[23/03/2009] Comunicati

Chiuso ManiFutura. Ma per il Pd la sostenibilità è tema centrale o marginale?

FIRENZE. E’ la sostenibilità il «grande assente» nelle politiche del paese. Un paese, l’Italia, che «non ha un’idea sull’innovazione ambientale e sullo sviluppo sostenibile», dove «non c’è cultura, non c’è niente su questo aspetto fondamentale del sistema produttivo odierno»: sono parole con cui Guglielmo Epifani, segretario della Cgil, ha esortato il governo Berlusconi a «cambiare registro» riguardo alle politiche produttive ed energetiche.

E’ stata questa una delle fasi più interessanti della kermesse “Manifutura”, che si è chiusa sabato 21 a Pisa. La piattaforma del governo era stata riassunta poco prima dal ministro dello Sviluppo economico, Claudio Scajola: il futuro del paese «è ancora legato all’industria, al manifatturiero. Ma l’accresciuta concorrenza internazionale deve farci capire che ci vuole un rapporto più stretto con l’università, la ricerca, la filiera di prodotto». Lo Stato deve «orientare le scelte dei consumatori verso prodotti con alta efficienza, alta ricaduta occupazionale, basso impatto ambientale».

E, fin qui, niente da dire, se non che la necessità di uno sviluppo dei legami tra industria, ricerca e innovazione è legata non certo solo all’accresciuta concorrenza internazionale ma anche, e soprattutto, all’accresciuta evidenza (e quindi alla maggiormente diffusa consapevolezza) dell’insostenibilità dell’impatto sul capitale naturale e sulla coesione sociale che è connaturata al modello produttivo attualmente predominante.

Ma poi Scajola svela le reali intenzioni, che sono ben diverse dalle premesse di facciata: per «ridurre i costi e salvare l’occupazione» la strategia energetica del governo «prevede sì lo sviluppo delle rinnovabili, l’efficienza energetica, ma infine – e non ultimo – il rilancio del nucleare», poiché «nucleare e rinnovabili non vanno intese come opzioni alternative, ma sono entrambi indispensabili per ridurre stabilmente e in maniera duratura la dipendenza dai combustibili fossili».

La mentalità che caratterizza chi governa il paese è individuabile anche nel commento che Scajola dedica al piano-casa attualmente in discussione: «un tema difficile, su cui il governo si confronterà con regioni e parlamento, ma un provvedimento che potrebbe attivare tra 50 e 60 miliardi di investimento immobiliare; nessuno ha intenzione di deturpare il patrimonio di bellezza del paese, ma di rispondere ad esigenze di crescita del settore».

Quindi, non che le attese fossero molto diverse, ma comunque Scajola ha dimostrato che, al di là delle premesse di facciata, il governo intende proseguire sulla strada tradizionale, e cioè sul sentiero tracciato da un sistema i cui paradigmi sono la crescita illimitata e “a prescindere” dall’impatto sui sistemi naturali, sul paesaggio e sulla coesione sociale: la coperta è corta e occorre indirizzare ricerca e finanziamenti sulle rinnovabili, pena il restare indietro del paese davanti alla rivoluzione energetica che sta dilagando nel mondo? E noi torniamo al nucleare.

L’edilizia deve orientarsi (o essere orientata dai decisori politici) verso tecniche più compatibili, magari anche attraverso moderati premi volumetrici per chi ristruttura puntando alla riqualificazione energetica, ma senza destrutturare il sistema di regole e senza snaturare il ruolo degli enti locali nella pianificazione urbanistica? Vai con premi volumetrici spropositati, e in deroga ai piani regolatori.

Le alternative sostenute dal Pd a questa ricetta del governo si riassumono nelle proposte che più volte Pier Luigi Bersani ha avanzato nei giorni di Manifutura: Bersani, che peraltro ha avuto il merito di avviare Industria 2015 quattro anni fa, ha più volte ammonito a non «abbassare l’asticella delle regole, perchè altrimenti dalla crisi ne usciamo fuori disfatti» poichè, vista la mentalità anarcoide che caratterizza il paese, «diminuire le regole è come dare da bere ad un ubriaco». Efficienza energetica, rinnovabili e mobilità sostenibile sono «i grandi driver che possono guidare il settore», insieme ad un «nuovo patto col territorio» finalizzato alla bonifica e riqualificazione delle aree industriali già esistenti, che rallenti il consumo di suolo vergine connaturato allo sviluppo industriale.

Bersani ha parlato inoltre dei «bacini di conoscenza» come della chiave per la manifattura del domani, e in generale ha dato l’impressione di avere ben chiara la necessità di uscire dalla crisi superando, e non perpetuando, le dinamiche che l’hanno causata. Tema sostenuto anche da Carlo Azeglio Ciampi, che in un suo intervento via video il 21 marzo ha avvertito che «il mondo è cambiato, niente sarà più come prima, non solo dal punto di vista finanziario, ma anche a livello di impresa. E’ necessario cambiare i prodotti e il modo di produrre, perché le esigenze si sono trasformate».

Pur nelle lampanti e profonde differenze tra la piattaforma del governo e quella del Partito democratico sul tema produttivo e sul suo legame con le problematiche energetiche ed ambientali, resta comunque in dubbio se il Pd veda il tema della sostenibilità come primario, o se esso sia considerato solo uno – e nemmeno il più centrale - dei campi in cui agire. L’industria siamo noi, è la luce che illumina le nostre case, sono i mezzi con cui ci spostiamo, gli strumenti che utilizziamo nella vita quotidiana: ma essa va gestita, va indirizzata, va orientata necessariamente verso prelievi, filiere di produzione, prodotti che siano caratterizzati dal minimo impatto sui sistemi ambientali e sulla coesione sociale, e quindi anche verso approvvigionamenti energetici legati a fonti rinnovabili. Il Governo vuole dare l’impressione di tenere presente questa necessità, ma poi si smentisce nei fatti e persegue, invece, il modello opposto. Per il Pd, il dubbio è che questo orientamento strutturale del sistema produttivo costituisca una effettiva necessità, o se sia sostanzialmente un aspetto secondario.

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