di suolo, con tutte le conseguenze associate, legate all’insostenibilità ambientale, a quella sociale, a quella economica che derivano da esso, a cui si somma l’insostenibile peso che il paesaggio e le popolazioni sopportano a causa del radicamento dell’abusivismo edilizio nel “Bel”-paese.

E, in chiusura, è giusto avanzare un’ultima considerazione: i vari personaggi narrati nel libro sono tutti in qualche modo coinvolti in prima persona nella vicenda relativa al residence “Nuova aurora”: tra le altre (compresa quella dell’autrice stessa) leggiamo infatti le vicende di Candida, donna-boss e titolare occulta dell’impresa edilizia, uccisa in un paesino della Bassa Padana in una mattina di maggio, di Mario (imprenditore edile che viene assoldato inconsapevolmente come prestanome), di Sara (proprietaria, insieme al padre, dei terreni, e indotta con l’inganno a venderli proprio da Mario, che simula un sentimento per lei), dei già citati Carmine (operaio edile) e Marilena, impiegata comunale che insieme al marito Fabio comprerà quella che credono essere la casa della loro vita dando una cospicua caparra. Ciò che colpisce è che, in qualche modo, tutti i personaggi della vicenda sono contemporaneamente sia vittime sia carnefici di quanto avviene al proprio territorio: Candida viene uccisa da sicari di un altro clan interessati all’affare. Carmine si procura una grave ferita sul lavoro, ma come abbiamo visto preferisce fare come se niente fosse accaduto. Sara, indotta come detto con l’inganno a vendere i terreni, vedrà il suicidio del padre, convinto da essa a vendere la sua quota ma poi incapace di osservare, sui terreni prima agricoli e di sua proprietà, lo scempio edilizio che segue all’abuso. Marilena, che lavora al comune, non ha il coraggio di confessarlo al compagno, ma lei stessa ha timbrato (senza capire cosa significassero) i fogli che sancivano il mutamento d’uso del terreno. E Mario, dopo aver agito nel modo più indegno, si ritrova con un pugno di mosche in mano perchè al cantiere vengono posti i sigilli.

E questo sequestro giudiziario, che sembra un “lieto fine” per il trionfo della legalità, in realtà si tramuta in un inferno per i personaggi del libro: Candida perde la vita, Mario e Carmine il lavoro, Sara la sua serenità e la vita di suo padre, Marilena e Fabio la casa che avevano scelto, oltre ad una caparra di decine di migliaia di euro. E il territorio? Ci perde anch’esso, perchè come sempre avviene lo scheletro del residence “Nuova aurora” resterà lì per anni e anni (con la sua bruttura e le sostanze tossiche aggiunte al suo cemento) prima che qualcuno si prenda la briga politica di demolirlo, o peggio ancora prima del successivo condono edilizio.

Una potente descrizione di quello che in realtà è l’abusivismo edilizio: certo, un vergognoso e insostenibile attentato alla vita democratica, principale nemesi di quella pianificazione urbanistica che, se condotta con stringenti criteri di sostenibilità, è l’unico argine che si possa opporre ad uno sviluppo urbanistico sregolato ed a una crescita insostenibile del consumo di suolo. Ma, anche, ciò che avviene all’ombra dell’abusivismo e della crescita urbanistica legale ma insostenibile è in realtà niente altro che una “guerra tra poveri”, uno scontro tra individui che sono caratterizzati da un diverso grado di spregiudicatezza e di onestà, ma che sono accomunati da una condizione di debolezza davanti al fluire ingordo e spesso illegale dei capitali e dei poteri investiti nell’edilizia. Persone che, come spesso si dice per giustificare comportamenti scorretti, “tengono famiglia” e che di conseguenza sono portate a puntare in primis alla tutela del proprio bene particolare, a scapito di quello comune.

Un modus vivendi che è sicuramente da censurare, ma che ancora di più sottolinea l’importanza di una evoluzione, nella pianificazione e nella gestione urbanistica, verso politiche che forniscano un argine insuperabile di legalità a quel fiume impetuoso e talvolta selvaggio che racchiude i comportamenti dei singoli. E queste politiche devono passare sicuramente attraverso un recupero di moralità (contro l’abusivismo, contro la compiacenza in cattiva fede dei piani urbanistici verso le imprese) e di coraggio (contro la componente “in buona fede” della stessa compiacenza) da parte degli amministratori, ma ancora più devono passare attraverso una contabilizzazione oggettiva del consumo di suolo, una contabilizzazione il cui approccio scientifico e condiviso conduca anche a norme che sanciscano non solo come – e questo già avviene con i piani urbanistici - ma anche quanto suolo possa essere consumato, e con che ritmo. L’evoluzione auspicata, che poi a sua volta contribuisce anche alla difesa della legalità e della sostenibilità economica e sociale, è definire, anche riguardo all’urbanizzazione, quale consumo e quale tasso di consumo siano da definirsi come “sostenibili”, e quale sia invece la soglia al di sopra della quale si ha l’insostenibilità.

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