[23/03/2009] Comunicati

Il golpe del Madagascar figlio delle tre crisi: ambientale, economica, energetico-alimentare

LIVORNO. L’ennesimo golpe militare africano ha messo sul trono del Madagascar l’ex dj e sindaco di Antananarivo Andry Rajoelina (nella foto mentre presta giuramento) che non ha trovato di meglio che iniziare il suo mandato con una frase altisonante quanto fuori luogo: «Sacrificherò tutta la mia vita e le mie forze per rispettare la Costituzione e la legge», le stesse finite sotto gli scarponi dell’esercito malgascio.

Certo, il ricco imprenditore Marc Ravalomanana, spodestato da presidente della Repubblica, aveva applicato una politica iperliberista che prevedeva la svendita delle risorse del Paese ed interi pezzi di territori fertili a multinazionali e Paesi stranieri, ma il golpe filo-Rajoelina con la Costituzione e la legge non c’entra nulla, tanto che il giuramento del nuovo presidente del Madagascar è stato disertato da tutti i diplomatici e dalle organizzazioni internazionali e che la Costituzione verrà emendata molto presto da una non meglio definita “assise nazionale”.

Rajoelina deve far presto perché il lungo scontro politico, le rivolte ed i morti per le strade hanno messo in ginocchio l’economia del Madagascar, in particolare il turismo che è la principale fonte di entrate del Paese e che nel 2008 ha avuto perdite per 390 milioni di dollari, con 25.000 posti di lavoro a rischio nel settore.

Il giovane Rajoelina non si nasconde che dovrà camminare su instabili macerie fumanti: «I malgasci sono adesso alla loro prima vittoria – ha detto - ma il governo di transizione ha ancora molto lavoro da fare per un periodo di almeno 24 mesi».

Il nuovo regime nato dal golpe e dalle rivolte dovrà fare i conti con la decisione dell’Unione africana e dalla Comunità per lo sviluppo dell’Africa Australe che lo hanno sospeso dalle rispettive organizzazioni, mentre il presidente della ex potenza coloniale, Nicolas Sarkozy ha detto che la Francia considera la nomina di Rajoelina ed ha chiesto elezioni democratiche al più presto possibile. Un giudizio condiviso dall’Unione europea, mentre gli Usa e la Norvegia hanno sospeso ogni aiuto non umanitario al Madagascar.

Eppure il golpe malgascio viene da lontano, si può dire che sia il frutto delle prime scosse della triplice crisi economica, ambientale ed energetico-alimentare che l’Occidente ha fatto finta di non vedere e sentire.

Una lettura dei sommovimenti che hanno fatto da levatrice al golpe viene dall’Irin, humanitarian news and analysis, dell’Ufficio di coordinamento Onu per gli affari umanitari: «Le tensioni interne al Madagascar hanno attirato l’attenzione della comunità internazionale, ma questo braccio di ferro per il potere non deve far dimenticare la fiammata dei prezzi delle derrate alimentari, la severa siccità che prosegue nel sud e i danni causati da due cicloni tropicali».

Bruno Maes, rappresentate dell’Unicef in Madagascar sottolinea che «i bambini hanno paura ad andare a scuola, i prezzi delle derrate alimentari sono cresciuti verso l’alto, esponendo i più vulnerabili alla fame mentre la mancanza di igiene urbana aumenta i rischi di epidemia».

Settimane di scontri di piazza non hanno causato solo 170 morti ed almeno mille feriti, ma anche bloccato la vita della capitale Antananarivo che è un polmone economico vitale per il 70% della popolazione malgascia che sopravvive con meno di un dollaro al giorno.

A soffrire di più la crisi sono le popolazioni urbane. Secondo quanto dice all’Irin Krystyna Bednarska, capo del Programma alimentare mondiale dell’Onu (Pam) «Le perdite di posti di lavoro causate dalla crisi politica rischiano di precipitare i poveri e la classe medio-bassa nella miseria. Quanto ai più deprivati, che sono stimati in più di 500mila a causa della crisi in corso non possono disporre delle derrate di prima necessità. Nei centri urbani proprio dopo che sono scoppiate le manifestazioni violente, si è assistito ad un forte aumento dei prezzi dei prodotti di prima necessità», mentre le campagne si tengono stretto il cibo scampato ai disastri naturali.

Dall’inizio della crisi, non è praticamente più stata rimossa la spazzatura per le strade di Antananarivo e stanno aumentando le malattie dovute all’acqua infetta e le epidemie di diarrea. Secondo un rapporto Onu nel sud «L’acqua raccolta dai fiumi è venduta ad un prezzo elevato (0,20 dollari per 10 litri, secondo un operatore umanitario) ed alcuni gruppi vulnerabili hanno cominciato a servirsi dell’acqua di mare per cucinare».

Le piogge tardano ad arrivare nel sud della grande isola africana prosciugato dalla siccità e secondo la Bednarska «Questo significa che 150.000 persone avranno bisogno di assistenza almeno fino al mese di giugno». Il Pam vuole intensificare il suo programma “Vivres contre Travail” (viveri in cambio di lavoro), e l’approvvigionamento di cibo nelle scuole, mentre l´Office national de nutrition sta accrescendo le sue attività per rispondere al deterioramento della disponibilità di cibo nel Paese.

La settimana prima dell’inizio degli scontri di piazza, il Madagascar era stato colpito da due cicloni: Eric che ha devastato la costa orientale e Fanele che ha provocato frane ed inondazioni sulla costa occidentale, in tutto sono state colpite dalle inondazioni almeno 60.000 persone e 4.000 sono ancora senza casa. Secondo la Croce Rossa i disordini politici e gli scontri hanno impedito alle agenzie umanitarie di fornire assistenza nelle aree colpite dai cicloni, privando dell’aiuto necessario decine di migliaia di persone.

La Bednarska ha sottolineato che le risorse attualmente disponibili non sono sufficienti a coprire i bisogni umanitari in Madagascar «Occorre che riceviamo urgentemente fondi supplementari. Per far fronte ai bisogni immediati di cibo nel sud colpito dalla siccità e nei centri urbani, il Pam si trova davanti ad un deficit dell’ordine di 13 milioni di dollari».

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