[25/05/2009] Aria

Clima: catastrofisti vs negazionisti, ma la terza via la indica la svolta ecologica di Obama

FIRENZE. Sono passati più di due secoli da quando, con la Rivoluzione industriale e gli Enciclopedisti, nascevano le grandi teorie sulla genesi dei minerali e delle rocce. Gli scontri fra plutonisti, seguaci delle teorie di James Hutton, e nettunisti, partigiani di Abraham Gottlob Werner, riempivano non solo gli incontri e gli scritti accademici, ma anche le cronache e le politiche del tempo.

Furono scontri quanto mai sani ai fini delle conoscenze sulla natura e l’uso dei materiali e delle fonti energetiche; sulle regole e le energie che governano l’evoluzione del pianeta terra ed il ciclo geologico della materia. Le ricadute pratiche fra accademia e società civile, sono state determinanti in una stretta relazione fra sapere scientifico e sapere tecnologico- ricerche di base e ricerche applicate-, per la nascita e lo sviluppo, nel bene e nel male, della società industriale.

Le positive ricadute sociali sono state enormi. Basti pensare che sono state le macchine e l’energia dei combustibili fossili, i fattori primi che hanno determinato il bando della schiavitù (tradizionale). Nel contempo si sono incrementati i fenomeni, che già una novantina di anni fa, fecero scrivere a un padre delle moderne scienze della terra, Vladimir Ivanovich Vernadsky - il quale, mi piace ricordare, alla fine dell’Ottocento frequentò i laboratori dell’allora istituto di Mineralogia dell’università di Napoli- : «… le attività umane sono diventate il più grande agente di trasformazione geologica e geochimica del Pianeta» ( Geochemie, 1920).

Nel 1988 le Nazioni Unite istituirono il forum scientifico noto come Ipcc (Intergovernamental panel climate change), che nel 1990 pubblica il suo primo rapporto sullo stato del pianeta. Da questo scaturiscono gli accordi del summit di Rio de Janeiro del 1992. Al secondo rapporto del 1995 segue la firma del Protocollo di Kyoto del 1997, con il quale si tenta di contenere le emissioni industriali di anidride carbonica. Nel 2001 abbiamo il terzo rapporto e quindi nel 2007 vengono diffusi i risultati del quarto e ultimo rapporto.

Come noto Ipcc fonda le sue valutazioni sulla letteratura scientifica munita di referee e gli stessi rapporti tecnici del forum sono diffusi con il meccanismo del peer review. Nel 2007, l’ Ipcc e Al Gore hanno ricevuto il Nobel per la Pace per l’impegno nel diffondere le conoscenze sui cambiamenti climatici ed il riscaldamento globale. I rapporti dell’ Ipcc non mancano di evidenziare le incertezze sulle modellizzazioni proposte, che lungi dal volere fornire la verità, presentano con il loro carattere euristico preoccupanti scenari per il futuro del pianeta.

Le diffusioni mediatiche poi, come normale, tendono a semplificare i risultati scientifici e a incentivare le letture o gli ascolti con titoli ad effetto, in cui si esaltano le visioni apocalittiche e catastrofiche del mondo di domani.

Sulle modellizzazioni e le valutazioni dell’Ipcc, si sono levate nel tempo alcune voci critiche, indicate come “negazioniste” o “scettiche”, secondo le quali gli organi di informazione nel privilegiare le visioni catastrofiste hanno creato un pensiero distorto e sostanzialmente falso nella pubblica opinione, sulle cause delle variazioni climatiche e sulla utilità di ridurre le emissioni di anidride carbonica.

Il fronte negazionista ha trovato nell’Heartland institute- la struttura fondata a Chicago nel 1984 per diffondere il libero-mercato -, l’organizzazione di maggiore risonanza. Nel contesto delle attività dell’Istituto, nel 2008 si è costituito il forum N-Ipcc ( Non governamental-International panel climate change); è stato pubblicato il rapporto dal significativo titolo : “La natura e non le attività dell’ Uomo governa il clima”; e si è tenuto il primo convegno anti-Ipcc, ritenendo che: «…global warning is not a crisis and that immediate action to reduce emnission is not necessary».

Oggi come ieri quindi, la dialettica scientifica trova eco nei media. Un fatto quanto mai positivo, tenendo anche conto di quella frase: “Earth sciences for society”, che accompagna il logo dell’ Iype ( International year planet earth), lanciato dalle Nazioni Unite per il triennio 2007-2009 su proposta dell’ Unesco e della Iugs (International union geological sciences).

Ciò premesso, credo sia una esigenza ovvia quella di condurre il confronto sulle cause delle variazioni climatiche, rifuggendo da pregiudizi ideologici o di parte, e soprattutto da battaglie anti Protocollo di Kyoto.

Al riguardo possiamo ricordare che nella comunità geologica è oggetto di riflessione la proposta lanciata da Paul J. Crutzen – Premio Nobel per la chimica dell’ atmosfera nel 1995 - e ripresa nel contesto della Geological society of London e della Geological society of America, di istituire l’ epoca specifica dell’ antropocene, a segnare il tempo geologico successivo alla rivoluzione industriale (Gsa Today. vol.18, n.2, febbraio 2008).
Scrive P.J. Crutzen: «L’antropocene siamo noi. Siamo noi, nel bene e nel male la variabile geologica oggi più importante, ed è nostra la responsabilità del futuro del Pianeta. Perché abbiamo gli strumenti teorici e pratici per invertire la tendenza al degrado» (Benvenuti nell’Antropocene, Mondadori, 2005).

Il sistema termodinamico terrestre, che governa i fenomeni climatici globali, ha avuto una sua lunga e complessa evoluzione ed è indubbio che la Terra passa un periodo di naturale riscaldamento. Questo è imputabile a fattori astronomici, all’ attività solare e/o a fattori termici interni (Bonatti, Le Scienze, 489; 2009 ), ma è difficile non ritenere che l’ uso di combustibili fossili e le emissioni industriali e veicolari di gas serra – che inevitabilmente accorciano i tempi del ciclo geochimico lungo del carbonio, quello che oltre all’ atmosfera, alla idrosfera ed alla biosfera, coinvolge la litosfera - non incidano sul riscaldamento globale, e comunque non determinino fenomeni di degrado della qualità dell’ area, a livello locale e regionale.

Viene così ad essere fortemente discutibile ritenere inutile l’ incremento delle energie rinnovabili pulite e di sequestro della anidride carbonica. Magari proponendo per risolvere i problemi energetici del nostro Paese, la costruzione di dieci centrali nucleari, come possiamo rilevare dai documenti editi sull’argomento da “Galileo 2001”, associazione che, con la rivista “ Il Secolo 21°”, è antesignana nella battaglia “negazionista”.

E’ ovvio che l’uso di combustibili nucleari è in grado di contenere le emissioni di anidride carbonica, anche se viene spontaneo domandarci quale necessità vi sia, dato che, secondo la visione negazionista, questa non incide, o incide marginalmente, sul riscaldamento globale. Certo permetterebbe per il nostro Paese, forte importatore di combustibili fossili, di alienarsi dai rischi geopolitici degli approvvigionamenti tradizionali, e alla economia globale di superare una fonte di approvvigionamento limitata e non rinnovabile alla scala della domanda di mercato. Ma con l’uso dell’uranio non si risolverebbero certamente questi problemi, visto che a livello di Paese non abbiamo risorse interne, ed a livello globale i minerali di uranio restano una risorsa limitata ed esauribile.

Legati al nucleare fissile restano poi varie questioni, oggetto di ampia risonanza: rischi ambientali e sanitari, pesanti costi economici, problemi dello smaltimento delle scorie di terza categoria ad alta attività e vita lunga, rischiose relazioni fra nucleare civile e militare, esposizioni ad attacchi terroristici, difficile scelta dei siti esenti da rischio sismico ed idrogeologico; il tutto arricchito dal fattore “Nimby”( never in my back yard), come bene ricordano i passati avvenimenti di Scansano Jonico, e come emerge attualmente dopo la recente opzione per il nucleare di terza generazione, formulata dal Governo con le scadenze annunciate: 10-13-18. Entro il 2010 le imprese interessate alle costruzioni dovrebbero presentare domanda; nel 2013 avremo la posa della prima pietra; e nel 2018 sono previsti, secondo l’annuncio, i primi chilowattora dal nucleare domestico. Rimangono poi le questioni sul nucleare di fusione ad uso civile.

Per quanto riguarda le “devastanti ricadute economiche” per il “mondo industriale” e per l’ Italia, che si avrebbero con le previsioni di riconversione industriale, tese a contenere le emissioni di anidride carbonica previste da Kyoto, eviterei di dargli troppo credito, constatando, per rimanere con i piedi per terra, i risultati che stiamo vivendo in conseguenza di troppo disinvolte e creative teorizzazioni finanziarie ed economiche del recente passato.

Al contrario mi sembra che si palesi sempre di più come, una svolta industriale in chiave ecologica, sia in grado di aprire nuovi mercati e nuovi settori di ricerca scientifica.
E’ indubbio che l’ applicazione del Protocollo di Kyoto muove grandi interessi finanziari, economici ed industriali , che si scontrano con quelli consolidati dai modelli di sviluppo insostenibili fino ad oggi dominanti, e che la riconversione industriale deve essere gestita con grande attenzione ai suoi risvolti socio-economici . Il Consiglio d’Europa il 12 dicembre 2008, dopo un lungo dibattito, ha approvato la risoluzione nota come “20-20.-20” . Entro il 2020, l’Unione Europea è impegnata a ridurre del 20 % le emissioni di anidride carbonica, ad incrementare del 20 % sia l’ efficienza energetica, che la quota energetica da fonti rinnovabili. E’ vero che in queste nuove opportunità offerte ai mercati, non mancheranno tentativi speculativi, e che senza l’ accordo degli Stati Uniti e dei grandi paesi ad economia emergente come la Cina e l’ India, gli effetti Kyoto sono largamente vanificati, ma tutto ciò non comporta il rigettare un percorso culturale, faticosamente attivato che resta in grado di contrastare il degrado ambientale e di aprire il mondo alla solidarietà ed allo sviluppo sostenibile.

Del resto sembrano finiti i tempi durante i quali l’Hearthland institute riceveva i complimenti della amministrazione statunitense. L’ attenzione ai problemi dell’ ambiente, alle responsabilità dei paesi industriali ed emergenti del G 20, ai bisogni del resto del mondo, segnano la politica del governo di Barack Obama. E’ la svolta ecologica della più grande potenza del mondo che in tempi più o meno lunghi è destinata a riverberare in tutto il pianeta. La stessa Cina sta rivedendo i suoi contraddittori e tumultuosi modelli di sviluppo e forse non a caso, il ministro dell’Ambiente Prestigiacomo, ha bollato come “fuori dal tempo”, l’iniziativa della maggioranza al Senato tesa ad escludere il fattore antropico dalle variazioni climatiche.

* Ordinario di Georisorse e Mineralogia ambientale Università di Firenze

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