[03/03/2009] Consumo

Firenze, Percy Schmeiser e la sua battaglia contro gli Ogm

FIRENZE. «Il dibattito è ancora aperto, sia sul piano normativo che su quello delle scelte future da attuare nella politica riguardante gli ogm. Oggi è stata una giornata importante: il consiglio dei ministri dell’Ambiente doveva esprimersi sulla proposta di sospensione della moratoria sulla coltivazione del mais ogm “Mon810” della Monsanto in Austria e in Ungheria. Per fortuna i ministri hanno votato contro la revoca della moratoria, e questa decisione avrà influenza anche sul pronunciamento dei prossimi giorni riguardo alla situazione in Francia e Grecia»: questo il commento di Maria Grazia Mammuccini, amministratore di Arsia-regione Toscana, sulla votazione avvenuta ieri, votazione che costituirà un precedente di grande importanza per i futuri sviluppi della politica comunitaria riguardo agli organismi geneticamente modificati.

Secondo Mammuccini, «Il ministro Prestigiacomo ha votato contro la sospensione, grazie anche alle sollecitazioni ricevute nei giorni scorsi dalla Toscana e dal presidente Martini». Claudio Martini ha tra l’altro commentato la decisione del consiglio dei ministri dell’Ambiente parlando all’agenzia Asca di «importante passo avanti» che «consente ai paesi europei di fare le scelte che ritengono giuste per bandire gli Ogm. Un orientamento che la Regione Toscana ha perseguito con costanza e determinazione in tutte le sedi di sua competenza». Inoltre, secondo il presidente della regione, il voto di ieri «contribuisce ad aumentare la difesa delle politiche interne di sviluppo agro-alimentare e di sostenibilità ambientale che appaiono appropriate in un ambito in cui non sono giunte chiare prove di assenze di rischi nel medio e lungo termine». Il voto di ieri, infine, «rispetta il principio di precauzione nei confronti dei consumatori che ritengono a larga maggioranza che i cibi con organismi geneticamente modificati siano meno salutari di quelli tradizionali».

Ritornando al “Mon810”, la stessa Mammuccini ha spiegato anche che «ormai evidenze scientifiche dimostrano che il mais Mon810 crea danni al sistema immunitario, danni che in questa fase della ricerca sono stati osservati su topi».

Il contesto in cui sono state rilasciate queste dichiarazioni è stato l’incontro con il coltivatore diretto Percy Schmeiser, che ha avuto luogo ieri a Firenze. Schmeiser, canadese, è diventato un simbolo della lotta mondiale agli ogm quando, dieci anni fa (nel 1998, due anni dopo la decisione del governo canadese di aprire il suolo nazionale alle coltivazioni geneticamente modificate), scoprì che alcune varietà ogm della Monsanto avevano contaminato le sue coltivazioni di colza tradizionale. Le vertenze legali (e le vicende, parzialmente oscure) che ne sono seguite hanno poi portato alla richiesta, da parte della multinazionale dell’alimentazione, di un cospicuo risarcimento da parte di Schmeiser, colpevole secondo la Monsanto di aver deliberatamente piantato sementi ogm brevettate. Tre gradi di giudizio hanno sostenuto la posizione della multinazionale.

Nel 2005 Schmeiser ha di nuovo denunciato una contaminazione, e questa volta la vertenza si è risolta (nel marzo 2008) con un accordo extra-giudiziale con cui la Monsanto (che Schmeiser ha ripetutamente accusato di aver assunto atteggiamenti gravemente intimidatori nei confronti suoi e di sua moglie) ha risarcito il coltivatore delle spese sostenute per estirpare le specie ogm comparse sul suo territorio.

La vicenda riguardante Schmeiser e la Monsanto riveste, come detto, alcuni aspetti ancora oscuri: non appare chiaro, al di fuori di ogni ragionevole dubbio, se la contaminazione del campo di Schmeiser sia avvenuta per cause naturali (vento, agenti impollinatori, trasporti di sementi e raccolti) o se deliberatamente il coltivatore abbia piantato semi di colza ogm. Le sentenze della giustizia canadese hanno condannato Schmeiser sia in primo grado sia in appello. La decisione finale della Corte suprema ha confermato le precedenti sentenze, ma con una maggioranza molto risicata di 5 a 4. Va anche detto che da molte parti queste decisioni, e la stessa integrità delle giurie che le hanno prese, sono state messe in seria discussione.

La stessa Mammuccini si è detta «attonita di come certa stampa abbia trattato il caso, una certa stampa che – non sapendo cosa dire nel merito – si permette atteggiamenti offensivi (nei confronti della famiglia Schmeiser) che con il libero confronto di idee non hanno niente a che fare».

Una storia complessa, appunto. Ciò che è certo è che, passando dal particolare all’universale, la contaminazione di specie tradizionali da parte di geni ogm provenienti da coltivazioni adiacenti non può certo essere esclusa, e questo costituisce uno dei più fondati motivi di preoccupazione (e quindi di precauzione) riguardo all’introduzione dell’ingegneria genetica in agricoltura.

Ciò deve valere soprattutto per economie rurali che sono sempre più orientate verso il biologico e verso l’agricoltura di qualità, come quella che nella grande maggioranza dei casi caratterizza il nostro paese e la regione Toscana, per motivi storici, culturali ma anche territoriali e geografici.

Non a caso la Toscana è tra le capofila del movimento di opposizione all’uso di ogm in agricoltura, e fin dalla conferenza sullo sviluppo rurale del 2006 ha creato un consorzio di regioni ogm-free che oggi conta più di 40 adesioni in varie zone del continente. Secondo Mammuccini, la coesistenza tra coltivazioni tradizionali e ogm è «difficile, se non impossibile, da applicare: questo perchè il biologico non condiziona l’ogm, mentre avviene il fenomeno contrario. Ecco che, quindi, la libertà di pochi si impone su quella di tutti gli altri. Come potremmo garantire – e con quali costi – la coesistenza in una regione dove le aziende sono grandi in media 8 ettari? Occorrerebbero, per evitare contaminazioni, lasciare zone “di separazione” grandi come mezza Toscana».

E poi c’è la questione della proprietà intellettuale, cioè del brevetto sulle sementi prodotte via ingegneria genetica: «chi chiede libertà di ricerca, in realtà ottiene l’effetto contrario», cioè l’introduzione degli ogm sul suolo italiano e la presenza dei relativi brevetti renderebbero sempre più complicata (e costosa) la ricerca sul miglioramento delle coltivazioni tradizionali.

In chiusura, l’amministratore di Arsia ha aggiunto che occorre «un modello di sviluppo diverso: le crisi economiche ed ambientali richiedono un cambiamento di paradigma economico, e l’economia degli ogm (e il suo stretto legame con l’economia del petrolio e dei combustibili fossili) è insostenibile sia sul piano ambientale, sia su quello sociale, ma anche e soprattutto su quello economico. Il biologico non deve essere più un lusso per pochi, deve essere una necessità per tutti».

Posizione analoga è stata espressa da Ugo Biggeri, dirigente di Terrafutura: «le differenti crisi adesso in atto sono strettamente intrecciate. E’ sbagliato pensare che le crisi finanziarie e quella degli Ogm siano separate, anzi credo che ci siano dei legami: così come per gli ogm, anche nell’economia si è cercato, quando non erano più disponibili risorse sufficienti per la “crescita”, di inventarsi modi per consumare quello che non c’è. Ed ecco la crisi».

«Peraltro», ha aggiunto Biggeri, «come in Italia si cerca di taroccare il nucleare in modo da farlo sembrare una reazione ai cambiamenti climatici, sicuramente arriverà qualcuno (e ce ne sono già stati tanti) che dirà che i cambiamenti climatici, così come la fame nel mondo, si combattono con gli ogm (..). Ma nelle crisi ci sono sempre opportunità: le persone sono più attente, e se oggi sono proponibili regole di responsabilità ambientale e sociale dell’economia è proprio a causa della crisi. Diciamo quindi si alle “buone pratiche”, ma occorre spingere con più forza perchè esse diventino politiche di governo. Basta osservare il cambiamento che negli ultimi tempi ha caratterizzato l’atteggiamento dell’ex-turboliberista Tremonti per capire che è il momento di cogliere l’attimo».

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