[28/05/2008] Parchi

In Groenlandia si discute del futuro ambientale e politico dell’Artico

LIVORNO. I ministri degli esteri dei Paesi rivieraschi dell’Artico (Russia, Usa, Canada, Danimarca e Norvegia) si riuniscono oggi a Ilulissat, una cittadina della Groenlandia, per discutere delle questioni e delle tensioni di confine che riguardano le rivendicazioni sulla piattaforma continentale artica. La riunione è stata fortemente voluta dalla Danimarca e da Hans Enoksen, il primo ministro del governo autonomo della Groenlandia (che fa parte della Danimarca), che vogliono richiamare i Paesi dell’Artico a cooperare conformemente al diritto internazionale ed a utilizzare dati scientifici per prendere decisioni sulle questioni territoriali.

Canada e Danimarca continuano a disputarsi Hans Oe (Nella foto), un isolotto roccioso vicino alla costa occidentale della Groenlandia ed a quella dell’isola canadese di Ellesmere, ma che è apparsa tra i ghiacci che si scioglievano e che liberavano il mitico passaggio a nord-ovest, che fa tanto gola a canadesi e statunitensi e che nel 2050 potrebbe essere completamente libero dai ghiacci a causa del riscaldamento climatico.

«La mia ambizione – ha detto il ministro degli esteri danese Per Stig Moeller – è che noi possiamo inviare un chiaro segnale politico da Ilulissat, che dice che seguiremo le norme già in vigore per risolvere le nostre differenze conformemente alle leggi internazionali». L’Oceano glaciale artico è il più piccolo oceano del mondo, ma sotto la sua banchisa che si scioglie nasconde immense ricchezze, il diritto internazionale una zona di sovranità nazionale estesa per 200 miglia dalle coste dei Paesi rivieraschi, il problema sono il milione di chilometri quadrati e più che oggi sono “mare di nessuno”.

Sotto i ghiacci che il global warming assottiglia sempre di più si troverebbe un quarto delle risorse di petrolio e gas del pianeta ancora inesplorate e la Russia le ha già rivendicate piantando la sua bandiera a 4.000 metri sul fondo del Polo Nord. Nella sua tappa a Copenaghen, prima di partire per la Groenlandia, il ministro degli esteri russo, Sergei lavrov, ha minimizzato: «Alla bandiera americana che sventola sulla luna, potete aggiungere sulla lista le bandiere di tutte le nazioni i cui cittadini hanno conquistato l’Everest».

Lavrov minimizza all’estero una spedizione “scientifica” spettacolare che nel 2007 ha sollevato l’orgoglio patriottico dei russi che l’hanno vista (ben incoraggiati da Putin e soci) come una giusta rivendicazione territoriale. Dopo la Norvegia ha egualmente chiesto di estendere i suoi confini artici partendo dal suo estremo avamposto delle isole Svalbard. Per Viktor Kremenyuk, direttore dell’istituto americano-canadese di Mosca, c’è poco da essere spiritosi: «Quel che osserviamo oggi è semplicemente l’innesco di un conflitto futuro intorno alle risorse dell’´Artico. Questo sarà sicuramente un conflitto particolarmente pericoloso perché sono coinvolte grandi Nazioni, e sarebbero capaci di battersi tra loro».

Il summit in Groenlandia rappresenta una speranza che questo non accada e che nella dichiarazione comune che dovrebbe scaturirne prevalga l’accordo diplomatico. Il portavoce del ministero degli esteri russo Andreï Nesterenko ha detto che i cinque Paesi artici si assumono «la responsabilità dello sviluppo e della sicurezza della regione, così come della protezione dell’ambiente».

Ma il diplomatico russo minimizza il ruolo della riunione a cinque di Ilulissat: «Ci felicitiamo per la cooperazione internazionale in questa regione dove il ruolo chiave appartiene al Consiglio artico ed al Consiglio euro-artico di Barents, presieduto attualmente dalla Russia. La conferenza dei cinque Paesi rivieraschi dell´Artico è può dare un nuovo impulso alle loro attività». Il ministero degli esteri russo non sembra molto preoccupato per lo scioglimento dei ghiacci artici: «I cambiamenti climatici creano nuove possibilità e sfide nella regione per le quali occorre sviluppare la cooperazione con le popolazioni autoctone».

Peccato che siano proprio i 20 popoli indigeni dell’Artico ad essere più preoccupati per il climate change e per i cambiamenti ambientali sempre più rapidi che liberano risorse e fanno suonare tamburi di guerra dai quali loro non trarranno nulla di buono.

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