[19/11/2008] Comunicati

Paesaggio e partecipazione, ma non si è dimenticato qualcosa?

LIVORNO. Su Repubblica dei giorni scorsi Massimo Morisi, dando conto della biennale del paesaggio, tenutasi a Firenze, esortava alla partecipazione e a non aver paura della partecipazione.
Sembra sia stata esaurita una risorsa in una regione tradizionalmente caratterizzata dalla capacità di confrontarsi e perché no di scontrarsi. Insomma, per quanto implicitamente, sembra che Morisi auspichi il ritorno sulla scena di aggregazioni sociali e culturali, di rappresentanze di categoria o di professioni, degli esperti e inviti le istituzioni a non avere paura.

Manca forse, come sarebbe utile, una lettura critica di esperienze svolte in questi ultimi mesi di partecipazione e valutazione, esperienze spesso apparse come fumisterie giustificatorie mai ancorate saldamente a un repertorio di conoscenze e magari anche di numeri, duri, ma esplicitamente ed inequivocabilmente chiari, comprensibili, sfrontati, qualsivoglia sia il loro segno algebrico.

Se quella che è apparsa come una invocazione proviene da un esperto, che in qualche modo, per il ruolo che svolge per conto della Regione, si può dire ha veste istituzionale, non c’è però da stare allegri.

È lecito domandarsi dove siano finite tante voci che hanno animato il dibattito sul governo del territorio in Toscana negli anni ottanta e novanta: Inu, associazioni ambientaliste, esperti di varia estrazione, le università, etc...

E’ lecito porsi il problema se quanto registriamo oggi è conseguenza di una evoluzione della nostra società “televisionizzata” (bruttissima espressione ma non ne sono state trovate altre per esprimere un disagio ed un disastro), o forse anche delle forme dell’esercizio del potere politico che in ragione di efficienza, celerità, ha finito per sacrificare partecipazione e confronto, ascolto e mediazione, per risolversi in attestazioni tautologiche, “verbo” rispetto al quale chi non è in sintonia non può che stare ai margini.

Oppure se si è passati a strumenti che sono “chiacchere”, come hanno sottolineato criticamente alcuni esperti, comitati, professori universitari, che generano una riserva di potere per chi li ha creati, li gestisce e li intepreta, magari occupandosi anche di oggetti, temi, che attengono ad altri livelli istituzionali.

Certamente le parole di Morisi possono essere state lette e interpretate male. Eppure se rimandano a queste sensazioni qualcosa che non torna ci deve essere. D’altra parte che forse sia così traspare da molte cose, ad esempio la struttura organizzata e rigida dei mille convegni che si organizzano: ci sono oratori prescelti in partenza ed il dibattito è si e no 15 minuti; oppure, ancora, il silenzio sistematico di associazioni e istituzioni culturali che non è possibile non abbiano mai niente da dire o che al più si avventurano in dotte esposizioni disciplinari come se il governo del territorio fosse scienza esatta e non politica.

Si fa presto a pensare male e ipotizzare che ci siano convenienze, ma il punto non è questo, queste cose in fondo sono sempre accadute, il punto è che sta morendo la democrazia e la società atomizzata sarà sempre più ingovernabile e sorprendente; il punto è che si ammazzano le passioni e non si riuscirà più a capire dove si andrà a parare ad ogni tornata elettorale con il rischio di trovare sorprese e manipolazioni, governi deboli a fronte di problemi grandi.

E’ la crisi della politica o dei politici in campo? Non è facile saperlo, però una cosa è certa, da queste situazioni e dalla crisi economica, tanto invocata e poi arrivata, si esce solo con l’innovazione di programma e non solo.

Allora, sempre che le parole di Morisi non siano state lette male qualche riflessione andrà pur fatta.

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