[19/05/2009] Trasporti

Mongolia: risorse in cambio della ferrovia

LIVORNO. Il primo ministro russo Vladimir Putin se ne è tornato dalla sua visita lampo in Mongolia con un sacco pieno di prelibatezze minerarie e un bel contratto per la compagnia ferroviaria russa RZD per la creazione di una joint venture con i mongoli per la modernizzazione della rete ferroviaria del Paese asiatico e la costruzione di una nuova ferrovia. In cambio i russi riceveranno le concessioni per lo sfruttamento dei più ricchi giacimenti della Mongolia di petrolio, quelli di Tavan-Tolgoï (6,5 miliardi di tonnellate) e d’oro (32 milioni di once) e rame (32 milioni di tonnellate) quelli di Oïu-Tolgoï,.

Il 50% delle azioni della joint venture andranno alla Russia e l’altra metà verrà suddivisa tra due compagnie pubbliche mongole: Erdenes-MGL e Mongolyn tomor zam. I russi d’altronde hanno già la metà delle azioni delle ferrovie della Mongolia che sono di proprietà della Compagnia ferroviaria di Ulan Bator, l’altro socio è direttamente il governo mongolo. L’intero progetto ferroviario dovrebbe costare 7 miliardi di dollari e comprende anche il costo delle licenze per lo sfruttamento dei giacimenti petroliferi e minerari ed anche la costruzione delle ferrovie che portano ai siti produttivi.

La Mongolia conta di aumentare di 250 milioni di dollari il capitale della Compagnia ferroviaria Ulan Bator e di risanare così la metà della vetusta rete ferroviaria che ha urgente bisogno di riparazioni. Il governo mongolo vorrebbe dai russi anche un finanziamento privilegiato di 300 milioni di dollari per acquistare grano, materiale agricolo, concimi chimici russi e lo sblocco di un credito di 1,5 miliardi di dollari per risolvere i bisogni urgenti di un Paese in grave crisi.

La prima trance di investimenti sarà di 1,8 milioni di dollari che serviranno anche ad elaborare il progetto di fattibilità che dovrà essere pronto entro settembre. Un anno dopo i mongoli consegneranno nelle mani dei russi le licenze per lo sfruttamento delle risorse di idrocarburi, rame ed oro. I partner mongoli che parteciperanno al progetto hanno in mano chiavi preziose e delicate: Erdenes-MGL è attualmente proprietaria delle concessioni di tutti i giacimenti strategici della Mongolia; Mongolyn tomor zam è l’azienda mongola che detiene più azioni ferroviarie ed una rete di fibre ottiche.

La nuova joint venture russa non ha intenzione di gestire direttamente lo sfruttamento delle risorse minerarie: bandirà delle gare per scegliere co-investitori e creare compagnie più grandi nelle quali il gruppo russo-mongolo si lascerà il 25% delle azioni più una e agli altri resterà il 75% delle azioni meno una.
Secondo quanto scrive Ria-Novost, la RZD prevede di coinvolgere nell’affare le compagnie appartenenti ad alcuni miliardari russi dell’oligarchia putiniana: la En+ di Oleg Deripaska, la Renova di Viktor Vekselberg e la Severstal-Ressource di Alexei Mordachov.

Per quanto riguarda i metalli non ferrosi la Russia in Mongolia ha semplicemente raccolto l’eredità dell’Unione Sovietica ed i progetti Erdenet e Mongoltsvetmet, messi in piedi al tempo della fraterna amicizia tra i due regimi allora comunisti, sono ancora oggi i più importanti della mongolia. Al governo di Ulan Bator spetta il 51% delle azioni e alla Russia il 49% che sono state recentemente trasferite al gruppo statale Rostekhnologuii.

Putin si è anche portato al Kremlino un’intesa per una joint venture per l’estrazione dell’uranio nei giacimenti mongoli di Dornod e del Gobi orientale. A capo del progetto ci sarà naturalmente il monopolista statale del nucleare russo, Rosatom, ma potrà partecipare anche la giapponese Mitsui.

La sensazione è che i russi abbiano fatto un ottimo affare, ben contenuto in scatole cinesi di cui hanno il ferreo controllo, e riconfermata un’egemonia sulla Mongolia che sembrava essersi allentata dopo il crollo dell’Urss. Di fatto, le ferrovie serviranno a sfruttare meglio i giacimenti minerari che forniranno a Mosca preziose materie prime, l’ammodernamento della rete ferroviaria permetterà ai russi di passare più agevolmente attraverso il collo di bottiglia mongolo che porta verso i ricchi mercati cinesi ed asiatici, le mani su rame, oro, petrolio e uranio mongolo permetteranno allo Stato-mercato-energetico russo di trattare da un punto di forza con le due altre potenze regionali, Cina e Giappone, che non sono riuscite ad incrinare la fraterna amicizia, prima ideologica ed oggi economica, fra Mosca ed Ulan Bator. Un’amicizia un po’ sbilanciata che, ieri come oggi, puzza di colonialismo, nonostante il cambio di regimi, nomi e bandiere.

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