[17/03/2009] Energia

Nucleare, tutto quello che Thomas L. Friedman non dice

LIVORNO. Si parla di nucleare e si deve intendere quello di terza generazione, che ha appena qualche vantaggio in più della seconda, ma non ne risolve affatto né il problema delle scorie né quello del combustibile, né tanto meno quello della sicurezza. Quello di quarta generazione (che dovrebbe risolvere il problema delle scorie e del combustibile procedendo con un processo di autofertilizzazione, ma non certo quello della sicurezza) è per ora una chimera e la fusione è ancora in fase del tutto embrionale. Eppure già in grado di affascinare anche un giornalista con i piedi per terra come Thomas L. Friedman (Nella foto), tre volte premio Pulitzer per i suoi reportage dai paesi in guerra, soprattutto quelle in cui all’origine c’è il tema dell’approvvigionamento petrolifero. Sulle pagine di Repubblica, Friedman racconta oggi di una sua visita al National Ignition Facility (un centro dove si studia la reazione di fusione), vicino a San Francisco, da cui ne deriva che appunto siamo ancora al novero degli esperimenti, ovvero del tentativo di utilizzare la potenza energetica di un fascio laser per attivare la reazione che partendo da due isotopi dell’idrogeno (il deuterio e il trizio) li faccia “fondere” generando grandi quantità di energia.

«Quando nei laboratori si sarà dimostrato di poter ottenere un guadagno energetico da un sistema laser di questo tipo- dice Friedman- il passo successivo (se si potrà contare su finanziamenti governativi e privati) consisterà nel costruire un impianto energetico pilota a fusione controllata per poter dimostrare che ogni società energetica locale potrà munirsi di un proprio sole in miniatura su base commerciale» a dimostrazione del fatto che siamo ancora agli albori. E che questa ricerca se può suscitare fascino - come spesso accade nei confronti della capacità umana di indagare frontiere che sfiorano la fantascienza- è ancora lontana dall’essere realizzata anche sottoforma di prototipo. Come è il caso del reattore a fusione nucleare Iter, che sarà costruito a Cadarache, nel sud della Francia, che prevede di raggiungere, tra dieci anni, la prima reazione sperimentale: nemmeno quindi il prototipo industriale per la produzione di energia. L’Iter è un progetto che costerà ben 10 miliardi di euro, di cui il 50% saranno messi dall’unione europea e il 10% dalla Francia e che secondo il commissario Manuel Barroso, dovrebbe rappresentare la risposta alla doppia sfida della sicurezza energetica e dei cambiamenti climatici.

Ma che non risponderà facilmente né all’una né all’altra aspettativa. Intanto perché il reattore a fusione Iter è una sperimentazione, che avrà solo il ruolo di fornire le indicazioni necessarie sulla fisica del plasma per permettere in seguito di avviare una reazione di fusione stabile, e per cui non è possibile parlare di sicurezza, che andrebbe- semmai- valutata almeno sul primo prototipo industriale. E che si tratta comunque sempre di materiale radioattivo da maneggiare: il trizio, ovvero uno dei due elementi usati nella reazione è un isotopo radioattivo dell’idrogeno e la reazione deuterio-trizio che si cerca di innescare non è assolutamente pulita, perché produce un neutrone con più di tre quarti dell´energia emessa, che è la causa principale delle quantità di scorie radioattive prodotte anche da un reattore a fusione. Inoltre, il trizio non esiste in natura e deve essere prodotto, tramite un´altra reazione, mentre per il deuterio l’approvvigionamento sarà attraverso l’acqua pesante generata in un altra centrale nucleare a fissione.

Riguardo al fatto che possa essere questa la strada per dare una risposta ai cambiamenti climatici, sono gli stessi tecnici a dire che, ad esempio, il progetto Iter prevede di raggiungere tra dieci anni la prima reazione sperimentale, così come al Nif visitato da Friedman, si è ancora alla fase di studi che potrebbero portare a risolvere, in laboratorio, nei prossimi anni il problema di come avviare l’accensione della reazione.

«Per qualche tempo ancora avremo bisogno del carbone - dice Friedman - ma faremmo bene a non inseguire la chimera di poter utilizzare un “carbone pulito”, nel momento stesso in cui il nostro futuro in realtà dipende già oggi dalla nostra capacità di creare tecnologie radicalmente nuove, in grado di rimpiazzarlo una volta per tutte». Siamo d’accordo sul carbone, ma perché non investire capacità e risorse per migliorare le tecnologie delle energie rinnovabili, che sono già adesso una realtà e che non hanno un problema di approvvigionamento di combustibili, anziché inseguire chimere del domani?

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