[11/03/2009] Comunicati

Nicola Bellini nuovo direttore di Irpet: «Nel rapporto Toscana 2030 useremo l´Indicatore di sviluppo umano»

FIRENZE. La quantificazione con metodologia scientifica (cioè oggettiva) del prelievo effettuato nei confronti del capitale naturale costituisce uno degli obiettivi più stringenti che deve essere perseguito per orientare il sistema produttivo in direzione della sostenibilità. Va cioè capito (e quantificato in via oggettiva) quale tasso di prelievo sia da considerarsi sostenibile, e conseguentemente quale sia il livello oltre il quale si ha l’insostenibilità.

Al pari, posto che il Pil ha una sua utilità nella misurazione della ricchezza prodotta, è però necessario che esso sia affiancato, se non preceduto, da indicatori che tengano in considerazione anche elementi di qualità della vita umana e di sostenibilità dell’impatto delle attività produttive. Indicatori che già sono ampiamente utilizzati in letteratura dello sviluppo, ma il cui ruolo è tuttora essenzialmente accessorio nella programmazione e nell’analisi economico-finanziaria.

In un mondo futuribile e sostenibile, nei tg della sera e sui quotidiani, non si parlerà più (solo) di classifiche tra nazioni basate sulla loro capacità di produrre ricchezza, ma verrà posta al centro la capacità di produrre, oltre che ricchezza, benessere, e di farlo con un impatto sul capitale naturale che sia sostenibile.

L’altra speranza è far sì che la capacità di analisi e le raffinate metodologie che sono adottate dai centri di analisi economico-finanziarie, come è Irpet in Toscana, possano essere applicate anche nella definizione di indicatori che meglio descrivano tutti gli aspetti della produzione. E la cosa migliore sarebbe che fossero proprio gli stessi centri di analisi a essere investiti di questo incarico, visto che già vari di essi (tra cui Irpet) producono studi riguardanti aspetti ambientali, e conseguentemente si tratta solo di perseguire una maggiore integrazione tra le ricerche prodotte, cioè di combinare le analisi sulle attività economiche con quelle sul degrado ambientale, e rappresentare adeguatamente i loro processi di interazione.

Un processo che, comunque, è già stato in parte intrapreso: in un suo intervento su greenreport del 5 giugno scorso, la dirigente responsabile di area "Imprese, settori produttivi e ambiente" Renata Caselli ha spiegato come l’Irpet stia predisponendo «una matrice regionale di contabilità ambientale articolata per settori di produzione e famiglie, che associa ai comportamenti "economici" degli operatori le rispettive emissioni in aria e il prelievo di risorse naturali vergini». Si tratta della «prima matrice costruita in Italia, in collaborazione con ISTAT che, successivamente, ha costruito anche quella del Lazio», e ad essa saranno affiancate, in futuro, matrici su scala sub-regionale (sempre relative alle emissioni) e matrici regionali relative alle risorse idriche ed energetiche.

Il Cda di Irpet ha ieri nominato, come direttore per il triennio 2009-2011, il prof. Nicola Bellini (nella foto), coordinatore del laboratorio Management e innovazione della scuola superiore di studi universitari s.Anna di Pisa e direttore del Galileo Galilei italian institute a Chongqing (Cina). Abbiamo sentito il suo parere riguardo alle più recenti stime sull’economia Toscana, e alla prospettiva di una nuova era in cui la programmazione economica e finanziaria sia sempre più (e realmente) integrata con quella ambientale.

Bellini, quali novità dobbiamo attenderci dalla sua nomina?
«Nessuna novità, nel senso che Irpet ha 40 anni di storia, è una realtà molto importante, e uno dei pochi istituti che è sopravvissuto alle “riorganizzazioni” avvenute negli anni passati, per la ricchezza di idee e di interpretazioni che fornisce. Io sono qui per dare il mio contributo».

A parte l’inadeguatezza dell’indicatore, le previsioni per il Pil 2009 vedono un segno negativo dell’1% in Toscana. Questo dato è da rivedere al ribasso, parallelamente con quanto vediamo in questi giorni per le stime su analoghi indicatori nazionali?
«Si, il dato va ribassato. Irpet ha un’aspettativa per un 2009 estremamente negativo, più o meno in linea con il dato nazionale, quindi intorno al 2,3-2,4% di caduta del Pil. Ciò significa che sarà un anno in cui vedremo i reali effetti occupazionali della crisi.
Tutto sommato, infatti, il calo occupazionale nel 2008 non è apparso significativo, e questo è legato anche a motivi tecnici, cioè ai metodi di rilevamento dei dati. Ma il 2009 questo regalo non ce lo farà. Il calo occupazionale nel 2009 sarà concentrato probabilmente nell’industria, ma anche nel terziario. La speranza è che a fine 2009 si abbia un inversione di tendenza, ma per questo è necessario che le politiche regionali e nazionali agiscano con efficacia per affrontare il problema.

Riguardo al Pil in sé e per sé, stiamo lavorando al rapporto Toscana 2030. In esso, utilizzeremo l’Indicatore di sviluppo umano, che comprende gli elementi di benessere (l’indice Isu o Hdi – Human development index - introdotto in letteratura dello sviluppo fin dal 1990, è l’indicatore che riunisce i dati di crescita economica con svariati altri fattori legati alla sanità, all’alfabetizzazione, alla speranza di vita, alla disponibilità idrica e alimentare ecc, nda). Questo tipo di misure inizia ad essere pane quotidiano di chi produce analisi come quelle di Irpet e di chi le utilizza per prendere decisioni politiche.
Comunque, non butterei a mare il Pil. Il nostro modello di sviluppo richiede comunque uno sviluppo quantitativo. Dobbiamo continuare a misurarlo, anche in Toscana, perchè è vero che non misura la felicità ma un Pil in crescita è una delle condizioni per mantenere il livello di sviluppo».

Anche perché si può avere quantità senza la qualità, ma non il contrario...
«Si, in questo momento è difficile immaginare una qualità senza una quantità. Il problema è che anche la quantità non basta, occorre vedere di quale quantità parliamo».

La regione Toscana ha sollecitato Irpet ad estendere, nel rapporto 2009, le proprie analisi anche ad aspetti più qualitativi della produzione. E il suo predecessore, Giovanni Andrea Cornia, nel commentare il documento «Struttura economica, ciclo e benessere» durante la presentazione del rapporto Irpet 2008, ha sostenuto che le economie mature, non potendo crescere all’infinito «devono indirizzare necessariamente la loro crescita al benessere, inteso come tempo libero, relazioni sociali, ambiente più pulito». Ma come misureremo questa crescita?
«Cornia è stato allievo diretto di Amartya Sen, proprio colui che ha introdotto l’Indice di sviluppo umano di cui parlavo prima. Dal punto di vista della misurazione basta creare un paniere di dati che tenga presente non solo la crescita economica ma anche il benessere e la qualità della vita. Il problema è la scelta di quali, tra gli indicatori adottabili, siano adeguati».

La questione di fondo sembra questa: il legame tra finanza, energia e commodities-produzione-occupazione-consumi è assolutamente, fisicamente, inscindibile. Eppure è culturalmente e politicamente scisso. In altre parole, sembra che la vecchia definizione di economia come “scienza delle risorse limitate” sia stata messa da parte a favore di una nuova concezione, ancora oggi predominante nonostante le crisi che stiamo vivendo (e probabilmente loro causa principale). Un’economia che sembra percepire come illimitata la disponibilità di risorse. Perchè avviene questo?
«Mentre in tempi recenti c’era stata la tentazione di immaginare un futuro post-industriale in cui la crescita era irrilevante per il sostegno delle economie avanzate, penso che ora siamo in una fase più matura, in cui la prospettiva non è più “post” ma “neo”-industriale. Il produrre manufatti continua ad essere il nocciolo dello sviluppo, e questo è condiviso: ora la contrapposizione tra crescita e decrescita è passata, e stiamo lavorando ad una vera sintesi delle due posizioni.
Non vorrei citare il solito Obama che tutti citano, ma... la crisi è pesante ma rappresenta comunque un’opportunità: in America si è operata una fase di intervento pubblico che sostiene la crescita. Ma non una crescita a qualsiasi costo: oltreoceano lo Stato sta costringendo l’economia a introdurre nella produzione elementi di tecnologia, di conoscenza, di qualità, di tutela ambientale, di diritti umani e di reti di sostegno sociale. Questo è il messaggio forte che ci arriva dall’altra parte dell’Atlantico, messaggio che sarebbe il caso di ascoltare, in Toscana e in Italia».

Sul risparmio e l’efficienza nell’uso dell’energia, in Toscana qualcosa si è detto e fatto, sul consumo di materia non si è né detto né fatto. Non crede che anche sul versante del consumo di materia debbano essere adottati indicatori, analogamente a quanto ha fatto l’Istat, e monitorati i flussi?
«Assolutamente sì. Comunque, oltre agli indicatori, voglio sottolineare che vedo in Toscana dei punti di eccellenza, riguardo alle tecnologie per il risparmio di materia. E mi piacerebbe che questi processi fossero sempre di più “made in Tuscany”. Naturalmente in questo avranno anche un ruolo le politiche pubbliche».

Lei è tuttora direttore del Galileo Galilei Italian Institute a Chongqing (Cina). Quali differenze nota nell’approccio alle politiche ambientali adottato in estremo oriente e in Italia?
«Il tema delle risorse naturali è una priorità altissima, in Cina, e Chongqing è uno dei principali laboratori di sperimentazione nel settore. L’istituto S.Anna organizzerà nel corso del 2009 un workshop sul tema, che si terrà a Firenze e in cui si confronteranno esperti provenienti dalle due diverse realtà. E devo dire che, diversamente da noi, i cinesi stanno investendo molto sul contrasto al degrado ambientale».

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