[25/05/2009] Recensioni

La recensione. Uso della risorsa idrica nella Provincia di Firenze di Cecilia Caretti

Diciamo subito che il titolo di questo volume potrebbe ingannare e far desistere chi non è interessato al governo della risorsa idrica nel territorio fiorentino, dall’intraprendere questa lettura. Solo la parte finale del libro, poco più di 60 pagine delle oltre 300 di cui è costituito, è dedicata espressamente alla Provincia di Firenze (fa parte tra l’altro della collana AdArnum - Quaderni della Direzione generale sviluppo e territorio dello stesso ente) e vi sono riportate tabelle con dati interessanti sul quadro generale e specifico della risorsa idrica in questo territorio: captazioni suddivise per tipologia, fabbisogni idrici dei vari settori di utilizzo, l’individuazione di tutto il sistema impiantistico presente in provincia, e molto altro, il tutto suddiviso per comune.

Ma il libro di Cecilia Caretti, dottore di ricerca in Ingegneria civile ed ambientale è molto di più: fornisce un quadro complessivo sulla risorsa idrica incentrando la sua analisi sugli aspetti quantitativi e fornendo indicazioni di merito su come evitare o almeno mitigare la carenza idrica, ritenuta da molti la criticità più importante con cui dovremo confrontarci nei prossimi anni.

L’autrice, che lavora presso il dipartimento di Ingegneria civile dell’Università di Firenze occupandosi di trattamenti di disinfezione delle acque, di riuso delle acque reflue e risparmio idrico, pone la conoscenza alla base di qualsiasi processo di pianificazione. In una piramide immaginaria «il primo fondamentale stadio è rappresentato dall’allocazione ottimale delle risorse primarie; esso infatti è il primo passo verso una corretta gestione delle risorse idriche al fine di evitare inutili investimenti e costi per l’attingimento della risorsa idrica».

Come spiega l’autrice per allocazione ottimale della risorsa idrica si intende l’insieme di tutti quei processi che riguardano la distribuzione nel territorio di interesse: studio, progettazione e realizzazione di linee di trasporto della risorsa primaria a zone con scarso approvvigionamento per ottimizzare la distribuzione sul territorio.

Solo dopo aver acquisito questi elementi di conoscenza si può passare al livello successivo rappresentato dal programma di risparmio idrico, cioè dell’attuazione del complesso di tecniche con il quale si intende fornire lo stesso servizio utilizzando meno acqua.

Il risparmio idrico è legato a tecniche e quindi al concetto di efficienza (che deve essere incrementata), ed è cosa diversa dalle pratiche di controllo dei consumi. Questo livello a nostro avviso sta ancora a monte dato che è possibile “fare con meno”: non importa consumare 220 l/ab/g, con 120-150 l/ab.g si vive benissimo non rinunciando a nessuno degli agi a cui la vita moderna o post moderna ci ha abituato. Come spiega Caretti prima di affrontare il dettaglio di ciò che si può fare nei singoli settori di utilizzo (domestico, agricolo, industriale) per risparmiare acqua ed energia (i due aspetti sono strettamente correlati), è necessario fare i bilanci per ogni settore e coinvolgere cittadini, categorie economiche, singoli addetti in programmi di informazione/formazione, altrimenti anche buone pianificazioni rischiano di dare frutti modesti se non condivise lungo la filiera.

Il processo di risparmio idrico, che nel volume viene spiegato in dettaglio nei singoli step, non ha, almeno in Italia, un supporto normativo di indirizzo. Lo stesso d.lgs.152/2006 pur citando più volte l’importanza della pratica di risparmio idrico in base ai dettami della Direttiva acque 2000/60, non fornisce linee guida per la predisposizione di un piano di risparmio idrico. Qualche riferimento in tal senso è disponibile in alcune normative regionali, ma il vero punto di riferimento a livello internazionale è costituito dalle linee guida statunitensi del Epa “Water conservation plan guidelines”, (1998).

Il documento è diviso in 5 parti: due che possiamo definire introduttive mentre le altre tre riguardano proprio le linee di risparmio idrico a livello base, intermedio ed avanzato. Questi livelli corrispondono rispettivamente a sistemi idrici che servono popolazioni inferiori a 10.000 abitanti, tra 10.000 e 100.000 e oltre 100.000 abitanti. Anche in Inghilterra il Dipartimento dell’ambiente insieme a quello dell’industria e del commercio ha predisposto un modello di linee guida simile ma non così approfondito come quello statunitense.

Come già accennato l’autrice mette sotto la lente d’ingrandimento quelle che potrebbero essere azioni volte al risparmio idrico in tutti i settori, dai semplici accorgimenti che ognuno di noi può mettere in pratica nel vivere quotidiano, alla riduzione delle perdite di rete (affrontate con un particolare approfondimento), ai processi da applicare nelle linee produttive in campo industriale. A tal proposito si ricorda che solo il 5% dell’acqua prelevata dall’industria fa parte del prodotto finale mente il restante 95% serve nei processi produttivi con diverse funzioni. Rimanendo in campo industriale l’autrice conferma il limite del settore che rende difficili le pianificazioni di risparmio: non esistono dati esaurienti per ciò che attiene i consumi industriali.

I motivi sono diversi: l’approvvigionamento non sempre avviene tramite acquedotto industriale; spesso si ricorre a pozzi privati difficilmente controllabili (anche se per legge si dovrebbero dichiarare i volumi emunti); vi sono differenze di consumi di acqua tra aziende con diversi tipi di lavorazione e stesso prodotto finale; i consumi idrici sono legati alla qualità del prodotto finito… Essendo quindi molte le variabili si ricorre spesso a stime per valutare i consumi in questo settore.

Per quanto riguarda i risparmi in campo domestico e commerciale, l’autrice si sofferma sul settore turistico, in realtà un’attività produttiva a se stante. «Considerati i consumi imputabili alle sole attività di pernottamento e ristorazione svolte nelle strutture ricettive risulta che i consumi idrici legati all’attività alberghiera (stimati in 560 litri/presenza) sono circa doppi rispetto a quelli del settore domestico (stimati in 250 l/abitante).
Applicando una politica di risparmio idrico nel settore alberghiero si può ipotizzare un risparmio pari a circa 12 milioni di m3/anno di risorsa di elevata qualità».

Caretti nell’introduzione riporta dati relativi agli usi idrici nei vari settori riferiti all’Europa e all’Italia. Nel nostro Paese secondo dati Irsa-Cnr la ripartizione in termini percentuali vede al primo posto con il 49% l’uso agricolo a fini irrigui, poi il settore industriale 21%, seguito da quello civile 19% e infine quello energetico 11%. A fronte di questi dati l’autrice approfondendo anche la peculiarità toscana in cui agricoltura e zootecnia hanno un fabbisogno idrico intorno al 20% (sensibilmente inferiore rispetto al dato nazionale), si sofferma con estremo dettaglio sulle politiche di risparmio nel settore e sull’analisi di tutti i sistemi di irrigazione valutandone l’efficienza. Tornando all’immaginaria piramide di pianificazione delle risorse idriche, al terzo stadio è inserito il riuso dell’acqua da quelle che sono definite “fonti non convenzionali”: le acque reflue (urbane, meteoriche di dilavamento, industriali, agricole) e alcune risorse idriche naturali (acque di mare, salmastre, acque di pioggia).

Per valutare la sostenibilità tecnica ed economica del riuso delle acque è necessario conoscere qualitativamente e quantitativamente le potenziali acque da inserire in questo ciclo. Purtroppo però il riuso stenta ad affermarsi almeno in Italia per normativa non adeguata, per i costi elevati considerati gli standard di qualità richiesti. Nell’analisi costi/benefici andrebbero però sempre considerati i costi ambientali dato che «un riuso corretto della risorsa può rappresentare non solo un risparmio in termini quantitativi (volume di acqua moltiplicato per il numero di volte che viene riutilizzato) ma anche un sistema di risparmio delle sostanze contenute nelle acque e di mancata immissione nell’ambiente di sostanza non desiderate». Il vertice della famosa piramide è rappresentato dal riciclo.

«La differenza tra riuso e riciclo- spiega l’autrice- risiede nel fatto che quest’ultimo consiste nel riutilizzare l’acqua all’interno dello stesso ciclo produttivo che l’ha prodotta». Nel volume, settore per settore anche attraverso esempi specifici, vengono analizzati i pro (numerosi) e i contro nell’applicazione della pratica del riciclo compresa un’attenta analisi normativa. In linea generale «uno dei principali problemi associati a tale pratica è legato al fatto che tutte le sostanze conservative, che non vengono dunque abbattute dagli appositi impianti di trattamento, si accumulano nel ciclo chiuso del riciclo».

Caretti in modo tecnico e senza adottare tesi precostituite, illustra come sia indispensabile indirizzarsi in modo convinto verso una pianificazione del risparmio idrico, considerati anche i dati che riguardano i cambiamenti climatici che rappresentano un’aggravante nel quadro generale della disponibilità di risorsa specialmente nei Paesi del Mediterraneo. «Lo Standardized precipitation index (Spi), uno degli indici più usati dai centri internazionali per quantificare i regimi di siccità, applicato alle precipitazioni che si sono susseguite negli ultimi 25 anni in Sicilia, Sardegna, Puglia ed Alpi centrali, mostra una tendenza verso valori più negativi a testimonianza di un progressivo e costante aggravamento dello stato siccitoso».

Come del resto per l’altra faccia della medaglia rappresentata dai frequenti fenomeni alluvionali e franosi, è necessario anche per la siccità mettere a punto un sistema ordinario di gestione delle emergenze che inizi dalla prevenzione. L’autrice partendo dall’Europa per arrivare alla provincia di Firenze mette a fuoco le normative e le pianificazioni per le emergenze idriche che per essere scongiurate devono passare da un’attività ordinaria di adattamento (anche attraverso incentivi/disincentivi) e di gestione della risorsa improntata a criteri di sostenibilità.

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