[20/10/2008] Comunicati

Crisi: sostegno ai settori produttivi con deficit di bilancio dello Stato? Toh, chi si rivede!

FIRENZE. Con la crisi dell’economia reale, dopo il crac finanziario, da più parti (compresi governi ultraliberisti) viene invocato, come alternativa alla recessione (stagflazione, regressione?), il sostegno ai settori produttivi con il deficit di bilancio dello Stato. Toh, chi si rivede!

E’ una novità. C’è puzza, però, di assistenzialismo di Stato in economia a spese dei contribuenti. Bisognerebbe, invece, ricorrere ad incrementi di spesa pubblica -aumento del disavanzo-, per investire e compensare i ritardi delle economie (scuola , ricerca e innovazione agricola e industriale per l’Italia) o i deficit commerciali attraverso produzioni sostitutive (in particolare in campo energetico, del risparmio e della sostenibilità ecologica dei prodotti, della riconversione ecologica del sistema produttivo e dei consumi) in modo che ogni successiva espansione della produzione tenda a «pagarsi da sé», sostituendo, per es., importazioni di idrocarburi, producendo avanzi di bilancio per ripagare il debito. Con ciò è possibile recuperare e mantenere l’equilibrio dei conti sostenuto anche da misure fiscali che incidano soprattutto sui redditi alti attraverso le imposte dirette.

Tutte cose che la Ue ha finora impedito per trattato! Compresi strumenti flessibili di politica economica per attuare, invece, politiche restrittive che in realtà inducono inflazione (che rimane alta anche col crollo della domanda o col nuovo calo del prezzo del petrolio) attraverso il livello elevato del tasso di sconto. Da tempo l’occupazione si è precarizzata e diminuisce col calo della domanda interna, con la scarsa propensione ad investire e le delocalizzazioni produttive.

E’ soprattutto attraverso la composizione degli incrementi della spesa pubblica (non il solo aumento) che si può realizzare un cambiamento a favore dell’occupazione e della sua qualità. Il contenimento dell’inflazione dovrà essere perseguito con strumenti differenti*.

L´ideologismo monetarista e quello liberista (false premesse fondate su pregiudizi e interessi di parte) hanno spazzato via questi strumenti di politica economica utilizzati dagli stati nazionali per obiettivi di carattere strategico, sociale, economico, occupazionale, ecc.

Anche solo citarli negli anni ‘80 era diventata una bestemmia che ti sottoponeva al linciaggio da destra e da sinistra. Gli ideologismi accecano e impediscono di usare ciò che è utile, distruggono conoscenza e memoria storica.

Massimo L. Salvatori scrive che se nell’89 c’è stato il crollo sovietico, nel 2008 sono sotto accusa le ricette della scuola economica di Chicago e anche la socialdemocrazia non sta tanto bene; forse preludio a una sua “insignificanza”. Le ragioni sono tante, il liberismo globale, la finanziarizzazione forzata delle economie nazionali, l’attacco del capitalismo globale al welfare, ecc., e vanno oltre i meriti storici della socialdemocrazia, soprattutto europea. Sicuramente pesa l’aver abbracciato, negli ultimi decenni, l’ideologismo neoliberista che ha spinto anche il PSE a fissare rigidi parametri di bilancio, ma non ai mercati finanziari, e vedere il pericolo inflazione solo negli aumenti di salari e pensioni, ma soprattutto a impedire, con e nei trattati (Maastricht in primis), il formarsi di alternative economiche e sociali al liberismo e alla finanziarizzazione forzata delle economie nazionali.

Persino il merito storico della Ue del sostegno al Protocollo di Kyoto e della lotta al riscaldamento del pianeta, voluti dal PSE, ha perso di credibilità e incisività nel momento in cui non sono divenute un’alternativa sociale ed economica, democratica e trasparente ai disastri e all’opacità dei mercati finanziari, al consumismo e allo spreco.

* A questo proposito consiglio due riletture:Nicholas Kaldor, Il flagello del monetarismo, Torino 1982 e Massimo Pivetti, Bilancia dei pagamenti e occupazione in Italia, Torino 1979. Pur essendo stati scritti in anni in cui l’U.E. non esisteva e gli stati nazionali avevano ancora ampi poteri in politica economica, conservano tutto il loro valore in termini di critica dei danni prodotti dall’ideologismo in economia.

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