[14/04/2009] Comunicati

Nucleare coreano, incubo o farsa?

LIVORNO. Ieri il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha condannato la Corea del nord per il suo fallimentare lancio di un missile perché avrebbe violato la risoluzione Onu 1718 del 2006, chiedendo anche che il regime di Pyogyang si astenga da nuovi lanci. I Consiglio di sicurezza ha deciso di ampliare le sanzioni contro la Corea del nord nel 2006: «Il Consiglio decide di adeguare le misure che ha imposto con il paragrafo 8 della sua risoluzione 1718 designando delle entità e delle merci, e prega il Comitato creato dalla detta risoluzione di adempiere in questo senso alle proprie funzioni e di relazionargli al più tardi e in data 24 aprile 2009, inoltre, decide che, se il Comitato non agirà, interverrà lui stesso per adeguare le misure al più tardi in data 30 aprile 2009».

Il Consiglio di sicurezza chiede che i negoziati a 6 (Cina, Corea del nord, Corea del sud, Giappone, Russia ed Usa) riprendano rapidamente per «una denuclearizzazione verificabile e pacifica della penisola coreana ed il mantenimento della pace e della stabilità nella regione». Oggi il regime dinastico-stalinista nordcoreano ha risposto alla condanna del Consiglio di sicurezza annunciando il suo immediato ritiro dai negoziati a 6 che l’Onu voleva far riprendere e l’agenzia di stampa ufficiale del governo di Pyongyan, la Kcna, ha lanciato l’ennesimo bellicoso proclama: «la Repubblica democratica popolare di Corea, svilupperà la sua propria forza di dissuasione nucleare».

Pyongyang ha anche detto che vuole costruire un reattore nucleare ad acqua leggera per produrre energia elettrica e che è suo «diritto sovrano» l’utilizzo pacifico dello spazio, basato sul diritto internazionale e «contro la tirannia dell’Onu. Lo spirito del rispetto della sovranità è alla base della riunione del gruppo dei 6. Per questa ragione l’esistenza di questo dialogo si è estinta in modo irreversibile con la decisione del Consiglio di sicurezza». I primi a rispondere sono i due preoccupatissimi vicini-amici della Corea del nord: Russia e Cina. Per Mosca occorre proseguire i negoziati del gruppo dei 6 sul nucleare nordcoreano iniziati nel 2003. Il ministro degli esteri russo, Sergei Lavrov ha detto che «Non occorre creare un altro forum internazionale sulla situazione della penisola coreana. Le parti devono proseguire i negoziati e rispettare i loro impegni».

La realtà è che però, dopo un’infinita serie di stop and go e di capricci nordcoreani e provocazioni incrociate, dopo 6 anni i negoziati sono tornati al punto di partenza, anzi, forse la situazione è ancora più pericolosa, con la Corea del Nord che sembra un pericoloso animale ferito, affamato e circondato da amici e nemici carichi di armi nucleari, e che non ha più nulla da perdere.

Comunque Mosca «Deplora la decisione della Corea del nord di riprendere il suo programma nucleare e di ritirarsi dai negoziati a 6. Non possiamo che deplorare questa decisione di Pyongyang e la esortiamo e non ritirarsi dai negoziati sul problema del nucleare nella penisola coreana».

Anche la Cina, l’unico protettore rimasto al regime comunista nordcoreano, anche se non con molto entusiasmo, interviene sulla situazione creatasi con la risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’Onu (di cui fa parte). Il portavoce del ministero degli esteri di Pechino, Jiang Yu, sottolinea che la dichiarazione di condanna adottata lunedì non è obbligatoria e sottolinea la necessità di «salvaguardare i negoziati a 6 sul programma nucleare nordcoreano», sperando in una «una reazione moderata» alle bellicose intemperanze di Pyongyang.

La Cina, che non a caso parla espressamente di “programma nucleare”, cioè civile e militare, e non usa la sibillina formula di “penisola coreana”, sapendo bene che in questione c’è solo la Corea del nord, si propone come mediatore che ob torto collo ha dovuto sottoscrivere una dichiarazione che non considera vincolante. La porta orientale rimane aperta, anche perché è l’unica da dove passano cibo e commerci senza i quali la Corea del nord sprofonderebbe in una crisi umanitaria che potrebbe portare un regime isolato ed isolazionista a gesti estremi.

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