[23/03/2009] Recensioni

La Recensione. Ripartiamo da noi. Guardare il mondo con occhi diversi di Anna Maria Marrocco

Siamo al capolinea. Del modello di sviluppo prevalente che è stato attuato fino ad oggi, che ha guidato l’economia, dato fiato alla finanza. Siamo al capolinea della globalizzazione, quella governata dalle multinazionali, dal Fondo monetario internazionale (Fmi), dalla Banca mondiale, dal Wto, dai grandi gruppi industriali e finanziari, che ha portato ad inasprirsi le differenze tra ricchi e poveri, tra nord e sud del mondo, tra chi ha accesso facile alle risorse e chi deve sudare sette camice per trovare un litro d’acqua. Siamo al capolinea del “modello” che ha praticato la “crescita” senza la sostenibilità, che ha nel Pil la sua unità di misura, indicatore grossolano che “conta soldi” ma non ci dice se sono a beneficio di tutti, se sono accumulati nel rispetto dell’ambiente. Siamo al capolinea, e ce lo ricordano i cambiamenti climatici globali in atto, che sono riscontrabili anche a livello locale al di la di quello che pensano i “negazionisti”. Per chi ha occhio solo all’economia la traduzione monetaria che ben fotografa la situazione attuale è riportata nell’illuminato Rapporto Stern. Ma come è già possibile intravedere dopo alcuni mesi di crisi (economica, sociale ed ambientale), il “virus” che ha portato alla malattia dell’organismo vivente pianeta Terra (aiuta in tal senso la visione di James Lovelock) è resistente, ben insediato e mascherandosi (ma nemmeno tanto) tende ad autoreplicarsi rilanciando nella medesima direzione. Non c’è tempo da perdere è necessario ripartire sapendo indicare, sapendo “spiegare”, le nuove strade da percorrere. E’ necessario ripartire da noi, appunto, prendendosi responsabilità individuali, sapendo coinvolgere la società civile da un lato e i settori produttivi dall’altro, mettendo al centro la qualità del lavoro, preoccupandosi delle persone ma nel pieno rispetto dell’ambiente in cui vivono.

“I care” diceva Don Milani, “me ne importa, mi sta a cuore” e questo è il messaggio che, tradotto, abbiamo colto nel libro di Anna Maria Marrocco. Messaggio che parte da un’esperienza personale professionale e politica: l’autrice è architetto (si è occupata prevalentemente di progettazione ambientale ecosostenibile, bioedilizia e bioclimatica), ha fatto un percorso politico nei Verdi e dal 2005 è assessora della provincia di Livorno (Difesa del suolo e delle coste, parchi, aree protette e forestazione, protezione civile, pesca e cooperazione internazionale). «La partecipazione ai problemi del proprio territorio, il prendersi cura, l’avere a cuore lo spazio e i luoghi che si conoscono, possono essere una terapia per guarire dall’addormentamento delle coscienze, la medicina per rimettere al centro della vita la qualità e non solo il benessere materiale» sottolinea Marrocco. Ripartire cioè agendo localmente per cambiare globalmente perché come diceva un bambina “il mondo è tutto attaccato”. L’autrice attingendo dal proprio bagaglio professionale si sofferma sulla progettazione, sul costruire luoghi, sul ruolo che ha la politica nel pianificare “la bellezza” e sulla responsabilità che hanno gli architetti nel metterla in pratica venendo paragonati a “medici” dell’ambiente: «l’ambiente influenza il nostro organismo, può partecipare al benessere o ad accrescerne il disagio. L’adozione di questa ottica nel progettare e realizzare luoghi specialistici, come quelli scolastici, di cura e di lavoro, può contribuire al processo di maggiore realizzazione umana».

Passando attraverso l’urbanistica partecipata, coinvolgendo le nuove generazioni e utilizzando in modo appropriato le risorse si può riaccendere la speranza per garantire stili di vita sostenibile. E sul senso del limite, partendo dagli studi del Club di Roma (1970), l’autrice si sofferma in modo approfondito, ed in particolare sul concetto di sviluppo sostenibile che preferisce aggiornare (in effetti ormai questo “vision” è stata coniata a metà degli anni ’80, anche se è stata messa poco in pratica) «Probabilmente invece di continuare a mentire a noi stessi sulla possibilità (fisica, economica, sociale) di continuare a “sviluppare”, dovremmo cominciare ad investire risorse economiche, umane ed emozionali sul “vivere” quello che abbiamo in modo sostenibile». Da sviluppo ad “adattamento” quindi, e la correzione di rotta se vogliamo garantire un futuro ai nostri figli deve essere repentina. Il primo passo come indica l’autrice è già stato suggerito in passato: da Alex Langer con “l’auto-limitazione”, cioè la rinuncia a tutto ciò che in qualche modo provoca conseguenze irreversibili generali; da Enrico Berlinguer con l’“austerità” spiegata nel famoso discorso al Convegno degli intellettuali nel 1977: “per noi l’austerità è il mezzo per contrastare alle radici e porre le basi del superamento di un sistema che è entrato in una crisi strutturale e di fondo…”; da Ivan Illich che nel 1974 proponeva il suo patto “…un processo che incoraggi la ricerca radicale intesa a far sì che un numero crescente di persone possa fare sempre di più con sempre meno”. Il secondo passo da attuare subito è “la realizzazione di un’economia globale a bassa emissione di anidride carbonica” per dirla con Gordon Brown, che passi attraverso la riconversione ecologica delle attività economiche. Questi sono i cardini su cui, secondo l’autrice, si deve basare un politica di sinistra, che preveda inclusione sociale e rispetto dell’ambiente «che apra un confronto serio sulla crescita della qualità». La crisi può rappresentare un’occasione, deve rappresentare un’occasione per un cambio di rotta. Ormai dovrebbe essere evidente a tutti come la globalizzazione basata su un’economia “finanziarizzata” ed “istantanea” dove i capitali in termini di miliardi di dollari, attraverso operazioni speculative, appaiono e scompaiono in un istante, spostati da una parte all’altra del pianeta senza essere legati a programmazione politica, abbia palesato le sue conseguenze sociali; ed ora, dalla fine del 2008 anche la globalizzazione delle merci sta segnando bilanci negativi. L’autrice intrecciando ed integrando il globale al locale, esplicita il suo programma politico per la sinistra cercando di evidenziare anche i limiti dell’azione condotta fino ad oggi che ha portato ad alcune recenti sconfitte elettorali «la sinistra tutta non è riuscita ancora a colmare il crescente divario tra i vecchi bacini di raccolta del consenso (lavoro, reddito, consumi) e i nuovi che si fondano su sicurezza, salubrità ambientale, salute, qualità e armonia del vivere. Non comprende ancora come i temi del lavoro e dell’economia siano ormai inseparabili dalla ricerca della qualità della vita». In effetti con la crisi, sono ricomparse nei territori le miopi contrapposizioni tra diritto al lavoro e diritto ad un ambiente sano, dimostrando come in qualche caso 30-40 anni di dati e di conoscenza siano passati invano.

Ma l’ecologismo può, come dice Marrocco, rappresentare la Terza via se riesce a cavalcare l’onda positiva che viene da oltre oceano, se riesce a promuovere il rinnovamento culturale, se riesce ad aggiornare il suo modo di comunicare «comunichiamo quindi il messaggio della speranza e non del rancore o della rinuncia», se riesce ad esercitare l’interesse generale «significa soprattutto proporre e sostenere riforme che siano oltre che sostenibili, praticabili da subito» e a spostare la riflessione sul “cosa” e sul “come” si produce. Lavorando per e non più contro, in modo partecipato, coinvolgendo tutti si può riaprire una speranza. Questo è il messaggio di riflessione che abbiamo colto nel testo di Marrocco in cui in una chiave analitica prospettica si forniscono spunti per l’agire. Ora! «La vera svolta dunque è quella tesa a mettere in maniera cogente la sostenibilità ambientale al centro delle politiche economiche, e che per questa strada si ottiene l’obiettivo, giusto e necessario, dell’equità sociale e della redistribuzione della ricchezza». Concludiamo queste righe ricordando, con piacere, che chi volesse confrontarsi con le idee dell’autrice su questi temi, può farlo scaricando il libro dal sito www.annamarrocco.it contribuendo quindi a “liberarlo”, rendendolo uno strumento vivo di comunicazione, e magari sottoscrivendo un piccolo impegno per finanziare progetti di solidarietà come informa a margine del testo la stessa Marrocco.

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