[13/08/2008] Consumo

Economia, retromarce e altalene

LIVORNO. Le leggi del mercato hanno trascinato l’economia mondiale talmente fuori controllo che nessuno o quasi è in grado di orientarla verso alcunché. Figuriamoci verso la sostenibilità ambientale, orizzonte nei confronti del quale persino la ragione anche di illustri economisti (Stern in primis) spingerebbe allo scopo di impedire il taglio del famoso ramo dove siamo tutti seduti. Strategia che invece non sembra trovar casa da nessuna parte, tranne appunto qualche voce fuori campo, che chiede isolata una governance globale in grado di far fronte appunto ad un’economia globale pure questa e a briglie sciolte.

La crisi che stiamo vivendo e che vivremo almeno fino al 2009 conseguente ai costi astronomici raggiunti da carburanti e materie prime, ha messo a nudo le fragilità del nostro sistema economico, ma sono pochissimi gli esempi positivi di chi sta tentando di reagire virtuosamente. La Germania è tra questi rari casi, visto che nonostante il periodo nero generale, e anche il suo rallentamento interno della crescita, ha scelto comunque di investire maggiormente nella ricerca aiutando, ne dà notizia il Sole24Ore, la sua industria automobilistica e in particolare Volkswagen ad uscire dall’impasse finanziando parte del progetto della nuova auto ibrida.

In Italia, da un esempio virtuoso a uno vizioso, tutti sembrano invece concentrasi nella ricerca di una formula magica che rilanci i consumi tout court individuato come unico salvagente da gonfiare. E ci stupiamo che, visti i tempi che corrono, a qualcuno non sia venuta l’idea di impiegare l’esercito pure per questo impegnativo compito…

Appare insomma evidente che solo chi ha capito almeno in parte e al di là delle speculazioni borsistiche che cosa ci aspetta se non si mette mano e si prova a riorientare un modello economico che sta a dir poco mostrando la corda, si organizza. O almeno tenta di farlo. Gli altri che, fra rimbalzi e rimpalli, sperano ancora esclusivamente nelle virtù taumaturgiche del mercato – ovviamente incapace di regolare i flussi di energia e di materia (per non dire oggettivamente impossibilitato in assenza di riferimenti chiari e certi) destinando quindi il pianeta alla dissipazione costante delle sue risorse - stanno alla finestra, credendo che quando il pendolo tornerà dalla loro parte si possa ricominciare tutto da capo come se niente fosse.

Un esempio sono gli americani che vedendo il prezzo del barile di greggio in picchiata riscaldano i motori dei Suv (lasciati qualche settimana fermi e organizzano le ferie automobilistiche di settembre. Atteggiamento questo anche comprensibile perché molte persone probabilmente hanno vissuto e stanno vivendo questo periodo come una grave limitazione alla propria libertà e non come momento storico in cui si fanno scorrere i titoli di coda su un modello economico datato e alla lunga perdente, sul piano ambientale e sociale, e se ne inaugura un altro in grado di non mettere in ginocchio questa e le future generazioni dissipando le risorse pianeta.

Il punto è che l’onda lunga della crisi deve ancora arrivare e ci vorrà del tempo e lacrime e sangue per affrontarla e solo dopo si potranno contare le vittime, in primis i lavoratori e poi via via tutti gli altri che non fanno parte della classe agiata e neppure di quella che era la classe media e che sta sempre più scomparendo. Hic et nunc e pur con grandissimi sforzi e difficoltà avremmo però la chance per tentare di metterci al riparo dalle prossime tempeste (non solo dei mercati…), ma sembrano averlo capito in pochi e in tempi di globalizzazione nessuno da solo può salvarsi.

Il prezzo dei carburanti probabilmente scenderà nei prossimi mesi, tuttavia difficilmente il petrolio tornerà ai 40 dollari al barile. Ma magari ora qualcuno lo vuol far credere perché dopo aver speculato sull’aumento dei prezzi del greggio e delle materie prime, che hanno portato gli investitori a puntare miliardi sulle commodities, vuole altresì speculare sull’esatto opposto in un gioco che prosciuga anche i conti in banca dei piccoli consumatori sbalestrati e impotenti e nel quale un ruolo (in negativo) ci pare lo stiano giocando quelli che dovrebbero aiutare nella comprensione dei trend di mercato, leggi Morgan Stanley, che fino a qualche settimana fa soffiava sul fuoco dicendo che il barile del petrolio sarebbe volato a 200 dollari in due anni.

Il quadro dunque stavolta non è assolutamente fumoso o contraddittorio: il nostro modello economico è lo stesso da decenni e ci ha portato a dove siamo adesso. Cambiarlo non solo si può, ma si deve. Chi non vuol farlo non ha neppure il dito dietro cui nascondersi.


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