[21/01/2009] Energia

Gli insostenibili piani di sviluppo dell´Enel: nucleare e carbone in Romania

LIVORNO. Si legge sui quotidiani di oggi che l’Enel mantiene i piani di sviluppo rumeni, a conferma della strategia dell’azienda di consolidare il macro mercato del Sud est Europa, dove è già presente con progetti avviati, in fiere e impianti e servizi già operativi. Il programma in Romania prevede investimenti pari a quasi 700 milioni di euro nei prossimi quattro anni che serviranno a migliorare la rete di distribuzione (93mila chilometri gestiti) e a proseguire il programma impiantistico basato sul mix su cui Enel sta ormai puntando la propria strategia: nucleare, carbone (naturalmente pulito!) e eolico. Un ottimo trampolino di lancio, o traghetto che dir si voglia, per le molte aziende italiane del settore elettrico che vogliono investire all’estero.

La stessa Enel annuncia che punta a realizzare nei prossimi anni il 55% della propria attività all’estero, in particolare per quanto riguarda la generazione: oltre alla partecipazione ai progetti di diversi impianti nucleari stranieri (Russia, Bulgaria, Slovacchia, Romania, Grecia) anche il carbone e l’eolico sono infatti progetti di punta per garantirsi un importante quota di energia prodotta fuori confine.

Ma quando si dice la strategia di Enel bisognerebbe sottolineare che quella espressa dalla società può essere interpretata anche come strategia del governo italiano, dato che l’ex-azienda di Stato per l’energia elettrica è rimasta una “controllata” per oltre il 30% dallo stesso Stato. A tanto infatti ammonta la quota pubblica nel capitale di Enel se si somma la partecipazione diretta ( 21,1% del Ministero dell’Economia) a quella indiretta (un ulteriore 10,1% attraverso la Cassa depositi e Prestiti), a fronte di un capitale flottante di poco più del doppio ( 68,8%).

E non è un caso che il management dell’azienda rimanga ben saldo al suo posto, dal momento che ha dato prova di garantire che le scelte di puntare al mix di approvvigionamento e di produzione energetica (scelta alla quale punta anche questo governo) siano fermamente mantenute.

Nonostante che, anche grazie a questo management, Enel sia fortemente indebitata e abbia dichiarato un flusso di cassa (stimato) tra il 2008 e il 2012, in 63 miliardi di euro, a fronte di un debito netto che a giugno del 2008 ammontava a ben 51,5 miliardi. Una situazione economica che ha permesso di ottenere ad Enel (prima della crisi finanziaria) la classe A da parte delle agenzie di rating, e che lascia tranquillo il suo amministratore delegato che anzi, sulla base di questi risultati, dichiara pronta l’azienda ad investire fino a 20 miliardi di euro per la costruzione di 5 impianti di energia nucleare in Italia, come ha dichiarato ad ottobre in un intervista al quotidiano di Confindustria, e come vorrebbe il ministro dello Sviluppo Scajola.

Quindi si mantiene fissa la barra su un modello basato sulla centralizzazione della produzione (e se si guarda bene anche del monopolio), attingendo come fonte principale a quella fossile e nucleare, con poco spazio alle fonti rinnovabili, concepite per altro ancora in un modello centralizzato.
Poco quindi è cambiato con la pseudo-liberalizzazione del comparto energetico che il nostro paese ha dovuto fare per rispettare le norme comunitarie e poco cambierà riguardo all’attuale modello energetico se non si procede oltre che ad un rinnovamento culturale e politico anche a quello dei vertici di chi questo modello lo attua, Enel in primis.

La rivoluzione dell’attuale modello energetico basato su grandi impianti e distribuzione verso un sistema di generazione diffusa (e quindi completamente rovesciato rispetto all’attuale) necessario per ottenere obiettivi consistenti di ricorso ad energie rinnovabili (come la Germania ci ha insegnato) sarà difficile farlo se si continua ad operare senza che prima vi sia stato anche un profondo rinnovamento dei vertici di tutte le tecnostrutture. Che dovrebbe essere accompagnata da un processo di socializzazione di chi produce e un libero accesso alla rete di distribuzione, così da permettere ai cittadini di immettere in rete la quantità di energia prodotta in eccedenza rispetto al proprio fabbisogno. Un sogno? Può darsi, ma da ieri, con l’insediamento di Obama alla casa Bianca, è ancora più legittimo sognare.

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