[13/03/2009] Comunicati

Un Piano Marshall climatico per sfruttare tutte le possibilità di sviluppo della lotta al global warming

LIVORNO. Dalla Conferenza scientifica internazionale "Climate Change: Global Risks, Challenges & Decisions", chiusasi ieri all’università di Copehagen, viene un messaggio chiaro: «La lotta al cambiamento climatico non può essere solo una questione di chi se ne assumerà l´onere, ma potrebbe invece essere una gara per chi ne otterrà i benefici». Nella capitale della Danimarca è stato presentato un “new economic modeling” sviluppato da un gruppo di ricercatori dell’Università di Cambridge che, contrariamente agli attuali modelli sui costi di riduzione delle emissioni di gas serra e per la lotta contro il cambiamento climatico, conclude che, anche con riduzioni molto severe, se i governi procedono nel modo giusto sono in grado di creare vantaggi in un contesto macroeconomico.

Terry Barker, direttore del Cambridge centre for climate change mitigation research (4Cmr), del Department of land economy dell’Università di Cambridge e membro dello Scientific steering committee of the Congress,
«Molti degli attuali calcoli sono sbagliati per il presupposto che le misure più severe aumentano necessariamente il costo complessivo, soprattutto quando, come oggi, c’è disoccupazione ed un sostanziale sottoutilizzo delle capacità. Ci sono prove che obiettivi più forti di riduzione e regolamentazione dei gas serra possono effettivamente aumentare i benefici e l’innovazione attraverso una migliore distribuzione di tecnologie a basse emissioni di carbonio, e con l´aumento delle entrate da imposte o permessi. Tali entrate possono essere spese per sostenere ulteriormente le nuove tecnologie e ridurre altre imposte indirette, garantendo la neutralità fiscale di queste misure. L´attuale crisi finanziaria mondiale deve essere vista come un tempestivo stimolo per affrontare i cambiamenti climatici, non come un ostacolo. Se tutti i paesi del G20 adottassero un Green New Deal simile a quello proposto dal presidente Obama, l´economia mondiale potrebbe esserne notevolmente rafforzata, in particolare i settori produttivi delle tecnologie a basse emissioni di carbonio. Ma è fondamentale un coordinamento a livello mondiale. In ogni singolo Paese il New Deal può fallire se la sua domanda supplementare di beni e servizi viene soddisfatta con le importazioni. Se agiamo tutti insieme, le esportazioni aumenteranno e si potrà recuperare l’occupazione molto più velocemente».

Barker propone un nuovo “Piano Marshal per il clima che sarebbe vantaggioso per tutti, ad iniziare dalla prospettiva di una nuova crescita economica basata sulla mitigazione del cambiamento climatico che potrebbe generare fondi per aiutare i Paesi in via di sviluppo ad adeguarsi ai cambiamenti che sono ormai inevitabili. Anche a Copenhagen il dibattito se la lotta al global warming sia un costo o un’opportunità è proseguito, ma i dati presentati al Congresso dimostrano una verità ormai inconfutabile: i costi economici dell’inazione sarebbero di proporzioni inaspettate.

Uno studio presentato alla Conferenza scientifica internazionale dimostra che la produttività dei lavoratori che lavorano all’aperto a New Delhi´s è calata del 10% rispetto agli anni ’80, come conseguenza diretta del cambiamento climatico, un ulteriore aumento di 2 gradi delle temperature potrebbe ridurre la loro produttività di un altro 20.

«L´aumento eccessivo e l’esposizione al calore influiscono sulla vita quotidiana, il lavoro e la salute delle persone povere nei paesi tropicali. Un effetto dei cambiamenti climatici fino ad ora è stato trascurato» ha Tord Kjellström, visiting fellow al National centre for epidemiology and population health dell’Australian national università

Un studio sulle foreste dimostra che un passaggio della produzione da specie di conifere adattate al freddo, come l’abete delle Norvegia, a latifoglie più tolleranti a climi caldi, la quercia, provocherebbe notevoli perdite nette del valore delle foreste in Europa. L´area forestale europea (escludendo la Russia) è di circa 1,6 milioni di km2. Applicando un modello che prevede lo spostamento di 32 grandi specie arboree in questa area, si scopre che con uno scenario che prevede un presunto aumento di temperatura di circa 6 gradi nel 2100, grandi regioni d´Europa saranno ricoperte da una vegetazione di tipo mediterraneo, a predominanza di querce a bassa produttività economica e Marc Hanewinkel, dell’istituto di ricerche forestali del Baden-Wuerttemberg, università di Friburgo, ha sottolineato che «La perdita del valore della superficie forestale legata a tale processo è stimata pari a un valore medio di 200 miliardi di euro»

Un altro studio dimostra che se il Giappone non spenderà almeno 128 miliardi di yen (1 miliardo di euro) per difendere i suoi porti da venti e tempeste sempre più forti e frequenti, potrebbe trovarsi a dover subire danni che causerebbero perdite valutabili tra l’1,5 al 3,4% del suo Prodotto interno lordo (che nel 2007 è stato di 3,41 miliardi di euro entro), una cifra colossale che sarebbe dovuta al solo fatto dell’aumento dei giorni in cui i porti giapponesi rimarrebbero bloccati dal maltempo. Miguel Esteban, postdoctoral fellow all’the United Nations university institute of advanced studies ha spiegato che «La pianificazione portuale dovrebbe tener presente in sede di progettazione delle capacità dei porti. La loro progettazione deve essere in grado di evitare l´aumento di ritardi e inattività a causa di vento e pioggia. Analogamente, devono essere attuati piani di difesa marittima per limitare i danni causati dalle onde. Non farlo potrebbe portare a strozzature nella spedizioni delle merci e a limitare la crescita economica giapponese».

Forse, gli atti della Conferenza di Copenhagen dovrebbero essere letti soprattutto per chi crede che il cambiamento climatico sia un trastullo inventato per scienziati ed ambientalisti che non ne capiscono niente dell’economia reale.

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