[10/03/2009] Comunicati

Scetticismo, negazionismo e (presunte) doppie verità

FIRENZE. «A loro piace spaventarti. Dirti che la terra sta bruciando, mostrarti foto di campi seccati, di animali morti, e di bambini affamati. A loro piace dirti che il pianeta sta morendo, e dobbiamo salvarlo ad ogni costo. A loro piace dare la colpa alla gente, alle innumerevoli anime che popolano questo pianeta... dicono che è colpa nostra, perchè viviamo».

«Loro» sono l’Onu, la Ue, la comunità scientifica e climatologica accreditata, e tutti quei decisori politici, quei commentatori e quelle persone comuni che ritengono, sulla base dei documenti scientifici fin qui prodotti, che il ruolo antropico nella fase di surriscaldamento sia significativo, se non preponderante. Sono «loro», quindi, i responsabili della gigantesca macchinazione che sta alla base dell’emergenza climatica. Una macchinazione che, attraverso un mix di paura, pietismo ipocrita e green-washing, vuole indurre cambiamenti deleteri nel sistema economico, politico, sociale e produttivo dell’intero pianeta.

Questo capolavoro di studiato vittimismo altro non è che la presentazione che l’Heartland institute (uno dei più faziosi think-tank repubblicani) dedica in un video promozionale alla conferenza sul clima da esso organizzata a New York. La conferenza, di cui vi avevamo parlato nei giorni scorsi e che si concluderà oggi, è l’appuntamento annuale che riunisce i più rappresentativi tra i cosiddetti Climate skeptics, e cerca, con ogni artefizio (a cominciare dal nome, che sbertuccia quello della vera conferenza sul clima che si terrà a fine dicembre a Copenhagen), di accreditarsi come Nemesi, come contraltare, come “altra voce sul clima” rispetto a quella “ufficiale”, così opprimente e politicizzata.

Un gruppo molto eterogeneo sia nella sua composizione, e anche nelle piattaforme di riferimento: alcuni di essi ritengono (o affermano di ritenere) che il Gw non esista, altri che esista ma che sia di origine quasi esclusivamente naturale, altri ancora ritengono che il ruolo antropico sia significativo e che quindi il pianeta si riscalderà sempre più al crescere delle emissioni, ma “spiegano” come questo sia un bene.

Il bello (anzi, il problema) è che nessuno, nemmeno quell’Ipcc che gli scettici vituperano, ritiene che il ruolo umano sul clima sia ormai quantificato con precisione: in mezzo a molteplici valutazioni di matrice probabilistica, l’unica reale certezza rintracciabile nel quarto rapporto è l’inequivocabilità della fase di surriscaldamento globale (di un range da 0,56° a 0,92° C dal 1906 al 2005), non dell’effettiva rilevanza del ruolo antropico (che è comunque suggerita da moltissimi indicatori e ritenuta, nel quarto rapporto, «molto probabilmente causa di gran parte degli incrementi di temperatura media avvenuti dalla seconda metà del secolo scorso»). E nessuno, tra i politici che (come Barack Obama) hanno scelto di affrontare il problema in modo deciso, vuole perseguire questo obiettivo senza tenere in considerazione i rischi connessi alla stabilità del sistema produttivo e alle esigenze occupazionali e sociali.

Eppure, c’è chi ha interesse ad affermare che non è così, e vai con gli allarmi sulla “strategia della paura climatica”, con le sue foto di piante seccate, di bambini affamati... una strategia che, in Italia, conosciamo bene, fin dagli anni ’70 del secolo scorso, e che ancora oggi è l’arma politica più utilizzata su quei media che vogliono indurci a credere che ogni atto violento sia compiuto da extra-comunitari, preferibilmente rumeni oggi, preferibilmente albanesi ieri, preferibilmente nordafricani ieri l’altro.

«Non è la guerra ad essere la continuazione della politica con altri mezzi, è la politica che è la continuazione della guerra con altre paure»: così il gruppo teatrale “Fura dels Baus” racconta la sua idea di politica nello spettacolo-capolavoro “Boris Godunov”, dedicato alla drammatica incursione che alcuni anni fa dei miliziani ceceni compirono in un teatro di Mosca. Citiamo questo per chiarire che – di per sé – è vero che la politica agisce spesso attraverso l’induzione di paura, a fini piuttosto evidenti.

Ma questo discorso non vale per il clima, dove le scelte politiche si basano su valutazioni ormai accertate riguardo ad un problema (quello delle emissioni) che è reale, e non è certo stato inventato da chicchessia. E’ vero che lo scetticismo è la radice della scienza sperimentale, ed è vero che nella semplificazione mediatica spesso le valutazioni probabilistiche diventano deterministiche, e i “forse” diventano “sicuramente”, gli “è probabile” diventano degli “è appurato”. Ma crediamo che il problema sia nell’eccessiva volontà di sintesi e nella ridotta preparazione di chi affronta, sui molti media generalisti, le questioni inerenti al surriscaldamento globale.

Non crediamo, invece, a chi negando l’evidenza grida al complotto, e specula sulle mille incertezze che ancora la comunità scientifica riveste sul clima per darci a bere che è tutta una montatura. Anzi, appare decisamente più probabile che la buona fede c’entri poco, e che sia proprio questo sedicente “panel” di scienziati scettici (che in maggioranza peraltro non studiano il clima) ad utilizzare l’arma della paura per indurre il cittadino (e il decisore politico) a credere che un terribile complotto minacci la nostra libertà sociale, economica e produttiva.

Una posizione difficilmente sostenibile, ma che evidentemente ha un suo forte potere persuasivo, come testimonia l’articolo di Andrew Renkin del Nyt che oggi Repubblica riporta tradotto in versione integrale. Un articolo che cerca di trattare la posizione degli scettici con un certo rispetto, ma che riprende anche alcune loro affermazioni che non stanno né in cielo né in terra, con un effetto francamente stupefacente rispetto alla profonda capacità di analisi che Revkin ha più volte dimostrato. Il giornalista americano, infatti, dimostra (così almeno sembra) di essersi lasciato convincere che le temperature negli ultimi anni sono state «più basse», anzi che negli ultimi anni sia avvenuta «una sfilza di temperature basse». Questo equivoco deriva dal fatto che secondo alcuni attendibili istituti di ricerca la temperatura globale ha raggiunto il suo picco più alto nel 1998, e che quindi da allora la temperatura sia da considerarsi abbassata. Ma, a parte che non c’è unanimità su quale sia stato l’anno più caldo (secondo la Noaa è il 2005), dal punto di vista climatologico è ovvio che ciò che ha maggior valore analitico sia la constatazione che «undici degli ultimi 12 anni (dal 1995 al 2006 compresi) si classificano nel ranking dei dodici anni più caldi dall’inizio delle misurazioni attendibili (1850)», affermazione contenuta nel quarto rapporto Ipcc e mai smentita da laboratori di ricerca accreditati.

Questo per dire che dal punto di vista climatologico contano i trend generali, non i dati momentanei o relativi ad una manciata di stagioni. E lascia appunto stupefatti che un giornalista di primo piano come Revkin dia adito a queste sconcerie scientifiche, che sono messe in circolazione proprio in eventi come quello che sta giungendo al termine a New York. Altrimenti, secondo questo principio, possiamo affermare che siccome la scorsa notte è stata piuttosto fredda, ecco che il Gw è da considerarsi finito.

Troppa è la politica, insomma, troppa la sfacciataggine, troppa e troppo evidente è la volontà, da parte del movimento degli “scettici organizzati”, di sbertucciare l’Ipcc, per non essere indotti a credere che sia proprio la loro piattaforma ad essere un grande imbroglio. Se l’esortazione è “discutiamone, appuriamo le incertezze” allora siamo tutti d’accordo, anzi siamo i primi a evidenziare alcuni aspetti contraddittori dell’attuale scienza climatica, in particolare in riferimento a cosa avverrà in futuro. Siamo orgogliosamente scettici anche noi, possiamo dire.

Se invece l’intenzione è discutere tutto, rimettere in discussione anche le poche (ma pesanti) certezze che abbiamo, e magari rinunciare ad un sacrosanto principio di precauzione, allora non resta che chiedere agli scettici americani (e a quelli europei) di guardarsi intorno, e di osservare se la loro “battaglia per la libertà” stia riuscendo a contrastare il percorso che – proprio grazie a quelle poche ma significative certezze che abbiamo sul clima, e in virtù del principio di precauzione – il mondo sta intraprendendo in direzione delle rinnovabili e dell’efficienza energetica.

Guardatevi intorno, cari scettici, e domandatevi se la vostra battaglia ha davvero un senso, o se è solo una battaglia politica mascherata, e pure mascherata male. Guardatevi intorno, e decidetevi una volta per tutte a dare un contributo alla conoscenza scientifica, invece di darlo all’incertezza politica e a quella “strategia della paura” che voi vedete nei vostri “nemici”. E guardatevi intorno, cari scettici, e domandatevi se la vostra battaglia sia davvero finalizzata alla libertà sociale e produttiva, e non alla pura e semplice creazione di una “doppia verità” di comodo, orchestrata e finanziata da quelle lobby che cercano con ogni modo di conservare lo status quo energetico, basato sui combustibili fossili.

Guardatevi intorno, in chiusura, e proseguite pure la vostra battaglia, ma almeno sollevate la maschera e chiamatela per quella che è, una battaglia politica. Altrimenti, se volete continuare a chiamarla una “battaglia climatica”, perlomeno guardatevi intorno e domandatevi, davanti al percorso che la società umana sta intraprendendo e alle più recenti scoperte climatologiche che aggiornano al rialzo (cioè al peggio) le previsioni dell’Ipcc, se la vostra battaglia stia avendo buon fine. In realtà, cari “scettici organizzati”, questa battaglia non sembra proprio che la stiate vincendo. E non state nemmeno pareggiando.

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