[11/08/2008] Parchi

La riserva integrale di Sassofratino: un bosco ´comune´ riscopre il senso del limite

FIRENZE. Dei 36.400 ettari che attualmente costituiscono l’estensione del Parco nazionale delle Foreste casentinesi, la Riserva integrale di Sassofratino rappresenta, con i suoi attuali 764 ha, il cuore pulsante.

Istituita nel 1959 con atto interno all’Azienda per le foreste demaniali, poi ratificato con D.M. 26 luglio 1971, la Riserva è stata la prima decretata in Italia. Davanti alla sua maestosa impronta naturalistica viene da chiedersi, in via oggettiva, che cosa sia da intendersi per «Riserva integrale», e quali siano le motivazioni che hanno portato delle persone, 50 anni fa, a porsi un problema di conservazione delle risorse in una zona che non si caratterizza per unicità, poichè stiamo parlando di un faggeto-abieteto misto con acero, tasso e agrifoglio, consociazione boschiva tra le più comuni nell’Appennino tosco-romagnolo.

Altro è la Riserva di Campolino, altro è la Riserva marina dello Zingaro, di cui parleremo presto: zone, esse, di conservazione di habitat rari, quasi unici, habitat la cui protezione non può essere in discussione, poichè la loro fragilità e la loro unicità sono così evidenti che altro non si potrebbe fare che conservazione: non c’è scelta, non ci sono margini di discussione. Per Sassofratino non è così: l’uomo, ormai 50 anni fa, ha saputo fermare il proprio appetito di territorio, di caccia, di utilizzazione selvicolturale, in un’area in cui la caccia e l’agro-pascolo-silvicoltura costituiscono da sempre fonte essenziale di sostentamento. E soprattutto, in un’area che non costituisce habitat raro, unico, irriproducibile ed irrintracciabile altrove.

Sassofratino è forse una grande metafora delle politiche di protezione ambientale, e colonna portante della comprensione di come la salvaguardia sia qualcosa che l’uomo sceglie di fare, rinunciando inizialmente al consumo di risorse, per poi giungere attraverso l’informazione ad una percezione delle risorse immateriali come più importanti di quelle materiali. Quali infrastrutture ci sono, a Sassofratino? Nessuna. Niente.

Il turismo? Avviene intorno. Avviene nel Parco, avviene dove sono stati individuati quei famosi compromessi tra salvaguardia e sviluppo che sono essenziali per l’autosufficienza di una zona di protezione: senza Sassofratino non ci sarebbero alberghi, nel Parco. Non ci sarebbero strade, non ci sarebbe selvicoltura, non ci sarebbe caccia nelle zone adiacenti al Parco, sia pure con gli enormi problemi legati al disturbo che la fauna riceve dall’attività venatoria non regolamentata.

Una grande metafora della capacità dell’uomo di ritrovare quel «senso del limite» che l’uomo «non ama», come ha recentemente sostenuto Mario Tozzi, proprio dalle pagine virtuali di greenreport. Fermarsi in tempo, per poi ripartire con un’economia che, intorno alle zone «core» del Parco costruisca delle «buffer zone» (zone tampone) che comprendano tutto il mondo, tutto il territorio: una grande zona tampone tra un Parco e un’altro, in cui come formichine brulicano quelle attività produttive che costituiscono «core» dell’economia umana.

E intanto Sassofratino riposa, lì, con quel suo odore di bosco che tanto ci piace.

(zona accessibile solo per motivi di ricerca, info c/o Ufficio Territoriale per la Biodiversità
Via Dante Alighieri, 41 - 52015 Pratovecchio (AR)
tel. 0575.583763 - e-mail: utb.pratovecchio@corpoforestale.it)

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