[27/05/2008] Comunicati

Il G8 ambiente e l’approccio settoriale, i francesi e gli italiani

LIVORNO. Dopo tre giorni di dibattito a Kobe dei ministri dell’ambiente del G8 forse resta poco, ma non certo nulla. Non si avanza ma nemmeno si arretra e le spinte diverse sembrano compensarsi, l’unica cosa di cui preoccuparsi come italiani è che il nostro paese abbia deciso di cambiare il lato dove spingere, a quanto pare siamo passati a quello dei frenatori, anche se si tratta di un cambio solo politico, visto che concretamente da quella parte ci stavamo già con i nostri ritardi ed i nostri impegni spesso solo di carta. Gli 8 grandi, i Paesi emergenti e i rappresentanti delle Ong, delle imprese e dei sindacati lunedì si sono trovati d’accordo su un concetto importante: i Paesi ricchi devono dare l’esempio nella lotta contro il climate change, con un obiettivo di riduzione di almeno il 50% delle emissioni di gas serra entro il 2050. Una posizione che conferma quella della Conferenza mondiale sul clima di Bali e che sarà al centro del summit del G8 che si terrà a Toyako, in Giappone, e che fra le sue priorità avrà proprio della lotta al riscaldamento climatico.

La nuova posizione “frenante” e dilatoria dell’Italia non è quindi stata accolta nel documento finale dei ministri dell’ambiente del G8 che ha sottolineato «l’importanza di concludere i negoziati sull’accordo post-2012 all’interno della linea del Piano di azione di Bali e al più tardi nel 2009», cioè durante la Conferenza sul clima dell’Onu di Copenaghen.

Un altro “ingombrante” obiettivo è quello dell’Unione europea che si è impegnata a diminuire le sue emissioni climalteranti del 20% entro il 2020, e di portare questa riduzione al 30% se altri Paesi industrializzati si impegneranno per obiettivi simili a medio termine. Una cosa che non solo preoccupa la Prestigiacomo ma soprattutto gli Usa di Bush che non ne vogliono sentir parlare di impegni ed obblighi tradotti in percentuali, almeno fino a che non li prenderanno anche Cina, India ed altri pericolosi concorrenti di mercato. Infatti, i ministri dell’ambiente del G8 si sono pronunciati per l’adozione da parte dei Paesi ricchi di obiettivi intermedi di qui al 2050, ma non hanno specificato quali siano. I Paesi emergenti e in via di sviluppo chiedono che i membri del G8 si diano un primo obiettivo intermedio obbligatorio per il 2020, basato sugli impegni presi autonomamente dall’Ue.

Il ministro dell’ambiente italiano con le sue dichiarazioni rinunciatarie ed attendiste e la richiesta di deroghe rischia di rompere questo fronte Ue-Paesi in via di sviluppo e per farlo tira in ballo i nostri cugini di Oltralpe: «Anche la Francia, del resto ha difficoltà ad attuare i parametri di Kyoto». Cosa un po’ strana, visto che proprio sul sito del ministero francese dell’Ecologie, de l’Energie, du Développement durable et de l’Aménagement du territoire si può leggere una critica a questo approccio settoriale «un concetto che lascia scettici molti Stati».

Nel comunicato ufficiale del ministero dell’ecologia francese sui risultati del summit del G8 di Kobe si legge infatti: «Il Giappone ha difeso domenica davanti ai suoi partner del G8 l"approccio settoriale" di riduzione delle emissioni inquinanti. Questo approccio consiste nel valutare i progressi compiuti da ogni branca economica, piuttosto che assegnare delle quote nazionali di riduzione dei gas a effetto serra. L’ ”approccio settoriale” lascia però scettici numerosi Stati. I Paesi in via di sviluppo sospettano soprattutto che sia un modo di deviare, da parte dei Paesi ricchi, di far portare il grosso del fardello delle e riduzioni di emissioni ai Paesi poveri, nei quali le industrie sono più inquinanti». Una cronaca che è anche una critica, e non potrebbe essere altrimenti, visto che la Francia si prepara ad assumere la presidenza dell’Ue e a farsi portavoce della sua riconosciuta leadership mondiale nella lotta al global warming. Lo stesso ministro dell’ambiente giapponese ha spiegato lunedì che «la posizione del Giappone è quella di riconoscere che l’approccio settoriale non potrà sostituirsi, né essere un’alternativa, al sistema di acquisto e vendita dei diritti di emissione che impone dei limiti alle emissioni di gas ad effetto serra».

Con la Prestigiacomo non è certamente tenero Valerio Calzolaio, responsabile ambiente della Sinistra democratica ed ex sottosegretario all’ambiente: «Sono cominciate le brutte figure internazionali dell´Italia - dice riferendosi all’intervento del ministro dell’ambiente italiano - il nostro paese sta mettendo a repentaglio non solo l´unità europea ma anche la credibilità internazionale. Il ministro Stefania Prestigiacomo è infatti intervenuta al summit in modo negativo sia nel merito che nel metodo delle questioni affrontante, mi auguro sia stata semplicemente mal consigliata nella prima uscita ufficiale fuori dai confini nazionali». Calzolaio ricorda gli impegni presi con la firma del Protocollo di Kyoto dall’Italia: diminuzioni delle emissioni di gas serra (meno 6,5%) rispetto al medio impegno europeo (meno 8%), «Chiedere dunque una deroga ora, come fatto dalla Prestigiacomo, è impossibile tecnicamente, perché metterebbe in difficoltà tutti gli altri paesi europei, offendendo anche l´impegno dei giapponesi. La seconda considerazione riguarda il prossimo G8 che si svolgerà in Italia, nel 2009, probabilmente in un magnifico arcipelago e in un grande parco mediterraneo. L´anno prossimo sarà infatti l´anno della promulgazione del secondo protocollo per la riduzione delle emissioni di gas che inquinano l´aria e alterano il clima con impegni che riguarderanno il futuro ambientale fino al 2020. Mostrare oggi inconsapevolezza della priorità mondiale dello sviluppo sostenibile pone dunque l´Italia fuori da questo negoziato. Il terzo elemento da analizzare è relativo invece al precedente governo di centrosinistra guidato da Prodi, il quale pur avendo commesso errori e marcato ritardi, tuttavia ha mostrato per due anni che è possibile ridurre le emissioni. Le emissioni di gas serra in Italia sono aumentate fino al 2005, è vero, poi hanno cominciato a scendere, con una modesta ma significativa inversione di tendenza. Enfatizzare le difficoltà di riconversione ecologica dell´economia significa che l´eventuale "crescita" sbandierata dal governo Berlusconi sarà pagata ancora una volta con inquinamento, perdita di biodiversità, cemento, distruzione di risorse naturali».

Torna all'archivio