[02/03/2009] Recensioni

La Recensione. Manuale della sostenibilità di Gianfranco Bologna

A differenza di quanto il titolo potrebbe far pensare, la seconda edizione del Manuale della sostenibilità scritto dal direttore scientifico del Wwf Gianfranco Bologna, è tutt’altro che un lavoro didattico. C’è sì, ed è al quanto dettagliata, la storia del movimento ambientalista, o meglio del concetto di sostenibilità in tutte le evoluzioni, ma c’è soprattutto uno sforzo per rendere finalmente maturo l’approccio scientifico a un modello di pensiero che cerca di integrare la società umana con la complessità della natura: la scienza della sostenibilità, appunto. Partendo da una domanda che è anche un obiettivo e un obbligo: “come riuscire a vivere sulla terra con una quantità di esseri umani che ha già superato i 6 miliardi di individui e che potrebbe superare i 10 miliardi entro questo secolo), in maniera dignitosa ed equa per tutti, senza distruggere irrimediabilmente i sistemi naturali da cui traiamo le risorse per vivere e senza oltrepassare la capacità di questi stessi sistemi di sopportare gli scarti e i rifiuti provenienti dalle nostre attività produttive”.

Questo libro, andato in stampa qualche mese prima che scoppiasse la miccia dei mutui subprime americani e che la crisi finanziaria e poi quella economica si andassero a sommare alla crisi ambientale già in atto, invoca una vera e propria rivoluzione culturale rispetto ai nostri modi obsoleti di concepire i sistemi economici, quelli sociali e quelli culturali, basati su un errore di fondo, su un velo di Maya che solo oggi, lentamente, poco per volta, sembra dissolversi dagli occhi e dalla mente di tanti economisti e politici: l’economia è sottordinata all’ambiente, anzi l’economia è lo strumento che gli uomini organizzati (governo della polis) hanno a disposizione per ‘governare’ il capitale naturale del pianeta.

Appare evidente a chiunque che senza il pianeta e senza le sue risorse, sarebbe impossibile parlare di economia. Eppure finora tutto si è retto sulla finzione quasi ecumenica della crescita senza se e senza ma, materiale e quantitativa, che nonostante gli avanzamenti della tecnologia continua ad erodere la base dei sistemi naturali e sul piano dei sistemi sociali, ad aggravare le differenze tra i ricchi e poveri del condominio-terra.

L’approccio con cui Bologna affronta questi temi è fortemente scientifico e trova il suo fulcro nel terzo capitolo, intitolato appunto “Verso la scienza della sostenibilità” e che si apre con un vaticinio (che appare fin troppo scontato oggi, ma che è datato 1977) di Georgescu Roegen: “prima o poi la crescita, la grande ossessione degli economisti standard e marxisti, deve per forza finire. La sola questione aperta è: quando”. Bene oggi possiamo chiuderla questa questione, datarlo 2008 e voltare pagina. Se non ora quando?

La cultura della sostenibilità, spiega Bologna, segue un paradigma sistemico e per questo nel libro si riferisce sempre a sistemi naturali e sistemi sociali in connessione con i principi della termodinamica (non è possibile avere nuova generazione o definitiva eliminazione di materia ed energia ma solo modificazioni – le modificazioni avvengono lungo la direzione dell’irreversabilità) e il concetto di entropia, “ grandezza che esprime la tendenza dei sistemi chiusi e isolati a evolvere verso lo stato di ‘massimo equilibrio’, ovvero lo stato nel quale l’energia si redistribuisce e si degrada nel sistema convertendosi in calore, così che al crescere dell’entropia diminuisce l’energia utilizzabile, portando irreversibilmente il sistema verso un equilibrio finale che corrisponde allo stato di massima entropia.

Bologna abbandona la vecchia visione di una natura e una società vicini all’equilibrio, sostituendola con una visione dinamica, che enfatizza le complesse relazioni non lineari, i continui mutamenti e si confronta con la discontinuità e l’incertezza. Per questo ancora una volta invita le istituzioni a imitare la natura, che possiede due capacità intrinseche: la resilienza, ovvero la capacità dei sistemi naturali (e quindi Bologna auspica lo stesso per i sistemi sociali) di assorbire gli shock mantenendo le proprie funzioni senza collassare in uno stato qualitativo diverso, e la vulnerabilità, che si verifica appunto quando un sistema perde le sue capacità di resilienza.

Infine si arriva a quello che è il cuore del libro di Gianfranco Bologna, ovvero la scienza della sostenibilità, che definisce come un “laboratorio” in cui convergono riflessioni e ricerche derivanti da discipline diverse, che cercano di analizzare le interazioni dinamiche tra i sistemi naturali, sociali ed economici e di comprendere i modi migliori per gestirli. Le due gambe della scienza della sostenibilità sono l’economia ecologica e la biologia della conservazione.

L’economia ecologica è anche la mission di greenreport, e dovrebbe essere abbastanza familiare ai nostri lettori, anche se il lavoro di Bologna ne traccia con esattezza fini e confini: consiste appunto in quel cambio di marcia necessario per leggere finalmente “la macroeconomia come sottosistema aperto di un ecosistema naturale non illimitato (l’ambiente) anziché come un flusso circolare isolato di valore e scambio astratto, non vincolato da equilibri di massa, entropia ed esauribilità”. Bologna ricorda che fin dal 1988 è attiva l’International society for ecological economics (Isee) fondata da Joan Martinez Alier e poi ne riassume i contorni principali: “l’economia ecologica si pone il problema di una scala sostenibile dei flussi, di una distribuzione equa delle risorse e di una allocazione efficiente” introducendo il concetto di ‘scala’ finora ignorato dall’economia classica: ‘scala’ si riferisce alla dimensione fisica, cioè al flusso di materia-energia proveniente dall’ambiente e al suo ritorno all’ambiente come rifiuto. Ma facendo propri anche gli studi di Daly, Bologna smaschera un errore dell’ambientalismo per così dire tradizionale, ovvero quello della supposta equivalenza, in termini economici, di capitale umano e capitale naturale, che invece vanno considerati nella loro complementarietà, non nella loro sostenibilità. Infine l’economia ecologica si pone il problema da una parte della carryng capacity (limiti della capacità di carico del sistema terra rispetto alla popolazione umana) e dall’altra della necessità di misurare in modo diverso il benessere e la ricchezza della società.

Non manca un accenno in questo libro alle teorie sulla decrescita, inserite proprio nel solco degli studi sorti a margine dell’economia ecologica. Ma per quanto la decrescita alluda sul piano economico a una riduzione complessiva delle quantità fisiche prodotte e delle risorse impiegate, prospetta un significativo aumento del benessere sociale. Bologna non ha in mano, quando scrive questo capitolo, la dimostrazione fisica degli effetti della decrescita che oggi la crisi economica ha messo a nudo, e che fotografano quanto di poco felice possa esserci nella decrescita.

L’altra gamba della scienza della sostenibilità, insieme all’economia ecologica, è appunto la biologia della conservazione, basata su tre principi fondamentali: non fermare il cambiamento evolutivo, quindi assicurare che le popolazioni possano continuare a rispondere ai mutamenti evolutivi in modo adattativo; il mondo ecologico è dinamico, gli ecosistemi sono sistemi aperti con flussi di specie, materia, ed energia; gestire l’interazione sistemi naturali – specie umana, gli sforzi della conservazione non possono cioè creare ‘muri’ attorno ai sistemi naturali per salvaguardarli dalla specie umana. Definita da Michael Soulé “disciplina di crisi”, la biologia della conservazione assume in sé un’altra importante branchia, che è quella dell’ecologia del ripristino, che nel corso degli anni e a fronte di clamorosi insuccessi che si sono rivelati dannosi per la natura pur avendo come incipit buone intenzioni, ora parte dalla consapevolezza che non è possibile ripristinare un ecosistema riportandolo alle condizioni che precedevano il degrado. Per questo il ripristino sarà sempre un risanamento e non una rifondazione da zero.

Il capitolo successivo, che dovrebbe trattare delle azioni della sostenibilità, di come essa possa essere messa in pratica, fa una rassegna delle conquiste ottenute o di quelle ancora da ottenere per rendere finalmente operativo quel necessario cambio di direzione a cui sottoporre la locomotiva dell’economia, evidenziato, forse non in modo così esplicito, una debolezza del mondo scientifico ed ecologico: la scarsa capacità comunicativa. “E’ impossibile trovare chi dia conto, con la stessa puntualità adottata per i temi economici, di quale sia ad esempio lo stato delle foreste e la loro produttività primaria netta, quale sia lo stato attuale della biodiversità e la sua evoluzione, oppure indicazioni quantitative aggiornate sui flussi di energia e di materie prime, o sulla produzione di scarti”.

E ancora: “In realtà è raro che ecologi, naturalisti e biologi si impegnino attivamente in politica e ciò non facilità certo l’ampliamento delle percezioni o nuove attribuzioni di valore che influiscano sul mondo della politica e dell’economia”. Ne sappiamo qualcosa. E’ un problema contro cui ci scontriamo quotidianamente e che cerchiamo di evidenziare, quando per esempio si mettono a confronto e si dà pari dignità a uno scienziato del clima e a un legionario negazionista che di scientifico non ha nulla, quando si dà voce alle paure percepite e spesso ingigantite dai titoli e non agli esperti di quella materia. Quando si pretende che siano medici a stabilire se un impianto produttivo inquina invece che un chimico o un tecnico.

Dall’altra parte si potrebbe rispondere, non senza una certa ragione: “gli scienziati non si fanno sentire sui giornali né vedere in televisione, perché devono lavorare”, cioè devono fare il loro lavoro. Verissimo. Allora sarebbe bene pensare seriamente alla necessità di inserire tra le gambe della scienza della sostenibilità, anche la comunicazione ambientale, in grado di creare esperti che facciano da mediatori tra gli scienziati e l’opinione pubblica, perché la rivoluzione culturale va orientata e governata certo, ma deve trovare anche un terreno fertile per svilupparsi e mettere radici profonde.

Ecco perché manuali come quello di Gianfranco Bologna sono fondamentali, perché in fondo trattare della sostenibilità dello sviluppo significa “trattare delle questioni più importanti e cruciali per il presente e il futuro delle società umane su questo pianeta, significa affrontare le modalità di utilizzo delle risorse naturali, la crescita della popolazione umana, gli stili di vita e i modelli di consumo delle società, la nostra interazione con i sistemi naturali, il mantenimento delle dinamiche evolutive della biodiversità sulla terra, il ruolo della tecnologia, il ruolo della scienza e della conoscenza”. Infine: “il ruolo dell’agire politico, il ruolo della governance”.

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