[02/07/2008] Comunicati

Il neocolonialsmo cinese delle mani libere

LIVORNO. A marzo "The Economist" uscì con uno speciale di 14 pagine dal titolo "China, The new colonialists" che spiegava come il neo-colonialismo con gli occhi a mandorla (soprattutto in Africa) fosse obbligato a causa della fame di materie prime di un Paese con un quinto della popolazione mondiale che consuma la metà del cemento prodotto nel pianeta, un terzo dell´acciaio e più di un quarto del suo alluminio. Secondo The Economist, la Cina ha speso nell´ultimo anno 35 volte di più per importare soia e petrolio di quanto faceva nel 1999 e 23 volte di più per importare rame, ingoiando i quattro quinti della produzione mondiale di questo metallo.

Quello che l´Economist chiama hungry dragon stà diventando sempre più affamato, tanto che la International energy agency prevede che la Cina triplicherà le sue importazioni di greggio entro il 2030. Un grosso problema per il resto del mondo, ma una vera e propria manna per grandi agricoltori, industria mineraria e petrolifera, un miracolo infinito che fa gridare l´Economist al "bull market" ed alla "cyclical expansion", mentre i banchieri, affascinati dal turbocapitalismo comunista, parlano apertamente di supercycle.

Una bulimia economica ed una crescita che vanno sostenute con le materie prime e con un´adeguata politica estera, fatta anche di aiuti ai Paesi poveri, e la Cina viene accusata di aver messo in piedi un nuovo colonialismo, senza nessuna preclusione a stringere le mani a dittatori che se ne fregano della democrazia e della prosperità del popolo, senza quei paletti che mettono i Paesi occidentali, per poi magari farli aggirare dalle loro imprese private multinazionali.

Un´ipocrisia occidentale che non tiene conto delle truppe francesi che difendono regimi impresentabili come quello del Ciad o del Centrafrica o del fatto che il dittatore Libico Gheddafi parla da pari a pari (e fa affari e firma trattati) con Berlusconi, Putin e Sarkozy.

Certo, il doppio binario della Cina, che ha iniziato a collaborare con le missioni di pace dell´Onu e poi sostiene il Sudan nella guerra civile del Darfur, non può essere giustificato solo con il fatto che Pechino non vuole intromettersi negli affari interni degli altri Paesi, perché anche l´amicizia con regimi genocidi come quello del Myanmar o a dittature come lo Zimbabwe è una forma di intervento.

Inoltre, se è vero che la fame di materie prime ha risvolti positivi anche per le povere economie africane, è anche vero che la grande maggioranza della ricchezza prodotta va a finire in Cina, in un´industria che fa l´altro consuma molte più materie prime per unità di prodotto di quanto facciano le più avanzate imprese occidentali e che costa in inquinamento e malattie almeno il 10% del Pil cinese.

Una crescita che non può permettere alla Cina (che già ci è portata per conto suo) di fare la schifiltosa, di porsi problemi etici e di rispetto di una democrazia che non pratica in patria. Un atteggiamento che ha riaffermato, davanti a Consiglio economico e sociale dell´Onu, l´inviato speciale per gli affari africani della Cina, Liu Guijin: «La Cina non pone alcuna condizione politica alla sua assistenza allo sviluppo in favore dei Paesi in via di sviluppo – ha detto senza mezzi termini – L´obbiettivo fondamentale dell´assistenza allo sviluppo o la cooperazione per lo sviluppo puntano ad aiutare i Paesi beneficiari a realizzare il loro sviluppo sociali». Lu ha anche riconosciuto che «l´ambiente politico ed economico in molti dei Paesi in via di sviluppo non è ideale. Ma noi non siamo obbligati ad aspettare che tutto diventi perfetto. Ci aspettiamo che questi problemi possano essere risolti dallo sviluppo e dall´aiuto concreto che noi apportiamo».

Il rappresentante cinese ha ricordato all´Onu che «Se non mette condizioni al suo aiuto allo sviluppo, la Cina, che è essa stessa un Paese in via di sviluppo, non vuole contraddire gli sforzi dei donatori tradizionali, come i membri dell´Ocse e del Club de Paris. Si tratta di un approccio differente. La democrazia deve essere adattata alle condizioni nazionali concrete dei Paesi in via di sviluppo. La Cina accordando il suo aiuto allo sviluppo di altri Paesi, si rifà a tre principi: l´uguaglianza, la reciprocità e l´efficacia».

Insomma, alle perplessità occidentali e delle anime belle della democrazia si risponde: voi fate come volete, ma lasciateci lavorare che alla democrazia, ai diritti umani ed all´ambiente ci penseremo dopo e se ci conviene. La lezione di vecchi colonialisti europei è stata imparata a dovere e rifatta in salsa cinese, ma intanto è diventata un po´ troppo piccante per i nostri delicati palati democratici ed occidentali.

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