[25/02/2009] Aria

Nuovi studi e nuove contraddizioni nella ricerca su aerosol e gw

FIRENZE. Se ampie sono ormai le conoscenze riguardo agli effettivi forcing radiativi causati dai principali gas serra, stesso discorso non può essere fatto riguardo al forcing rappresentato dagli aerosol, cioè quegli elementi che sono solitamente ritenuti essere caratterizzati da un effetto raffreddante nei confronti della temperatura terrestre. Essi annoverano principalmente solfati, carbonio organico, fuliggine, nitrati e polveri.

L’effetto raffreddante degli aerosol è duplice: da una parte essi riflettono direttamente la luce solare in ingresso, dall’altra essi forniscono nuclei di condensazione per la formazione di nubi, aumentando così la copertura e le precipitazioni e quindi diminuendo indirettamente la temperatura media del pianeta. La forzante rappresentata dall’azione raffreddante diretta è stimata dal quarto rapporto Ipcc in un range da -0,90 a –0,10 W/mq, mentre la forzante indiretta è stimata andare da -1,80 a -0,30 W/mq. Il livello di consapevolezza scientifica è definito «medio-basso» per le stime sull’effetto diretto, e «basso» per l’effetto indiretto.

Nei giorni passati sono stati divulgati due studi degni di un certo interesse: il primo è stato pubblicato il 20 gennaio scorso sull’autorevole Geophysical research letters, e riporta un’analisi condotta da ricercatori di Meteosvizzera, del centro Eth di Zurigo e dell’osservatorio meteorologico di Linderberg (Germania). Lo studio è partito dal presupposto che, secondo i ricercatori, «l’aumento della temperatura di circa un grado avvenuto sulle terre emerse del continente europeo dal 1980 è considerevolmente più ampio di quello atteso a causa del surriscaldamento di origine antropica». Cioè, in parole povere, il solo aumento dei gas serra non appare sufficiente a spiegare il riscaldamento osservato.

Gli studiosi hanno quindi ipotizzato che il contributo accessorio dato al Gw dalla diminuizione degli aerosol (avvenuta a causa della lotta che è stata condotta negli scorsi decenni ad inquinanti come le polveri sottili) sia stato più forte rispetto a quanto ritenuto. In seguito a studi condotti in Svizzera e nella Germania settentrionale essi sono giunti alla conclusione che, nelle cause del surriscaldamento, «il forcing totale nelle onde corte (cioè il blocco diretto della radiazione in ingresso), che è correlato all’avvenuta diminuizione degli aerosol nella misura del 60%, è da due a tre volte più forte rispetto al forcing nelle onde lunghe (cioè il mutato equilibrio nel naturale effetto serra atmosferico, che diminuisce la radiazione in uscita intrappolando il calore) causato dalla crescita dei gas serra».

Quindi, in parole povere, questo studio ipotizza che il riscaldamento sia dovuto più alla diminuizione delle sostanze raffreddanti che all’aumento di quelle riscaldanti. Adesso invece, essendo «le emissioni di aerosol in via di stabilizzazione in Europa» grazie alla diffusione delle misure contro l’inquinamento, è da attendersi che un eventuale (e probabile) proseguire del surriscaldamento «sarà prevalentemente dovuto al solo ruolo dei gas serra antropici».

A testimonianza di quanti passi in avanti debba compiere ancora lo studio degli aerosol e in generale la climatologia, va riportato come le conclusioni cui giunge lo studio sopra citato vengano indirettamente messe in dubbio da un altro studio, pubblicato il 22 febbraio su Nature Geoscience. L’analisi, condotta da ricercatori americani (università di Seattle, centro di studi climatici Goddard della Nasa) e indiani (centro studi atmosferici dell’istituto indiano per la Scienza – Bangalore, India), mette in discussione la natura stessa degli aerosol, in riferimento al loro effetto raffreddante sul clima.

Secondo lo studio presentato, che riprende un filone di ricerca che è assurto all’attenzione dei climatologi solo negli ultimi tempi, «l’effetto raffreddante o riscaldante dipende dal tipo di aerosol e dall’albedo della superficie sottostante». Nel parere degli autori la ricerca, condotta nell’Atlantico meridionale dal 2006 al 2007, mostra che «l’effetto riscaldante degli aerosol cresce con l’incremento della sottostante copertura nuvolosa. Questa relazione è quasi lineare, e ciò rende possibile definire una “nuvolosità critica” in prossimità della quale l’effetto netto degli aerosol muta da raffreddante a riscaldante. Per la regione esaminata, nel periodo osservato, questa frazione di nuvolosità critica ammonta a circa 0,4», cioè con una copertura nuvolosa superiore al 40% l’effetto degli aerosol si ribalta.

I ricercatori hanno quindi stimato che «l’effetto riscaldante medio degli aerosol su scala regionale è 3 volte maggiore quando viene tenuta di conto la correlazione su larga scala spaziale tra la copertura nuvolosa e gli aerosol».

E’ quindi da ribadire come, su questo aspetto, la climatologia debba compiere ancora enormi passi in avanti, poichè a distanza di nemmeno un mese due riviste scientifiche (entrambe peer-reviewed e tra le più autorevoli testate nell’intero mondo accademico) pubblicano studi che approfondiscono lo stesso argomento, ma le cui conclusioni sono pressoché opposte.

In giugno era previsto il lancio di Glory, satellite Nasa destinato proprio ad una migliore comprensione dell’effettivo ruolo degli aerosol in atmosfera. Ma l’incidente avvenuto ieri al modulo Oco per lo studio della CO2 causerà di sicuro un forte ritardo: a questo proposito Chuck Novale, direttore del lancio dell’Orbiting carbon observatory, ha dichiarato oggi che occorre «capire la ragione di fondo dell’incidente (avvenuto a Oco), e Glory non sarà lanciato finché non avremo ottenuto questo dato».
(rm

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