[28/10/2008] Comunicati

Ripensare la scienza? Magari basta orientarla!

LIVORNO. Un nuovo saggio del filosofo francese Paul Virilio, “L’università del disastro”, di cui oggi La Repubblica offre un’anticipazione, pone il tema della necessità di un ripensamento della scienza, o meglio della Big science, che «divenuta arrogante fino al delirio, è diventata incapace di correggere l’eccesso del suo successo». Tanto che «non si preoccupa affatto di tener conto di ciò che si lascia indietro, del suo enorme deficit etico e filosofico». La scienza dovrebbe quindi interrogarsi su quanto ha prodotto, e anziché limitarsi a fare un mea culpa, dice Virilio, «prendere a pretesto il fallimento del successo crescente della Big science» per arrivare ad un progetto di «rifondazione universitaria» che porti alla creazione di Università del disastro, un luogo ipotetico di studio degli effetti che l’aver riposto nella scienza e nella sua applicazione un potere illimitato, ha prodotto.

«L’accidente integrale del sapere - lo chiama il filosofo francese - che integra un numero incalcolabile di fatti e misfatti imprevedibili a lungo termine, non soltanto nel campo della fisica dell’atomo, ma anche in quelli della biologia o della genetica delle popolazioni…».
E’ chiaro quindi il concetto che la scienza e la tecnologia non sono più da considerarsi scollegate l’una dall’altra, ovvero come la prima una attività disinteressata e l’altra come sua successiva applicazione. La scienza quindi non è neutra, ma fortemente orientata dal mercato e di conseguenza sollecitata a produrre conoscenza laddove è maggiore la possibilità del profitto.

In più, la responsabilità che le viene imputata, è quella di non saper calcolare quali saranno le ricadute di questo suo operare e quindi di non interrogarsi, prima, sui rischi e di non saper, poi, nemmeno mitigare gli effetti che si possono produrre dalla sua applicazione.
In questo senso l’esempio che Virilio adopera, riguardo al dibattito su dove collocare le scorie radioattive prodotte dall’attività nucleare risulta particolarmente calzante, dei «misfatti» di «questa scienza da gran spettacolo», come il filosofo la definisce.
Come sembra chiaro dall’anticipazione del saggio, che il filosofo francese non ritiene nemmeno più plausibile parlare di intrinseca eticità della scienza, ovvero della capacità di autocontrollo e di autolimitarsi di fronte a nuove frontiere del sapere. E ancora una volta potremmo trovare le radici di questa impossibilità nella mancanza di autonomia.

«Dal momento che la scienza è orientata dal mercato - aveva dichiarato in un’intervista a questo giornale Marcello Cini - non può essere etica di per sé. L’impresa capitalistica non è etica, segue il profitto. Il mercato non è etico e se la scienza è sempre più schiava del mercato non è più etica».
Quindi potremo dedurne che anche un ripensamento della Big science sulla sua arroganza per arrivare a «correggere l’eccesso del suo successo» introducendo il quesito sui rischi a cui espone l’umanità, risulterà quantomeno difficile se non si torna ad interrogarsi sulle modalità attraverso le quali la scienza potrà riacquistare la sua autonomia.

Una domanda particolarmente attuale - almeno in Italia - dove si sta operando un dissanguamento di una ricerca pubblica già ridotta al minimo vitale.
E quale scienza potrà dirsi autonoma se i fondi attraverso i quali alimentarsi non saranno - almeno in larga parte - pubblici? Non certo quella prodotta attraverso una università che si vuole trasformare in fondazioni private e che quindi non potrebbero nemmeno in minima parte essere libere di interrogarsi su quali rischi potrebbe produrre il loro sapere.
C’è poi un’altra domanda da farsi. Ovvero, poste le basi essenziali per la creazione di un luogo, quale l’Università del disastro, dove studiare le conseguenze che la scienza o meglio la tecnoscienza può produrre, ci sarebbero poi Stati disposti ad ascoltarla?

La domanda non è peregrina, dato che sino ad ora anche i tentativi che da parte della scienza vi sono stati, di provare a delineare gli scenari probabili dovuti all’innalzamento della temperatura del globo prodotta dall’aumento dell’anidride carbonica, non sono stati più di tanto ascoltati.

L’Ipcc che ha prodotto ben quattro rapporti su questo è stato sì insignito del premio Nobel per la pace nel 2007, ma c’è ancora chi mette in dubbio che quegli scenari descritti possano avere una qualche fondatezza. E mentre si discute sulle modalità con cui avviare il prossimo protocollo di Kyoto, per impostare politiche adatte a contenere la produzione di anidride carbonica, poco o niente si sta facendo per dirigere e realizzare programmi di mitigazione degli effetti che sono ormai contemporanei. Tra i quali potrebbero assolutamente rientrare anche quei contratti di assicurazione finalizzati all’emergenza del soccorso umanitario, di cui Virilio parla, citando ad esempio quello che il programma alimentare mondiale dell’Onu e una agenzia assicuratrice francese hanno messo a punto per cautelare l’Etiopia contro la siccità.

Contratti che come giustamente Virilio ricorda «s’imporranno in futuro per un gran numero di paesi vittime del riscaldamento climatico del globo» e che ancora qualche convinto assertore del potere salvifico della Big science pensa di poter prevenire proprio grazie alla sua unica applicazione.

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