[13/03/2009] Comunicati

Riconversione ecologica dell´economia è riconversione della manifattura

LIVORNO. C’è voluta la crisi economica che si è rovesciata su quella reale creando perdita di posti di lavoro, necessità di ricorrere alla cassa integrazione e alla mobilità per far riscoprire al paese che gli operai non sono estinti, anche se per alcune categorie si potrebbe aprire una lista rossa (quella utilizzata per indicare le specie a rischio estinzione). Dopo l’illusione che l’economia del 21 secolo fosse ormai caratterizzata da una progressiva dematerializzazione e da una estrema finanziarizzazione, il crollo dei sistemi economici che sono stati all’avanguardia in questa trasformazione (Usa in primis) ha fatto risvegliare dal sonno e riscoprire quanto fosse importante la presenza industriale e manifatturiera per la tenuta economica. «Oggi i paesi con un alto indice di presenza industriale mostrano una bilancia commerciale molto più favorevole rispetto a quelli che più velocemente hanno proceduto verso un processo di deindustrializzazione. Il fatto di aver conservato un apparato industriale di dimensioni ancora ragguardevoli ha permesso all’Italia di fare fronte alle sue storiche debolezze».

Parole e musica di Romano Prodi, ex presidente del Consiglio, che scrive oggi nel suo intervento di investitura alla spagnola Real academy de Ciencis Economicas y financieras, di cui uno stralcio è oggi sul Sole24ore. «Germania e Italia- ricorda Prodi- presentano nel 2007 non solo il più alto valore aggiunto totale nel settore manifatturiero (rispettivamente 519 e 251 miliardi di euro) ma anche il più alto valore aggiunto procapite». Scendere al di sotto di certi limiti di presenza manifatturiera e di produttività può essere, secondo Prodi «pericoloso» mentre «il calo del peso dell’industria negli Stati Uniti e in alcuni grandi paesi europei (segnatamente la Gran Bretagna ndr) ha superato ogni previsione e – dice ancora Prodi - a mio parere, anche molte logiche di convenienza economica».

Sarebbe da chiedersi infatti quali sarebbero i dati della Germania se non avesse quel dato relativo al settore manifatturiero, visto che ha registrato nel quarto trimestre 2008 una contrazione dell’economia del 2,1% rispetto al periodo precedente, con il rischio che il primo trimestre di quest’anno sia anche più negativo, dato il calo della produzione del 7,5% a gennaio 2009. Basti pensare che negli Stati Uniti, dove si è puntato fortemente sulla deindustrializzazione e sulla finanziarizzazione, la Federal Reserve ha comunicato ieri che il patrimonio netto degli americani è caduto nel 2008 del 18%.

«Non possiamo continuare a basare la nostra economia sulla speculazione a rotta di collo o spendendo al di là dei nostri mezzi» - ha commentato il presidente Barak Obama, che ha chiesto agli industriali di aiutarlo a costruire le basi per una nuova economia «attraverso investimenti strutturali e una rivoluzione nell’ambiente. Cose che restano».

E’ evidente che il sistema finanziario ha un ruolo importante per sostenere l’industria e poter garantire che si rimetta in moto la locomotiva e come ha sottolineato il governatore Mario Draghi nella veste di presidente del Finacial stability forum «La priorità deve essere quella di mantenere i flussi di credito all’economia», ma è altrettanto evidente che se non si indicano anche quali debbano essere i binari su quali farla muovere questa locomotiva, si può correre il rischio che si fermi di nuovo dopo l’attuale deragliamento. E qui sta il ruolo della politica nel dare orientamento e regole, altrimenti – come l’attuale crisi globale ce ne dà atto - è difficile che lo spontaneismo possa portare a risultati duraturi. «Questo invidiabile e invidiato dinamismo imprenditoriale – ricorda oggi Giangiacomo Nardozzi, riferendosi al ruolo svolto dalle piccole imprese che rappresentano il 95% del sistema produttivo- non può fare più di tanto se non sorretto da un’azione di sistema che spetta alla politica»

Non esistono venti favorevoli se il marinaio non sa dove andare, diceva Seneca e la direzione non può essere che quella di una economia ecologica in cui l’industria manifatturiera, rinnovata grazie a investimenti su ricerca e innovazione tecnologica, è un pilastro fondamentale.

I dati citati da Prodi, ci mostrano che l’Italia non ha completamento dismesso i suoi abiti di paese manifatturiero, ma l’anomalia italiana è stata quella di perseguire uno sviluppo senza ricerca; anomalia dettata anche dal fatto che di quel misero 1% del pil destinato a ricerca e sviluppo, quello che investono le imprese è concentrato in gran parte nelle grandi industrie, mentre è irrisorio quello che si investe nella piccole, che rappresentano invece la gran parte del sistema produttivo. Non solo, ma quando si parla di’innovazione, questa è perlopiù concentrata nell’innovazione di prodotto e anche quando si fa innovazione nei processi lo si fa in funzione della qualità del prodotto e non per migliorare il processo stesso, riducendo materie prime, emissioni, scarti.

L’altra anomalia è che nonostante i processi di automazione nel comparto produttivo abbiano portato ad una minore richiesta di addetti, non diminuisce il lavoro manuale su scala nazionale, ma diviene semmai più scadente in termini di qualità, di sicurezza e di salario, fino ad arrivare allo sfruttamento operato nel lavoro irregolare e nero e alle morti bianche, divenute una triste ricorrenza nel nostro paese.

Una riconversione ecologica dell’economia basata su una industria manifatturiera orientata dall’innovazione tecnologica sui due grandi corni dei flussi di materia e di energia, potrebbe allora garantire anche una occupazione più stabile e dare la possibilità ai lavoratori di riportare a tema i loro diritti. Insomma anche se il momento è difficile e nessuno sa fare pronostici su quanto lunga sarà questa recessione, la sfida dovrebbe essere quella di cogliere le caratteristiche del nostro sistema produttivo, valorizzando quanto c’è di buono e migliorandone gli aspetti meno qualificanti. Certo è, per dirla anche con Maurizio Lupi e Ermete Realacci, «ora di cambiare direzione(…) e di utilizzare la crisi per cambiare con più attenzione alla giustizia sociale e all’utilizzo della sfida ambientale per rilanciare la nostra economia».

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