[27/05/2008] Comunicati

Razzismo e xenofobia: non in nostro nome

FIRENZE. Le nostre città si caratterizzano sempre più per una somma di elementi critici (la precarietà o la mancanza del lavoro, l’impoverimento delle famiglie, la mancanza di abitazioni, la solitudine degli anziani, lo smarrimento dei giovani) che contribuiscono ad alimentare, in numerose situazioni, il loro progressivo degrado, e costituiscono una miscela potenzialmente esplosiva in un tessuto apparentemente fuori dal controllo politico e sociale.

Tutto questo produce nelle moderne “società del rischio” un diffuso senso di insicurezza. Una insicurezza che esprime l’inadeguatezza individuale di fronte all’erosione delle tutele e delle garanzie collettive, di fronte agli effetti perversi della globalizzazione, di fronte ai mutamenti fisici e sociali dei propri contesti di vita.
L’idea di sicurezza che domina il discorso pubblico e la scena della città in Italia, è invece declinata esclusivamente sotto la forma della pericolosità degli immigrati.

Come spesso accade, a parole imprudenti sono seguiti atti gravissimi, in un clima di caccia allo straniero, in particolare se romeno o rom. In un imbarazzante silenzio. O, peggio, nel miserabile tentativo di “giustificare” i fatti con l’esasperazione e l’insicurezza popolare.

In maniera irresponsabile si è voluta accreditare l’idea, socialmente devastante, che agli immigrati siano riservati trattamenti di privilegio nell’accesso a beni e servizi limitati come la casa, il lavoro o le sempre più scarse risorse dello stato sociale. Che gli immigrati godano di un eccesso di diritti e di una sostanziale esenzione dai doveri. Che i comportamenti illegali degli stranieri siano di fatto impuniti, mentre la spada della giustizia colpisce inesorabile i piccoli vizi italici.
Ogni tentativo di ribattere queste presunte evidenze, anche se basato su dati e fatti concreti, viene liquidato in nome del primato della “percezione”.

La xenofobia e il razzismo si esprimono spesso come disperato tentativo di difendere il proprio status (in questo caso quel che resta dello stato sociale) da invasori smaniosi di saccheggiarlo.
Se il razzismo, come forma estrema della competizione individuale a cui le persone sono abbandonate con la tutta loro precarietà, è un rischio latente a cui tutti siamo sempre esposti, gravissima è la responsabilità di chi lo evoca, con parole e comportamenti che indicano nell’immigrazione una minaccia per il futuro incerto della popolazione “locale”.

In questa costruzione dell’immaginario collettivo, a cui concorrono principalmente coloro che detengono il monopolio del discorso pubblico, si perdono di vista le responsabilità di chi non ha saputo fornire risposte adeguate alle ansie sociali: e cioè politiche efficaci ed inclusive per la casa, il lavoro, l’assistenza, la lotta alla solitudine.

Altrettanto irresponsabile è il calcolo di chi pensa di poter gestire a proprio vantaggio il rancore e il rifiuto che viene indirizzato verso persone e popolazioni. Come la storia insegna, a un certo punto questi sentimenti vivono di vita propria, si autoalimentano oltre ogni evidenza contraria, agiscono come una profezia che si autoavvera.

E’ necessario un momento di responsabilità collettiva di fronte ai roghi delle baracche dei rom, di fronte alle aggressioni, di fronte ad un linguaggio che alimenta l’odio anche se viene giustificato dall’intenzione di evitare “guerre tra poveri”.
Il linguaggio adoperato in questi frangenti, così come le scelte politiche e i comportamenti istituzionali, devono essere ispirati da una volontà di risolvere i problemi e non di inasprirli, di produrre coesione sociale e non divisione. E devono ispirarsi a valori irrinunciabili, come il rispetto dei diritti fondamentali della persona.

In un mondo sempre più aperto, il destino obbligato della città sarà far convivere una moltitudine plurale e frammentata. Indicare l’esclusione, la riduzione dei diritti degli immigrati come soluzione al pericolo da essi rappresentato, renderà molto più difficile e rischiosa questa sfida che tutti abbiamo di fronte.

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