[22/05/2009] Comunicati

Russia, aumentano i gas serra e diminuisce l’interesse per il post-Kyoto

LIVORNO. Alexandre Bedritski, il direttore del servizio federale russo di idro-meteorologia (Roshydromet), ha annunciato ieri in una conferenza stampa che le emissioni di gas serra in Russia sono attualmente il 70% rispetto ai livelli sovietici del 1990: «Un leggero aumento in rapporto ai risultati registrati nel 2004-2005 è attualmente osservato, ma la tendenza rischia di invertirsi a causa della crisi economica che provoca un rallentamento delle attività industriali. E’ prematuro parlare in termini di prospettive. Abbiamo solamente fatto il bilancio per il 2007».

Le emissioni di gas serra della Russia sono salite a 2,2 miliardi di tonnellate nel 2006, con un aumento rispetto al 2000 del 7,5%, ma un calo del 34,1% rispetto al 1990, quando le inquinanti industrie pesanti dell’Urss funzionavano ancora nonostante il socialismo reale e la sua economia pianificate fossero ormai agli sgoccioli. Ma l’inversione di tendenza è comunque preoccupante perché la Russia, con la firma del Protocollo di Kyoto nel 2004, si è impegnata a mantenere entro il 2012 le sue emissioni al livello del 1990. Una ratifica del Protocollo che praticamente non comprendeva impegni.

Una specie di licenza a ri-inquinare che preoccupa non poco Richard Baron dell’Agenzia internazionale per l’energia (Iea): «La Russia non ha molto presente perché non è negativa. Quel che ostacola una posizione positiva della Russia è la grande eccedenza di quote delle quali ha fatto dono agli altri Paesi sviluppati durante […] dell’ordine da due a tre miliardi di tonnellate di CO2».

La deindustrializzazione Russa e dei Paesi ex Sovietici si riflette positivamente sulle quote di emissioni di gas serra totali di tutti i Paesi industrializzati e questa disponibilità permette loro di svolgere una pesante pressione sia nell’Ue, dove i Paesi dell’ex Patto di Varsavia e l’Italia hanno posto continui ostacoli all’approvazione del pacchetto clima-energia, ma anche nelle trattative in corso per arrivare ad un accordo per il post-Kyoto a Copenhagen.

Eppure secondo Baron al summit mondiale sul clima di dicembre «Un accordo senza la Russia non è più totalmente impossibile. Se la Russia non firmerà, si ritroverà nell’impossibilità di rivendere le sue quote. In più, gli altri Paesi potrebbero imporle un adeguamento delle sue emissioni CO2 alle frontiere». In un’intervista rilasciata a Novethic, Marie-Hélène Mandrillon, una storica dell’ambiente del Centre d´études des mondes russe, caucasien et centre-européen del Cnrs spiega perché la Russia di fatto si oppone ad un nuovo Protocollo: «Soprattutto perché la Russia non ha ancora una politica climatica e nessuna road map per il dopo-Kyoto. Il fatto di aver ratificato il Protocollo di Kyoto nel 2004 non l’ha impegnata a grandi cose, fatta eccezione per istituire un registro delle emissioni, per la produzione di relazioni periodiche e ad istituire un´agenzia nazionale per l´attuazione del trattato».

Eppure in quel momento la Russia era il secondo emettitore di CO2 dopo gli Usa ed oggi è ancora il terzo dopo Usa e Cina. Ma in Russiai esiste una potente lobby istituzional-oligarchica che si oppone all’adesione di Mosca ad un nuovo trattato a Copenhagen.

«Yuri Izrael, scienziato accademico, che era vice-presidente dell’Ipcc al momento della ratifica, pensa anche che il riscaldamento potrebbe essere buono per la Russia e rifiuta l’impatto dell’uomo nel fenomeno climatico – spiega la Mandrillon – Sebbene le autorità non subiscano alcuna pressione né da parte degli scienziati né provenienti dalla società, questo lascia le mani libere ai clan che si affrontano all’interno del potere. D’altronde, i nuovi parametri del dopo Kyoto implicherebbero che la Russia metta infine veramente in opera delle misure conseguenti, e quindi costose, per aumentare la sua efficienza energetica».

Putin firmò il Protocollo di Kyoto più per motivi di tattica geo-politica che per convinzione, ottenendo in cambio un riavvicinamento all’Ue e il via libera per entrare nell’Organizzazione mondiale del commercio e nel G8, mentre oggi, con il nuovo atteggiamenti Usa, la Russia avrebbe poco da guadagnare da un nuovo Protocollo, visto che non può più svolgere la funzione di ago della bilancia.

Eppure i meccanismi del Protocollo di Kyoto hanno riempito le tasche dei boiardi dello Stato-mercato-energetico russo: solo Gazprom ha beneficiato di 8 progetti di investimento, ma il passaggio dal carbone al gas di alcune centrali elettriche è stato bloccato dalla crisi economica.
Il risultato è che la Russia non sembra avere una strategia per il summit di Copenhagen né per il dopo e sembra sulla difensiva. «Attualmente la Russia fa parte della I che raggruppa le potenze che hanno responsabilità storiche in materia di emissioni – spiega la Mandrillon – Rifiuta ormai queste responsabilità e vorrebbe essere piuttosto trattata come un Paese di categoria II, il cui sviluppo non deve essere limitato, come la Cina».

In effetti alla conferenza preparatorio di Poznan la delegazione russa si è rifiutata di aderire a impegni di tagli dei gas serra superiori al 10 - 15% entro il 2020, rifiutando di prendere in considerazione gli obiettivi in discussione per i Paesi dell’Annesso I del Protocollo di Kyoto: dal 25 al 40% e le proposte dell’Ue e dei Paesi in via di sviluppo. Secondo molti esperti come la Mandrillon la posizione russa sarebbe più il risultato dell’anarchia amministrativa interna che è viva e vegeta sotto la scorza dell’assolutismo putiniano che di una politica frutto di una riflessione reale.

Negli ultimi climate talks di Bonn di aprile la Russia ha mostrato tutto il suo disinteresse per la road map verso Copenhagen inviando solo 5 delegati che praticamente non avevano nessuna possibilità di esprimere posizioni ufficiali del governo, visto che nessuno rappresentava il ministero incaricato delle trattative: quello dell’economia.

«Credo che fino all’ultimo momento non sapremo quale sarà la posizione russa – dice la Mandrillon – I discorsi fatti dal ministero degli esteri sono per un accordo, ma se domani arriva qualcuno dell’amministrazione presidenziale potrebbe fare tutto un altro discorso».

Torna all'archivio