[25/03/2008] Acqua

Acqua, perdite di rete, tariffe e...efficienza

LIVORNO. La pioggia e la neve che hanno interessato in questi primi giorni di primavera l’intera penisola italiana potranno forse alleviare i disagi che già si preannunciavano per la penuria d’acqua che si verificherà nei prossimi mesi estivi. Una carenza resa ancora più evidente dagli effetti della ridotta piovosità con fenomeni più violenti e meno copiosi rispetto al passato, ma che risponde a precisi problemi strutturali che non sembrano ridursi da una parte e da un aumento di domanda per usi plurimi dall’altra.

Tra pochi giorni sarà discusso in parlamento il rapporto annuale redatto dal Comitato di vigilanza sull’uso delle risorse idriche (Coviri), ma i dati che già emergono dalla ricognizione evidenziano che gli obiettivi della riforma della gestione introdotta nel 1994 dalla legge Galli, sono ancora lontani. Una delle novità introdotte per arrivare all’unificazione verticale dei diversi segmenti di gestione prevedeva l´istituzione del Servizio idrico integrato (Sii) da svolgersi all’interno di Ambiti territoriali ottimali (Ato), tali da consentire adeguate dimensioni gestionali, superare la frammentazione delle gestioni locali e realizzare economie di scala con un bacino di utenza in grado di generare introiti adeguati a coprire i costi di gestione e gli investimenti necessari, remunerando il capitale investito.

Ciascun Ato doveva poi istituire una Autorità d´Ambito con il compito di organizzare il Sii, individuare il soggetto gestore, vigilare sull´attività di quest´ultimo, determinare le tariffe per i servizi idrici, che discendono da una definizione di obiettivi di qualità, livelli minimi di servizi con una organizzazione imprenditoriale della gestione. E con l’obbligo di remunerare gli investimenti attraverso la tariffa.

Prima della riforma, infatti, il panorama dei soggetti deputati alla distribuzione dell’acqua, alla raccolta delle acque reflue e alla depurazione era caratterizzato da un’estrema frammentazione fra operatori distinti, che agivano su singole fasi funzionali e su ambiti territoriali estremamente limitati.

Dal rapporto Coviri aggiornato a dicembre 2007 emerge che le leggi regionali, che in totale hanno individuato 92 Ato (tutte le regioni a parte il Trentino hanno provveduto) contengono indicazioni applicative in parte omogenee ed in parte contrastanti, sia per la perimetrazione dell’ambito sia per la scelta delle forme di cooperazione tra comuni che rappresentano l’autorità. Inoltre non tutte le regioni hanno definito la necessità di un unico gestore per ambito e in alcuni casi si prevedono più gestori: fino a 28 le società affidatarie in Piemonte, 12 in Veneto e 10 in Emilia Romagna. Una frammentazione che si assottiglia invece scendendo nelle regioni del centro sud, ma che non corrisponde (almeno apparentemente)né in un caso né nell’altro ad una maggiore efficienza del servizio e che non aiuta in nessun caso ad una maggiore omogeneità nel sistema tariffario. Ben 356 sono infatti i diversi bacini tariffari, che giustificano un altrettanto variegato panorama delle bollette, per le quali si registra un generale aumento, pari al 46 per cento, per la spesa media annua (su un consumo di 200 metri cubi) dal 2002 al 2006.

I bacini tariffari sono 164 in Piemonte, 48 in Lombardia, 38 in Veneto, 40 nelle Marche. Un dato che evidenzia anche una scarsa efficienza del sistema dal punto di vista della gestione finanziaria, che si affianca ad una altrettanto scarsa efficienza nella capacità di superare le attuali criticità del servizio. Sono infatti ancora enormi le percentuali di perdite in rete (cioè la differenza tra il volume di acqua immesso in rete e quello utilizzato) che secondo i dati Istat ammontano in media al 30% e che secondo uno studio di Mediobanca avrebbero fatto sprecare nel 2006 circa 870 milioni di metri cubi di acqua pari a 412 milioni di euro di perdite economiche.

Dallo stesso studio di Mediobanca emerge poi che non c’è tanta differenza tra gestori del nord e del sud, dato che se al primo posto per sprechi è sempre l’acquedotto pugliese (gestore unico in Puglia) a svettare con il 50% dell’acqua persa, subito dietro segue Acegas-Aps (Trieste-Padova) con il 38,6, Acea (Roma-Frosinone-Toscana) con il 35,4, Asm Brescia con il 32, Smat (Torino) e Vesta (Venezia) con il 30 e nella stima che riguarda le sole perdite fisiche, l´ Acquedotto pugliese mantiene il primato con il 37,7%, seguito da Vesta (26).

Il bilancio delle perdite deve infatti tenere conto che l’acqua dispersa è di gran lunga superiore alle cosiddette perdite fisiologiche, cioè quelle considerate ineliminabili (caratteristiche di ogni rete e indicate nelle raccomandazioni dell´International water association come Uarl ovvero Unavoidable annual real losses) e che dipendono dall´estensione della rete, dal numero di prese, dalla lunghezza della rete privata. Infatti, a fronte di perdite fisiologiche stimate intorno al 20% (che secondo alcune fonti sarebbero anche più basse) in Italia emergono mediamente deficit di fatturazione di circa il 40%.

Il problema delle perdite in rete, vista l’obsolescenza e l’inefficienza di molte strutture, assume quindi una grandissima rilevanza negli acquedotti italiani, sia per un problema legato strettamente alla risorsa idrica sia per un problema di mancati introiti, che sarebbero utili per eliminare i problemi strutturali senza dover incidere troppo sulla tariffa. Un problema diffuso che riguarda tutti i gestori, i quali in base al regolamento che discende dal decreto legislativo 99 del 8 gennaio 1997, avrebbero l’obbligo di redigere un bilancio idrico annuale e dall’esito di quello procedere ad una specifica campagna di ricerca delle perdite al fine di ridurre lo spreco di risorsa (rete d’acquedotto) o l’inquinamento dell’ambiente (rete fognaria).

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