[02/07/2008] Comunicati

Crisi della globalizzazione e crisi della sua critica...

LIVORNO. Viva la globalizzazione, abbasso la globalizzazione. In pochi anni chi sosteneva e incoraggiava il processo di globalizzazione come salvifico per i mercati ha fatto dietrofront e adesso vorrebbe (con gli stessi strumenti utilizzati per incrementarlo) frenarlo a tutti i costi. Come se il processo- che il movimento nato a Seattle chiedeva venisse governato e orientato- potesse accendersi e spegnersi a piacimento. Nulla è stato fatto per governarlo ed orientarlo al fine di trarre benefici globali, come appunto il movimento inizialmente nato come no-global ma presto divenuto altermondialista poneva a tema e adesso gli aspetti più negativi di quel processo, tra cui quelli legati alle speculazioni finanziarie ed economiche, sono tutti emersi e non piacciono più a nessuno. Occasione che sembrerebbe utile a far risentire in maniera forte la voce del movimento se non altro a rivendicare quello che ha sempre sostenuto, ma che appare invece flebile sia in maniera complessiva sia da parte di singole componenti.
Ne abbiamo parlato con Maurizio Gubbiotti, responsabile del Dipartimento internazionale di Legambiente, che quel movimento ha vissuto in prima persona e che ancora ne fa parte a pieno titolo.

Che succede?
«Il problema è che obiettivamente oggi c’è un momento di difficoltà del movimento che rischia di diventare problematica. Che ci sia una mancanza di elaborazione generale è sostanzialmente vero, ed anche quelle voci che erano spesso un po’ più sopra si sono attestate su scenari e soluzioni del lungo termine perdendo di vista il medio termine, rimanendo molto sulla teoria e molto poco su elementi concreti».

E quali sono le prospettive?
«Il movimento ha adesso due appuntamenti su cui si giocherà la capacità di ripresa: il primo è il social forum europeo a Malmö a settembre e poi il forum mondiale a Belem a gennaio. In questi appuntamenti il movimento deve dimostrare che è capace di spostare persone e di elaborare e rilanciare campagne di attività, perché passata la fase del fronte pacifista effettivamente si è perso molto mordente».

Previsioni?
«La previsione è abbastanza positiva per Belem che ha il valore di dare voce a istanze e comunità che non le hanno e dignitosa per Malmö, che è però un appuntamento molto importante perché credo che il ruolo europeo vada recuperato. Su questo il rapporto con la politica e la società civile non ha fatto bene al movimento. Hanno giocato un ruolo mobilitante e hanno fatto mobilitazione, ma la fase di crisi della sinistra internazionale ha avuto un peso forte sul movimento e lo ha profondamente provato».

Soffermiamoci sulla vicenda europea
«Io credo che l’Europa sia l’elemento e il passaggio indispensabile per la governance mondiale e dovrebbe svolgere un ruolo rispetto a Usa e nuovi mondi. E credo che l’aver sostenuto il fronte del no al trattato, pur condividendo il fatto che quel trattato non era buono, è stato letto come un no all’Europa, ed è un errore grave. Su questo c’è una responsabilità della sinistra europea, e vi sono anche altri esempi di responsabilità e di cattiva gestione della sinistra internazionale. Per questo dico che l’appuntamento di Malmö è importante per far sentire l’Europa come un bisogno vero perché se non si riesce a rilanciare questo ruolo di protagonismo, in particolare sul processo di Kyoto, si rischia di perdere la possibilità di spostare l’asse di interesse. Più si indebolisce l’Europa più si dà spazio a chi sino ad ora ha osteggiato il percorso. E i segnali che arrivano non sono certo buoni».

A quali segnali si riferisce?
«A quelli emersi dall’incontro che abbiamo avuto ieri come referenti della società civile che parteciperanno alla fase istituzionale del G8 in Giappone con lo Sherpa che guiderà la delegazione italiana. I segnali vanno in direzione esattamente opposta. Lo Sherpa Massolo, nominato dal nuovo governo ha aperto l’incontro dicendo che era in perfetta sintonia con noi. Salvo poi elencare quelli che saranno i punti nodali del documento italiano, che sono assolutamente divergenti dalle nostre posizioni».

E quali sono?
«Intanto il fatto che pur rispettando la ratifica del protocollo di Kyoto il percorso che si vuole intraprendere è quello fuori dall’Onu, sponsorizzato dagli Usa, che dopo aver ammesso che il problema del surriscaldamento esiste, sostiene che però ognuno deve intervenire come vuole e all’interno dei suoi confini per contrastarlo. E questo percorso dovrà poi convergere nell’appuntamento di Copenaghen nel 2009. Anche su questo la posizione è che non è più possibile che l’Europa si accolli obiettivi ambiziosi e che quindi si sosterranno limiti più permissivi per la riduzione della Co2, che possano andare bene a tutti. Infine che il nucleare e gli ogm pur non essendo una panacea, sono però utili e che quindi bisogna aprire ad entrambi. Per finire, una volta usciti dall’incontro abbiamo appreso che verranno tagliati ben 170 milioni alla cooperazione internazionale. Non sono certo segnali incoraggianti».

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