[16/03/2009] Comunicati

Processi partecipativi e sostenibilità: l´esperienza di Cisternino 2020 a Livorno

LIVORNO. La Toscana (o forse sarebbe meglio dire i cittadini toscani) sembra aver preso molto sul serio la ‘partecipazione’, fino a qualche anno fa parola comune e oggi concetto assai complesso (quindi di sinistra, chioserebbe qualcuno) e flessibile, che guarda al dibattito pubblico francese ma anche al town meeting anglosassone e ad altre esperienze nel mondo. La Toscana del resto è la prima Regione italiana ad avere approvato una legge che riconosce e garantisce a tutti il diritto alla partecipazione, grazie alla quale cittadini, associazioni e istituzioni toscane potranno presentare richieste perché sui grandi interventi e progetti, regionali e locali, si aprano processi di partecipazione.

Se la legge toscana sulla partecipazione è stata definita come “un antidoto all´antipolitica, un punto di incontro tra democrazia partecipativa e democrazia rappresentativa per fare prima e meglio, una scommessa anche sulle capacità dei cittadini perché sui grandi progetti si apra una discussione prima e non quando, all´inaugurazione di un cantiere, si alzano le prime proteste”, chi questa scommessa sembra averla vinta sono stati i cittadini di Livorno, che venerdì scorso hanno presentato alla città il documento "Che fare nel Cisternino di città dopo la ristrutturazione": un edificio costruito nel 1800 per raccogliere l’acqua dell’acquedotto utilizzato nel dopoguerra come Casa della cultura e poi condannato a un luogo abbandono.

Fino a quando nel luglio scorso oltre 200 persone hanno preso all’Open space tecnology dove sono state raccolte tutte le idee sul futuro del Cisternino la cui ristrutturazione terminerà entro il 2010. E’ vero che la partecipazione non si organizza ma si suscita, ed è indubbio che l’open space tecnology è stato organizzato dal Comune di Livorno che ha vinto un finanziamento europeo e regionale e poi ha incaricato esperti di livello internazionale come Susan George e Marianella Sclavi per far partire il carrozzone… Almeno inizialmente quindi l’operazione poteva essere stata pensata come uno spot, o comunque come un’iniziativa di immagine e certo nessuno, compreso il sindaco Cosimi, poteva immaginarsi che dopo l’open space un agguerritissimo gruppo superstite di 20-30 cittadini (professionisti giovani e meno giovani, studenti, imprenditori, pensionati, ambientalisti) lavorasse con tanta serietà e impegno a questo processo partecipativo arrivando dopo 10 mesi (oltretutto in tempi assai più brevi di quelli ipotizzati inizialmente) a redigere da una parte il testo unico (già approvato dal consiglio comunale) per la futura gestione del Cisternino, dall’altra il documento conclusivo di presentazione alla città. Due atti fondamentali, soprattutto il testo unico, che garantirà una gestione davvero partecipata della struttura (chiunque andrà a gestirla), che rimarrà di proprietà comunale .

Il risultato oggettivo è che la partecipazione organizzata inizialmente (quindi dall’alto), ha creato i presupposti perché una vera cultura della partecipazione fosse suscitata in città, con la prospettiva quindi di andare ora a partecipare (anche dal basso) nuove scelte che si profilano all’orizzonte cittadino, a meno che il Comune di Livorno non voglia fare un clamoroso autogol dando credito a coloro che alzano le spalle pensando al processo partecipativo del Cisternino come «a una foglia di fico» dietro cui nascondere i vecchi metodi da sempre utilizzati per le grandi decisioni (soprattutto di tipo urbanistico ed energetico).

E’ vero infine che il miglior metodo possibile non significa automaticamente la miglior decisione possibile, ma in ogni caso si tratta di un percorso che al di là del merito risulta sicuramente più sostenibile dal punto di vista sociale e forse anche da quello ambientale.

«Noi abbiamo immaginato e raccolto simbolicamente e concettualmente nel Lapis (laboratorio per l’arte, la partecipazione, l’innovazione e la sostenibilità, ndr) le tematiche emerse dai cittadini, le macro aree di interesse comune scaturite dalle 37 idee progettuali che sono state portare e raccolte alla Stazione Marittima il 22 maggio dello scorso anno – si legge nel documento finale - Questo processo partecipativo si è evoluto da allora con la passione, lo studio, la sperimentazione di un metodo, il confronto».

Il gruppo di lavoro del processo partecipativo ha elaborato quindi un testo che getta le basi per la gestione della struttura. Propone di promuovere un nuovo modo di vivere la nostra città e il territorio, stimolando la partecipazione di tutti i cittadini a decidere la città, per favorire in primo luogo uno sviluppo “etico” della nostra società. Lapis lavora per coinvolgere e integrare tutte le realtà individuali e collettive del territorio, naturalmente le associazioni già presenti per consentire l’incontro tanto conviviale quanto produttivo tra persone che hanno voglia di parlare, fare, condividere spazi, idee, punti di vista con l’obiettivo di sviluppare e accrescere il capitale culturale ed economico di Livorno.

Lapis sarà un incubatore di progetti partecipati, come era emerso anche da diverse proposte nel corso dell’Open Space e che è stato oggetto di una specifica area di lavoro del processo. E’ il metodo partecipativo che afferma il grado di uguaglianza tra i partecipanti, il come fare che sarà utilizzato a tutti i livelli, organizzativo, decisionale e relazionale.

«L’innovazione di prodotto e di processo, è sì uno strumento di competitività – si legge nel testo unico - ma è soprattutto costruzione di scenari e di ipotesi di futuro che adottino i nuovi paradigmi della sostenibilità e della complessità, al fine di sviluppare il capitale umano e rendere sempre più duraturo il capitale naturale. Questo è il tipo di innovazione a cui vuole tendere il progetto Lapis, orientando sempre di più le attività di innovazione, come ad esempio la Ricerca e Sviluppo non legata ad una specifica innovazione, verso una maggiore efficienza e un minore spreco di risorse, siano esse naturali o umane».

Almeno in questo processo partecipativo quindi la sostenibilità è considerata in modo trasversale a tutte le macroaree di interesse, tanto che, si legge ancora nel documento, «la sostenibilità sia ambientale che economica che sociale, è oggi il paradigma a cui ispirare qualsiasi scelta, esattamente quello che sta facendo il nuovo presidente degli Stati Uniti Barack Obama, con uno sforzo di pensiero che tenga conto allo stesso tempo delle generazioni presenti e di quelle future e che favorisca forme più alte di democrazia e di gestione costruttiva dei conflitti, oltre a una socialità vissuta più pienamente. L’esperienza dell’Open space ha dimostrato proprio quanto sia aumentata la sensibilità ai temi legati all’ambiente, all’uso sostenibile delle risorse, alle conservazione delle biodiversità

La teoria dei sistemi insieme a un nuovo approccio alla complessità se applicate a realtà quali una città e il territorio potrebbero permettere di adeguare gli strumenti di indagine e valutazione e calibrare gli interventi per raggiungere gli obiettivi di innovazione, qualificazione e sostenibilità complessiva».

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