[20/03/2008] Urbanistica

Gli undicimila tuvaliani, avanguardia di 150 milioni di rifugiati climatici

LIVORNO. Chissà cosa ne sa e cosa ne pensa la regina Elisabetta II del destino segnato della perla più pericolante della sua corona, le isole Tuvalu, un minuscolo Stato di appena 23,96 kmq, indipendente dal 1978, e sperduto nell’oceano poco a sud dell’Equatore, tra le Gilbert e le Samoa, e dei suoi 11 mila sudditi che non vuole accogliere nessuno?

L’Australia ha infatti respinto la domanda di asilo collettivo avanzata dagli abitanti delle isole Tuvalu, un arcipelago di 9 atolli dell’oceano Pacifico che sta scomparendo inghiottito dal mare che sale a causa del riscaldamento climatico. Il problema dei profughi ambientali diventa ogni giorno più grave e la stessa Onu prevede che entro il 2050 ce ne potrebbero essere 150 milioni.

Massimo entro due generazioni del micro Stato delle Tuvalu non rimarrà traccia, ma questi atolli corallini sono solo il più piccolo filo d’erba che annuncia la grande foresta di popolazioni molto più ampie che saranno ancora più colpite dagli effetti del global warming e le cui avanguardie si scorgono già dal Darfour a New Orleans, nell’Olanda colpita nelle sue dighe dalle tempeste di acqua e vento, nel Bangladesh indifeso.

L’Australia ha buon gioco a respingere i popoli degli atolli: la definizione di “rifugiato” della convenzione di Ginevra non può essere applicata che ai cittadini vittime di persecuzione e la stessa domanda di asilo presuppone una persecuzione, inoltre i grandi spostamenti di popolazione causati da guerre, rivolte e disastri avvengono spesso nel mondo all’interno dello stesso Stato, quindi per ora il termine “rifugiati climatici” è politicamente scorretto. Secondo quanto dice a Novethic.fr François Gemenne, ricercatore del centre d’étude de l’ethnicité et de la migration di Liegi «il termine “sfollati ambientali” è più giusto, rende conto bene del malessere delle popolazioni». Il termine “sfollati” esiste da sempre e per gli Stati che li accolgono ha il pregio di essere indefinito e “temporaneo” e di non godere di uno statuto ufficiale.

La Convenzione di Ginevra vive già tempi magri di frontiere apertissime alle merci e chiuse agli esseri umani, si respingono ormai i rifugiati politici figuriamoci se le grandi democrazie occidentali hanno voglia di riconoscere i rifugiati ambientali che premeranno a milioni alle loro frontiere.

Per Chloé Vlassopoulou responsabile del settore rifugiati ambientali del network scientifico “Travaux, études et recherches sur les réfugiés et l’asile” (Terra) «Se creiamo lo statuto di rifugiato climatico, che potrebbe applicarsi a milioni di persone, andiamo verso lo smantellamento della convenzione. Non ci sono che alcuni paragrafi in qualche convenzione per prendere in considerazione in maniera indiretta la sofferenza delle genti legata all’inquinamento. Per gli sfollati climatici, se verrà accordato loro uno status, la difficoltà sarà quella di provare la causa ambientale del loro esilio. Diversi criteri sono coinvolti: politici, economia, ambiente. Sempre più guerre sono innescate da stravolgimenti climatici».

Quindi i profughi del cambiamento climatico non rientrano in nessuna categoria predefinita: «I conflitti creano dei problemi ambientali, e viceversa – spiega François Gemenne – Occorre dunque stabilire i fattori che provocano lo spostamento, che sarà l’argomento da presentare per chiedere l’asilo. Ancora, il precedente governo australiano aveva una politica dell’immigrazione molto protettiva. Oggi accetta di accogliere gli immigrati che hanno un contratto di lavoro.

Chi verrà dichiarato “sfollato ambientale” beneficerebbe allora di uno status completamente nuovo, molto differente da quello di rifugiati politici. «In questo caso d’esilio non c’è ritorno possibile – spiega François Gemenne. Si tratta spesso di popolazioni che vogliono restare nella stessa zona geografica e conservare lo stesso modo di vita. Non si può dunque imporre loro il logo di migrazione. Accogliere I Tuvaliani nelle città europee contro il loro volere sarebbe anche impensabile».

A quanto pare, si pensa piuttosto a diverse definizioni di profughi ambientali, secondo le cause delle diverse migrazioni: catastrofi industriali, cambiamenti ambientali conseguenti a conflitti armati, conseguenze di grandi infrastrutture pubbliche, cambiamenti climatici e catastrofi naturali.

Ma intanto l’immensa Australia ha buon gioco nel rifiutare la domanda di asilo delle minuscole Tuvalu sostenuta dall’istanza della Nuova Zelanda: nessuna persecuzione, nessun diritto di asilo.

Imporre quote di accettazione di rifugiati climatici ai Paesi sviluppati sembra impossibile: «La Francia potrebbe aprire le sue frontiere per accogliere i suoi vicini olandesi, presto annegati, con il pretesto che è colpa dell’inquinamento? – estremizza Chloé Vlassopoulou – Gli impegni sono globali e debbono essere dibattuti a scala mondiale».

Ma nessuno ornai si nasconde più le catastrofi ambientali-umanitarie prossimo venture ed il dibattito a livello internazionale si fa sempre più urgentemente serrato e si fa strada l’idea di un fondo europeo o internazionale legato al principio chi inquina paga. La Commissione europea cofinanzia il progetto di ricerca Environmental change and forced migration scenarios (Each-For) sui legami tra i cambiamenti ambientali e e le migrazioni forzate. «Fino a che non si studia e non si conosce il problema, non si potrà risolverlo» dice Vlassopoulou.

«Liberando dei fondi per limitare il riscaldamento, si ridurranno i flussi – spiega Gemenne – Si possono ugualmente sostenere le popolazioni favorendo il loro adattamento, per evitare loro una migrazione forzata».


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