[27/10/2008] Monitor di Enrico Falqui

Pianeta al bivio

FIRENZE. Nelle città-Stato dell’Italia settentrionale nel XIII secolo, Venezia, Firenze e Milano assistettero alla nascita del capitalismo industriale, mentre Genova vide sbocciare il capitalismo finanziario. A quell’epoca, la scala di produzione capitalistica era tuttavia così ridotta da poter rientrare nella gestione delle città-Stato.
Durante il Rinascimento, Firenze possedeva tutte le funzioni che hanno caratterizzato il capitalismo nelle varie epoche: finanza, produzione, commercializzazione erano interconnesse tra loro in modo da formare un’unità omogenea(la Repubblica Fiorentina) dal punto di vista sociale, economico e politico.

Sono esattamente queste condizioni, cui si riferisce lo storico francese Fernand Braudel, quando afferma (nella sua opera più famosa, “Civiltà materiale, Economia e Capitalismo”, 1981) che esse determinano la nascita di un “ contenitore” del sistema capitalistico e che esso si sfascerà solo quando saranno mature le condizioni culturali e tecnologiche per affermare una nuova egemonia politica all’interno del “sistema contenitore”, oppure per costruirne uno nuovo.
Ovviamente, nella società contemporanea è stata la tecnologia il motore dell’inesauribile crescita del “contenitore” del capitalismo negli ultimi sette secoli, perché, come afferma l’economista indiano Prem Shankar Jha, “ogni nuovo sviluppo tecnologico ingrandisce la scala economica minima di produzione.”

Tuttavia, lo storico inglese Eric Hobsbawm, nell’indagare le cause del disordine sociale e della crescente violenza che dilaga oggi nel mondo, ha intuito che: “l’attuale ciclo di espansione del capitalismo (globalizzazione) ha portato lo stesso ad entrare in conflitto con tutte le istituzioni radicatesi nel tempo sul modello del ‘contenitore’ Stato-Nazione”. In altre parole, Hobsbawm, pur ammettendo che il disordine ha sempre accompagnato ogni espansione del capitalismo (solo dal 1900 al 1913 e dal 1946 al 1973 il mondo ha conosciuto una relativa pace e ha goduto di una relativa tranquillità), è convinto che “ il caos sistemico in cui sta precipitando il mondo è di qualità differente dalle precedenti ‘distruzioni del contenitore’ perché sono state erose le istituzioni dello Stato Westfaliano, senza creare nient’altro al suo posto”.

Come ben sappiamo, non è la prima volta nella storia che questo accade, fin dall’epoca proprio della rivolta dei Ciompi, avvenuta a Firenze nel 1378.
Nella Firenze medioevale, i Ciompi rappresentavano il gradino più basso della gerarchia sociale dell’epoca; si trattava di lavoratori della lana, addetti alla cardatura, che vivevano in condizioni molto umili, non avevano alcun grado di rappresentanza politica e venivano pagati con una moneta in rame (sottodivisione del fiorino).
Quando la materia prima del rame subì “una svalutazione”, anche la sottodivisione del fiorino ne pagò le conseguenze e i Ciompi furono messi nelle condizioni di ribellarsi per poter sopravvivere.
Il “sistema contenitore” di queste riforme tuttavia non cambiò, né Michele di Lando, leader dei Ciompi, eletto Gonfaloniere di giustizia nel governo della Repubblica fiorentina, seppe farsi alleanze ampie per impadronirsi della maggioranza del governo della città di Firenze. Nel 1382, in assenza di un mutamento o di una distruzione del “contenitore ”(la Repubblica fiorentina), la “ leadership” tornò nelle mani delle Arti Maggiori e i Ciompi finirono in esilio, come ci ha raccontato il Villani nelle sue “Istorie fiorentine”.

Oggi, appare palese che il tentativo americano di costruire un impero facendo ricorso esclusivamente alla forza, è sul punto di fallire. La dottrina della “guerra infinita”, voluta dai Neo-Con americani dopo l’attentato alle Torri gemelle di New York, ha prodotto danni e svantaggi economici che sono alla base della “crisi di fiducia” che domina l’opinione pubblica americana, anche in questi ultimi giorni di campagna elettorale per l’elezione del nuovo presidente degli Stati Uniti.

Il candidato democratico Barak Obama ha ben spiegato all’opinione pubblica americana che l’alternativa a un mondo unipolare non può essere che un mondo multipolare. Conseguentemente, l’alternativa alla dottrina “ imperiale”, che il decennio di presidenza Neo-Con degli Stati Uniti ha cercato di imporre al mondo, non può essere che quella di un nuovo ordine mondiale multilaterale e democratico.

Prem Shankar Jha, economista indiano estraneo alla scuola neoliberista occidentale, ritiene che il capitalismo globale oggi considera limitante qualunque tipo di istituzione, dal welfare-State agli Stati nazionali. Esso è consapevole che la velocità dei processi finanziari globali e dei loro effetti “ destabilizzanti” per le economie nazionali ( come abbiamo visto in tutto il mondo attraverso la crisi dei mutui americani) non è compensabile dalla velocità con la quale la tecnologia è in grado di rendere più abbondanti le materie prime e le risorse energetiche, dalla cui disponibilità a costi decrescenti dipende la fuoriuscita delle economie nazionali dal ciclo recessivo dentro cui il mondo è entrato .

“Il mondo è arrivato al bivio “, è il monito che Jha invia al mondo occidentale dalla sua India, la regione che probabilmente sarà, insieme alla Cina, il fulcro del mondo di questo nuovo secolo.
In nessuna epoca della Storia è mai accaduto che la crisi del “sistema contenitore” capitalistico non fosse superata secondo la ciclica regola intuita da Braudel; distruggendo il vecchio contenitore inservibile e sostituendolo mediante l’impiego di nuove tecnologie idonee a rendere disponibile allo sviluppo del mondo una maggiore quantità di energia e di materie prime. Ne era talmente convinto lo storico inglese Hobsbawm che nel suo libro più famoso “Il secolo breve”, fece un’osservazione profetica”: Il 20° secolo è finito in un disordine mondiale di natura poco chiara e senza che ci sia un meccanismo ovvio per porvi fine o per tenerlo sotto controllo”.

La crisi finanziaria di tutte le Borse nei mercati internazionali ed il ciclo recessivo di lungo periodo per l’economia degli Stati-Nazione, in via di disintegrazione nel mondo occidentale e in alcuni paesi in via di sviluppo, sono la triste prova della premonizione dello storico inglese.

Jha ci avverte, con la travolgente passione della sua tesi esposta nel libro “ Il Caos prossimo venturo”, (2007) che, in assenza di un’Autorità mondiale di governo unanimemente riconosciuta da tutti i Paesi, l’unico modo per salvarsi dal disordine causato dalla crisi degli Stati-nazione e dalla contemporanea crisi delle fonti di energia non rinnovabile (progressivo avvicinamento del picco di Hubbert per petrolio e gas naturale) e delle materie prime essenziali per lo sviluppo e per il sistema dei consumi, è rappresentato da un “Commonwealth” tra i governi dei Paesi più potenti del Mondo con quelli meno potenti sul piano economico-militare ma più ricchi sul piano delle risorse naturali e delle materie prime.

Come già sosteneva alcuni anni fa Vandana Shiva (1990), affermando che le economie di sussistenza non sono povere , in quanto rispondono alle necessità basilari delle popolazioni attraverso l’autorifornimento ma lo diventano in quanto il capitalismo nega loro l’accesso al mercato globale, l’economista indiano Jha avverte il mondo occidentale che solo una “ cooperazione di governo tra paesi ricchi e paesi poveri potrà salvarci dal duplice disordine del caos e della crisi ecologica del pianeta.

Non è la fine della storia, che evocava alcuni anni fa Fukuyama (1992), il pericolo mortale per il nostro pianeta, bensì la congiunzione storica di due crisi strutturali: quella politica della governance del mondo e quella ecologica degli equilibri vitali dell’unico Pianeta che abbiamo.

Torna all'archivio