[17/05/2006] Consumo

«Solo un governo mondiale delle risorse può salvarci»

ROMA. «La cosa più sbagliata è continuare a non governare seriamente su scala globale i problemi derivanti dalla pressione esercitata sulle risorse da un numero sempre crescente di persone. Proseguire sulla strada di politiche suicide significa fare di tutto meno che costruire il futuro». Gianfranco Bologna (nella foto), direttore scientifico del Wwf Italia, autore di numerosi testi (ne citiamo uno, piuttosto recente, il Manuale della sostenibilità edito a fine 2005 dalle Edizioni Ambiente) risponde così quando, in una intervista a greenreport, gli si chiede di esprimere una valutazione sulle politiche di sostenibilità e sul rapporto fra crescita e ambiente. «Gli elementi essenziali da cui partire – dice Bologna – sono due: la crescita numerica degli abitanti del pianeta ed i pattern di consumo dei suoi abitanti».

Che cosa dicono le previsioni di crescita della popolazione terrestre?
«Stando all’ultimo population prospect prodotto nel 2005 dall’Onu (il rapporto è biennale, ndr) la previsione media parla di 9,1 miliardi di abitanti nel 2050. Oggi siamo 6 miliardi e 400 milioni».

Questa previsione che cosa significa?
«Che nell’arco della metà di questo secolo saremo chiamati ad affrontare il nodo della gestione dei beni comuni con una popolazione di oltre 9 miliardi di persone. Se posso cavarmela con una battuta, direi che al solo pensiero l’angoscia regna sovrana».

Il secondo corno del problema cui faceva riferimento invece sono i consumi. A che cosa si riferisce?
«Ai pattern di consumo, ovvero ai modelli con cui consumiamo. E qui sono tre gli aspetti da analizzare, partendo dalla considerazione che al miliardo di abitanti dell’area Ocse ormai si aggiunge un altro miliardo di persone che vivono nei paesi di nuova industrializzazione: Cina, Brasile, Argentina, Russia. Non tutte le popolazioni di questi paesi, ma parti di esse, che ormai intende consumare quanto consumiamo noi. Eccoli, quindi, i tre aspetti: la capacità del potere di acquisto di queste persone che sta salendo; il livello di crescita della catena alimentare di queste stesse popolazioni, che fino a poco tempo fa si nutrivano essenzialmente di prodotti vegetali e cerealicoli e che adesso consumano carne in buona quantità; la disponibilità di energia elettrica, ad esempio, per il solo funzionamento degli elettrodomestici ormai diffusissimi».

E’ perfino pleonastico chiederle se dal suo punto di vista puntare ad una crescita illimitata è possibile o no. E’ scontato che la risposta è «no».
«Certo, ma sbaglieremmo se pensassimo che è solo un punto di vista. C’è una questione oggettiva, scientifica, dalla quale non è possibile sfuggire, che molti scienziati ci segnalano ormai da anni. Il nostro pianeta è vasto 510 milioni di chilometri quadrati. Ha dimensioni finite. La sua capacità assimilativa di pressione non è infinita. E ciò che preoccupa è che nessuno di questi problemi è seriamente governato a livello mondiale».

Da questo punto di vista quali soluzioni propone?
«Servirebbe una grande concertazione, a carattere planetario, dove si affronti il problema dei beni comuni con sistemi di mercato raffinati e indirizzati. Cambiando radicalmente approccio, mettendo la natura nel conto come valore economico in sé, come patrimonio globale da governare. E puntando sull’innovazione, sugli investimenti per le energie rinnovabili, per l’efficienza ed il risparmio energetico. Questioni ormai di attualità, da praticare e non da annunciare. E’ evidente che tutto ciò è possibile solo con un multilateralismo che oggi non si vede. Ma il mantenimento dello status quo, per il quale si battono gli Stati Uniti di Bush, è una politica perdente, non certo capace di futuro».

Ed il metodo con cui gli Usa cercano di difenderla è terrificante: la guerra preventiva…
«Attenzione a non commettere un grave errore: gli Stati Uniti non sono solo l’amministrazione Bush. E’ negli Stati Uniti che si trova buona parte degli scienziati a cui mi riferivo. Sono loro che ci dicono, ormai, che questo livello di trasformazione di risorse non è mantenibile. Ci segnalano che per molti aspetti a un passo da quello che chiamano effetto soglia. Non è facile capire quale sia il limite, ma sul fatto che ci sia, non ci sono dubbi. Ripeto, sono il buon senso e la ragionevolezza che dovrebbero sospingere il pianeta a individuare tetti e target ben precisi, attraverso una dimensione multilaterale del confronto».

Come la mettiamo con la teoria della decrescita, di cui ad esempio il filosofo ed economista Serge Latouche è il principale sostenitore?
«Quando abbiamo avuto occasione di parlarci, ed è accaduto in diverse occasioni, ho avuto modo di dirgli che sono favorevole a decrescere, ma non rinuncio a parlare di sostenibilità dello sviluppo, un termine che invece spesso economisti e sociologi ignorano. E’ nella stessa definizione di sviluppo sostenibile che, di fatto, si accetta la decrescita. Però parlare di decrescita tout court può spaventare. Credo che la sostenibilità possa essere il cavallo di Troia per spiegare che cosa significa dal punto di vista concreto un nuovo modello di vita che non può ignorare l’esigenza di decrescere».

Lei si è sempre battuto per mettere «la natura nel conto», ovvero per introdurre indicatori ambientali che affianchino quelli economici. Ci può spiegare il motivo?
«Cerco di essere semplice: per consentire anche all’uomo della strada di avere criteri di valutazione che non siano più solo quelli costituiti dal Pil, dal tasso di occupazione e dal tasso di inflazione. Jochen Jesinghaus, ricercatore della Commissione europea, proponeva l’introduzione dell’Ippo, ovvero indice di performance politica, proprio con questo obiettivo, sostenendo che ormai il Pil fosse da superare».

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