[20/01/2009] Comunicati

Analisi Noaa 2008: tra Gw, eventi estremi e regimi pluviometrici

FIRENZE. L’analisi definitiva del 2008 che la Noaa ha pubblicato nei giorni passati contiene svariati aspetti degni di maggiore approfondimento. Abbiamo visto infatti ieri i dati fondamentali riguardo alla dinamica delle temperature dell’anno appena trascorso, che dopo calcoli più approfonditi classificano il 2008 non più al decimo (come aveva calcolato lo stesso ente climatologico un mese fa, pubblicando i dati provvisori), ma all’ottavo posto nella classifica degli anni globalmente più caldi dal 1880, con una temperatura superiore di 0,49° C alla media 1901-2000. La graduatoria, come abbiamo visto, vede secondo la Noaa il 2005 come anno più caldo, con uno scostamento dalla media di 0,61° C, seguito dal 1998 (+0,58) e dal 2002, che così come il 2003 ha visto temperature globali superficiali superiori alla media di 0,56° C.

Abbiamo anche citato come, a causa del range di errore ammesso nei rilevamenti (0,05°) e delle diverse metodologie adottate, altri enti autorevoli come il Jet propulsion laboratory della Nasa e il centro di ricerca climatica britannico ritengano che l’anno più caldo dal 1880 sia da considerarsi il 1998, e non il 2005. Riferendoci all’Italia, ricordiamo invece che secondo lo studio pubblicato a inizio dicembre dal Cnr il 2008 è stato il settimo anno più caldo dal 1800 ad oggi, nel Belpaese, con uno scarto positivo rispetto alla media di 1,02° C. Il record resta al «memorabile 2003, che ha segnato un’anomalia di 1,56° sopra la media del periodo di riferimento».

Le temperature, comunque, non sono l’unico effetto da monitorare per comprendere lo stato del clima: altro fattore importante sono le precipitazioni. Va ricordato però come esse non siano influenzate in termini quantitativi dal surriscaldamento che il pianeta sta subendo, almeno così non sembra alla luce degli studi attualmente disponibili: ciò è confermato anche da quanto visibile nella parte superiore dell’immagine, dove sono evidenziate le anomalie precipitative annuali dal 1900 al 2008 e dove appare piuttosto arduo individuare un trend.

E’ utile ricordare, a questo proposito, quanto affermato dal climatologo Giampiero Maracchi su greenreport il 5 novembre scorso, e cioè che «su scala globale non c’è un legame tra cambio climatico e regimi pluviometrici. L’aumento di energia modifica la posizione dei centri di alta pressione, e questo è tutto». Ciò ha però significative influenze, come sappiamo, sul clima della penisola italiana e in generale dell’intera Europa centro-meridionale, a causa della presenza, più a sud, proprio di due importanti centri di alta pressione di matrice sub-tropicale, e cioè l’anticiclone delle Azzorre (più oceanico e fresco) e quello Libico (o Africano), più caldo e afoso. Per fare un esempio indicativo, è utile ricordare come l’ondata trimestrale di calore che attanagliò mezza Europa nell’estate 2003, ma anche il non-inverno che si ebbe due anni fa (tra il 2006 e il 2007), sono stati entrambi eventi in cui, tra le molteplici concause, ebbe comunque un ruolo significativo l’anomala incombenza dei due anticicloni subtropicali, in particolare di quello Libico.

Riguardo ad un altro aspetto correlato al surriscaldamento globale, e cioè l’aumento degli eventi meteorici considerati «estremi», ricordiamo come esso sia indubitabile su scala globale, poichè ogni evento meteorico è di per sé da considerarsi elemento di re-distribuzione dell’energia interna al sistema terra-acqua-atmosfera, e quindi ogni aumento di questa energia causa necessariamente un aumento di quelle reazioni improntate al ristabilimento di questo equilibrio. Naturalmente, non è sempre agevole passare dal meccanismo generale (che è appurato) alla correlazione tra il riscaldamento e ogni singolo evento che avvenga sul pianeta. Lo stesso quarto rapporto Ipcc cita infatti come «probabile» (likely, probabilità superiore al 66%) un aumento futuro dell’attività dei cicloni tropicali intensi, e come «molto probabile» (very likely, probabilità superiore al 90%) un aumento della frequenza degli eventi precipitativi di forte intensità, ma non dà certezze a riguardo come avviene per altri aspetti.

Ciò non toglie che il 2008, secondo le analisi Ncdc-Noaa, è stata «la quarta stagione degli uragani più attiva dal 1944, e la prima stagione in cui un uragano di categoria 3 o superiore è avvenuto ogni mese tra marzo e novembre». Nella parte inferiore dell’immagine è visibile un grafico relativo al trend degli uragani totali (in blu) e degli uragani forti (in rosso) dal 1944 al 2005 in Atlantico, in cui si può notare una certa fase di crescita (in frequenza e intensità) degli uragani atlantici negli ultimi trenta anni, che è probabilmente da mettere in relazione con la crescita delle temperature globali che il pianeta ha vissuto nello stesso periodo (al ritmo, secondo la Noaa, di 0,16° C per decennio), quasi doppio rispetto al trend decennale di crescita avuto in precedenza (0,09° C).

Anche il dato relativo agli aspetti economici (che è comunque legato anche ad altri fattori) sembra confermare questa tendenza, poichè la stagione degli uragani atlantici 2008 è stata, secondo la Noaa, la terza più costosa mai misurata, dopo il 2005 (l’anno dell’uragano Katrina) e il 2004. Va comunque aggiunto, in relazione alle altre aree geografiche interessate dalla traiettoria degli uragani, che nel 2008, «con l’eccezione dell’oceano Indiano meridionale, tutte le altre zone di incidenza dei cicloni hanno registrato un’attività inferiore alla media».

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