[01/04/2008] Aria

Il negoziato di Bangkok

LIVORNO. Mille delegati provenienti da 190 diversi paesi si stanno incontrando in queste ore a Bangkok, in Thailandia, per dar vita ai primi negoziati formali delle Nazioni Unite per la stesura di un nuovo Protocollo sui cambiamenti climatici che vada oltre quello di Kyoto.
Quando venerdì 4 aprile la conferenza della parti – iniziata ieri, 31 marzo – si concluderà, non avremo certo un nuovo Protocollo. Tuttavia capiremo se la politica globale per contrastare i cambiamenti climatici avrà subito la necessaria accelerazione.

La posta in gioco, come si sa, è altissima: si tratta di impedire che la concentrazione di gas serra in atmosfera e, di conseguenza, temperatura media del pianeta aumentino fino a livelli insostenibili. Se non interviene una decisione politica chiara, sostengono gli scienziati dell’Ipcc (Intergovernmental panel on climate change), a fine secolo vivremo in un pianeta molto più caldo (con una temperatura media superiore di tre o quattro gradi rispetto a quella attuale).

Il Protocollo di Kyoto, attualmente in vigore, vincola solo 37 stati a tagliare entro il 2012 le loro emissioni di gas serra in media del 5% rispetto ai livelli raggiunti nel 1990. Quando verrà attuato, l’aumento della temperatura media del pianeta sarà stata contenuta per un decimo o due di grado. Troppo poco.

Il Protocollo che ambisce ad andare “oltre Kyoto” dovrà fare molto di più. Dovrà coinvolgere nel processo di riduzione dei gas serra in atmosfera tutte le nazioni – inclusi gli Stati Uniti, la Cina, l’India – e dovrà progettare da qui al 2100 tagli compresi tra il 50% e l’80% se vuole almeno limitare entro i due gradi l’aumento della temperatura. Il processo di tagli concordati è complicato dal fatto che occorrerà tener conto di fattori come la capacità inquinante assoluta, la capacità inquinante procapite, le responsabilità storiche.

Ma il negoziato non potrà limitarsi a drastiche politiche di prevenzione dei cambiamenti climatici, ma dovrà progettare anche rapide politiche di adattamento, stabilendo concrete vincoli di solidarietà tra paesi ricchi e paesi poveri, tra paesi che causano e paesi che subiscono gli effetti del cambiamento climatico.

In pratica la trattativa dovrà, nel medesimo tempo, trovare il modo di sventare o, almeno, di minimizzare i rischi connessi alla più grave minaccia che graverà sulla società umana nei prossimi decenni e modificare il paradigma energetico del pianeta, passando da un sistema fondato sullo spreco e sui combustibili fossili a un sistema fondato sul risparmio e sulle energie rinnovabili. Tutto questo in una fase tumultuosa di cambiamento della geopolitica e dell’economia del pianeta.

Non c’è dubbio: quello che si è aperto ieri a Bangkok è il più difficile negoziato nella storia dell’ecodiplomazia e uno dei più difficili nella storia della diplomazia tout court.

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