[30/06/2008] Energia

Australia scontro nel partito laburista sul nucleare. Il sindacato attacca ma Rudd tiene duro

LIVORNO. Ha fatto scalpore nella capitale australiana Canberra l´intervista a The Australan di Bob Carr, l´ex governatore del Novo Galles del sud, ex capo dell´allora opposizione laburista, e di Poaul Howes, il segretario dell´Australian workers union, il più grande sindacato operaio dell´isola continente, con una forte influenza sul partito laburista.

Carr ed Howes hanno criticato la politica ostile al nucleare del loro compagno di partito, il premier australiano Kevin Rudd, che pure è stata uno degli elementi vincenti di una campagna elettorale che ha riportato i laburisti al governo dopo un decennio di potere conservatore filonucleare e anti-Kyoto.

Secondo Howes, «se vogliamo essere un governo laburista "verde", allora dobbiamo guardare
Carr dal canto suo è ancora più drasticamente propagandistico nel reclamare una svolta verde-nucleare per salvare l´Australia dal global warming.
Il primo ministro laburista Kevin Rudd non cade nella trappola e non tona indietro rispetto all´avvrsione contro il nucleare ancita dai congressi del Labour e dal suo programma elettorale: «l´energia nucleare non è considerata come una risposta al cambiamento climatico – ha detto in un´intervista alla radio Abc – Sul problema del nucleare, noi crediamo che, a parte il nucleare, abbiamo una vasta gamma di scelte energetiche praticabili per l´Australia, con le quali possiamo rispondere alle sfide dl cambiamento climatico. Il governo dispone ancora di altre opzioni. Il carburanti ed I trasporti devono far parte di una politica ampia, che tenga conto del cambiamento climatico, ma la questione di capire come il governo includerà i carburanti nei piani commerciali resta in sospeso».

Rudd non si scompone perché conosce i suoi polli e sa che dietro la sortita "verde" dei due alti papaveri della nomenclatura ammnistrativa-sindacale laburista c´è ben altro, qualcosa che Carr e Howes confssano slo all´ultimo nella loro intervista a The Australian: «Non è possibile avere un´industria mineraria senza energia elettrica significativa. Abbiamo bisogno di fare qualcosa per il cambiamento climatico, ma l´ultima cosa che vogliamo vedere succedere è che l´industria australiana sia spedita in Cina, dove ci sarà il 50% delle emissioni in più, creando un problema peggiore di qualsiasi cosa abbiamo qui».

Uno strano internazionalismo proletario climatico che nasconde il vecchio sviluppiamo industrialista e che più che alle sorti dei compagni cinesi guarda con preoccupazione alle concrete politiche antinucleari dei governi degli Stati australiani del South Australia e Western Australia che rifiutano con forza di dare le autorizzazioni ad aprire miniere di uranio e centrali nucleari, mentre in Queesland il divieto di estrazione di uranio rimane in vigore, nonostante il governo abbia concesso 250 permessi di prospezione.

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