[17/07/2008] Parchi

Cosa fare per i parchi?

PISA. Intanto non tagliare altre risorse finanziarie a quelli nazionali come si vorrebbe fare e come è già stato fatto prima e da tempo per le aree protette marine ridotte al lumicino. Il ministro e il governo dovrebbero perciò dare ascolto a Federparchi che ha giustamente denunciato questo nuovo incombente pericolo dopo la non meno rovinosa stagione dei commissariamenti.

Ma questo modo di procedere che non riguarda soltanto i parchi ma il complesso delle istituzioni sottoposte tutte nessuna esclusa alla cura Tremonti, richiede qualche riflessione che riguarda il ruolo del nostro sistema istituzionale a cui si guarda da tempo come ad un albero a cui tagliare semplicemente più rami possibili. Non un sistema da riformare per delinearne meglio i ruoli e le competenze perché stato, regioni, enti locali, parchi, bacini etc siano messi nelle condizioni di stabilire una maggiore e migliore ‘leale collaborazione’ tra centro e periferia, ma un ingombro da cui liberarsi il più possibile. Alla faccia del federalismo.

La vicenda dei parchi è solo una tessera di questo brutto mosaico. Una tessera che ha però per molti versi un valore e un significato del tutto particolare e emblematico in quanto i parchi nella prospettiva del nuovo Codice delle autonomie possono assolvere ad una importantissima funzione di aggregazione, cooperazione, pianificazione intersettoriale e sovraordinata capace di ridurre quelle politiche sempre più settoriali incapaci di rispondere alle grandi questioni ambientali.

Mortificare, ridurre, ridimensionare questo ruolo colpisce, più di quanto finora sembra avvertire il sistema istituzionale, la capacità complessiva delle nostre istituzioni dal centro alla periferia di promuovere e gestire finalmente politiche nazionali degne di questo nome.

Da qui passa una nuova politica ambientale nazionale ma anche regionale e locale di cui avvertiamo invece troppe incertezze, chiusure e incomprensioni non solo a Roma. E da qui sarebbe bene partire specie se davvero sarà convocata la Terza Conferenza nazionale dei parchi. E dobbiamo farlo non dimenticando -come troppi finora hanno fatto- che un primo serio colpo al ruolo dei parchi e dei loro piani l’ha dato il nuovo Codice dei beni culturali che ha riportato in sedi separate e da definire la pianificazione paesaggistica. Norma a cui ha aperto la strada l’avvocatura di Stato impugnando la istituzione di un parco fluviale piemontese che prevedeva in base alla legge regionale in vigore da anni il ruolo sovraordinato del piano del parco anche sugli aspetti paesaggistici.

La Corte ha recentemente avallato il ricorso a cui il Codice ha spalancato le porte. Ecco dunque una prima questione; ci limitiamo semplicemente a prendere atto della ferita inferta dopo avere difeso a spada tratta la legge quadro o facciamo qualcosa considerato anche il fatto che questo stravolgimento della legge è avvenuto sulla base di una legge delega e a camere chiuse? E nell’attesa di decidere se fare qualcosa e che cosa come reagiranno le regioni che in base dell’art. 145 del codice ‘possono’ prevedere d’intesa con lo stato e le sopraintendenze particolari sedi di collaborazione per predisporre i piani paesistici lo faranno, ad esempio, individuando queste sedi nei parchi così da evitare quanto meno che si proceda alla predisposizione del piano in due sedi e con tempi e modalità diverse e separate? Dove -come in Toscana- si sta lavorando alla nuova legge regionale sulle aree protette questo è uno dei nodi di cui si sta discutendo. Sarebbe bene farlo anche altrove a cominciare da quelle regioni che hanno chiesto in base alla riforma del titolo V di gestire i beni culturali,ad esempio il Piemonte.

Ma le questioni aperte sono molte e tutte importanti e riguardano anche la legge quadro che dopo 17 anni qualche problema lo presenta. E qui bisogna essere chiari su un punto; la cautela, la prudenza che ha sempre accompagnato e comprensibilmente gli amici della legge dinanzi ai rischi di stravolgimenti deve oggi prendere atto che ciò non ha impedito che fuori del parlamento la legge venisse pesantemente azzoppata senza colpo ferire. Dunque la consapevolezza del nuovo contesto politico-parlamentare sicuramente poco affidabile non deve indurci semplicemente a rimandare tutto a tempi migliori cioè a chissà quando. C’è bisogno intanto di avviare in parlamento un confronto non su un nuovo articolato o degli emendamenti ma sulla situazione dei parchi in Italia, di tutti i parchi e non soltanto di quelli nazionali perché questo significa vedere come stanno le cose con il ministero dei beni culturali, dell’agricoltura e tanto altro ancora. Qualche indagine del recente passato servì se non altro a dimostrare che non era vero che i parchi sprecassero i soldi e che molte delle loro difficoltà effettive derivavano da regole burocratiche ministeriali ancora in vigore. Non sarebbe il caso che i tanti cacciatori di sprechi andassero una buona volta e mettere il naso nella gestione delle aree protette marine dove opera ancora la Commissione di riserva in barba ad ogni principio non solo di economicità ma anche di semplificazione?

E della legge 426 rimasta totalmente sulla carta al pari del Santuario dei cetacei vogliamo discuterne? Vogliamo discutere in Parlamento della Convenzione alpina, di APE, delle coste e della loro mancata gestione integrata? Vogliamo vedere sempre in Parlamento oltre che nelle regioni perché i finanziamenti del secondo pilastro in agricoltura –quella della ruralità- segna il passo rispetto al primo? Qui c’è pane per tutti i denti nel senso che questo ha molto a che fare anche con il ruolo degli altri soggetti istituzionali.

Se per qualcuno a Roma o nelle regioni quelle che sono state definite la ‘invarianti ambientali’; suolo, natura, paesaggio, aria per la quali sono state previste gestioni speciali da leggi appunto come la 183, la 394 etc è bene non rientrino nella filiera istituzionale unitamente a regioni, province e comuni è chiaro che ti troverai –come già avviene – ad avere una coperta corta che non riesce ad avvalersi adeguatamente e al meglio proprio di quegli strumenti che operano per dimensione e natura dei compiti non settoriali su ambiti di giustezza e adeguatezza non rinvenibili ad altri livelli anche elettivi.

Se volessimo esemplificare potremmo dire -tanto per tornare ad un esempio toscano- che tante polemiche tra istituzioni e comitati che ci portiamo dietro da tempo- potrebbero trovare un più preciso terreno di confronto non riconducibile solo a singoli casi e progetti- a partire proprio da quei piani dal Parco dell’Arcipelago, delle Foreste Casentinesi, del Parco provinciale dei Monti livornesi etc che per quei territori prospettano ipotesi e indirizzi assai più legati alle tematiche ambientali oggi all’odg.

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