[10/03/2009] Monitor di Enrico Falqui

Labirinti e frattali metropolitani (2)

FIRENZE. Françoise Choay, nel suo ultimo saggio “Del destino della città” (Alinea, 2008) attribuisce proprio a questo “sistema di grandi reti standardizzate di infrastrutture” la responsabilità di avere “trasformato la nostra relazione ancestrale con lo spazio naturale come con lo spazio antropizzato”, permettendo in questo modo che "...il progetto umano dell’insediamento spaziale non sia più costretto ad inserirsi, integrarsi e collocarsi in un contesto locale, naturale o culturale; gli basta connettersi al sistema delle reti”.

La sapiente lettura morfologica della città contemporanea, serve a Françoise Choay per arrivare alla conclusione, nel suo interessante saggio, che “la tecnicizzazione e la strumentalizzazione dello spazio” nelle conurbazioni metropolitane europee, hanno portato all’esaurimento di ogni contrapposizione duale sui modelli di sviluppo delle nostre città e alla realizzazione “di uno spazio unico, ovverosia di un non-luogo”.

In altre parole, il progetto di città, anche se scaturito da una coerente visione di sviluppo, non realizza più l’Utopia urbana autentica di Morris e del suo movimento “culturalista”, ma viene addomesticato dalla disponibilità di uno spazio unico e indifferenziato, in gran parte estraneo agli stessi abitanti di quei luoghi metropolitani.

E’ un vero e proprio epitaffio per la città contemporanea, il cui sviluppo futuro appare irrimediabilmente “segnato” dall’impossibilità di attribuire un’identità differenziata ai luoghi, riconoscibile agli abitanti di quei luoghi che “passivamente” hanno tollerato quelle stravolgenti trasformazioni.

In questa visione di “pessimismo razionale” sul futuro della città, la morfologa francese Choay concede, paradossalmente, piena libertà d’azione agli architetti superstars, teorici del nuovo “brand” metropolitano, dove l’architettura è totalmente svincolata dal “contesto” dei luoghi, dell’ambiente e del paesaggio urbano ed è sottomessa ad una spinta comunicativa totalizzante oppure, nel peggiore dei casi, manipola il paesaggio ed il contesto ambientale, in modo da nascondere dietro “una facciata” di conservazione dell’habitat, uno stravolgimento radicale delle funzioni e di quello che Kevin Lynch chiamava “il senso del luogo”.

Lynch, nel suo celebre saggio “Il senso del territorio” (Il Saggiatore, 1981), ci ricordava che “le città sono sistemi di accessibilità che attraversano un mosaico di spazi” ed è proprio in virtù di questa accessibilità ai luoghi urbani che le persone traggono la possibilità di attuare quello che hanno in programma. Solo quando la gente si sente a proprio agio in un luogo, così da poter agire spontaneamente, quel luogo può essere definito accessibile”.

E aggiungeva: “la possibilità di orientamento nello spazio e nel tempo per ogni persona è la struttura della conoscenza… un’analisi delle immagini mentali che le persone si sono fatte del loro spazio e del loro tempo vitale è la chiave per comprendere il senso di un luogo”.
(continua - 2)

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