[29/05/2009] Comunicati

Tragedia di Saras: l’imputato vero è l’organizzazione del lavoro

FIRENZE. Scrive Giuseppe Porcu su la Repubblica: «Fretta, nessun segnale di divieto e cinque minuti di vuoto nella catena di comando». Sta tutta qui l’agghiacciante cronaca della morte di Gigi Solinas, Bruno Muntoni e Daniele Melis nell’impianto Saras di Cagliari.

E’ un’altra tragedia la cui pena è aggravata dall’estremo tentativo di aiuto, dalla solidarietà sul lavoro senza badare ai rischi della propria vita di chi tenta disperatamente di portare soccorso, il primo si sente male, gli altri muoiono per tentare di salvarlo. Ci richiama di colpo a Molfetta (2008), Marghera (2007), Verona (2007), Monopoli (2006), per restare agli anni recenti. Ma la memoria ci riporta a quel terribile 13 marzo del 1987 quando nei cantieri navali del Porto di Ravenna 13 operai morirono asfissiati nella nave gasiera "Elisabetta Montanari", di proprietà Mecnavi. Si era allora in piena fase di avvio del neoliberismo rampante e di destrutturazione del lavoro. 22 anni sono passati e questa è la tremenda traccia di questo tipo di incidenti.

Invece, anche solo avvicinarsi ad un serbatoio o una cisterna, dovrebbe avvenire con una adeguata informazione e formazione perché lì è in agguato la morte, ma non si fa. Le tecnologie ci sono: dalla maschera adatta, funzionante e a portata di mano, segnalazioni luminose e lampeggianti, segnali sonori e dispositivi di blocco dei portelli nel caso di presenza di residui non previsti all’interno o di operatore senza maschera. Ma manca la cultura e la consapevolezza. Eppure questo governo allenta la presa e riduce le misure; segnali che invitano chi dovrebbe essere responsabile a preoccuparsi di meno.

Con il risultato, anche, di aggravare la mancanza di consapevolezza che le norme e i controlli, come le tecnologie, da soli non sono sufficienti a interrompere la catena delle morti sul lavoro, che l’imputato vero è l’organizzazione del lavoro, la sua parcellizzazione ed estraniazione che produce perdita di capacità e professionalità, precarizzazione del lavoro. Decentra fasi molto pericolose del ciclo produttivo a ditte in appalto.

Il 4 marzo del 2008 nella gravissima circostanza dei morti di Torino scrivevamo che essa era il frutto di un’idea della competitività spinta senza guardare allo stato degli impianti e della sicurezza, di una corsa al ribasso sul costo e sulle condizioni del lavoro e che ciò cambiava “radicalmente la struttura della forza lavoro e la rende più debole e impreparata alla tutela delle proprie condizioni. Rimosso il vincolo della contrattazione collettiva le retribuzioni della forza lavoro sono scese rapidamente a livello di povertà; ciò ha costretto a lavorare più a lungo e in condizioni più gravose. Niente è cambiato, nemmeno nella politica annuncio e spettacolo che ci circonda.

La crisi che ci sovrasta sta riproducendo condizioni di ingiustizia sociale del passato, dalla enorme divaricazione della forbice dei redditi tra società più ricche e società più povere e al loro interno, il riemergere del pauperismo che investe anche chi lavora, l’emergere di nuovi crimini, prostituzione e ruffiani.

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