[20/03/2008] Parchi

Se l’acqua fa male ai pesci

LIVORNO. Alla vigilia della giornata mondiale dell’acqua il Wwf Italia, con il dossier “Acque in Italia” lancia l’allarme per i pesci di laghi e fiumi: «delle circa 50 specie autoctone di pesci che vivono nei nostri fiumi, laghi e lagune, 3 si sono già estinte e 22 sono, a diverso grado, in pericolo di estinzione.. L’emergenza continua: a rischio molte specie di pesci. La salvaguardia dei pesci d’acqua dolce rappresenta una sostanziale priorità di conservazione degli ambienti italiani: i pesci non solo sono importanti indicatori di qualità ambientale, ma rappresentano soprattutto gli elementi fondamentali di quella ricchezza di specie, biodiversità, che rischia di ridursi sempre più velocemente».

Secondo Andrea Agapito Ludovici, responsabile acque del Wwf, che ha curato il dossier insieme a Sergio Zerunian, «I pesci rappresentano senza dubbio una delle componenti biologiche più significative e a rischio degli ecosistemi di acque dolci vi sono grandi predatori come il Luccio, piuttosto che piccoli predatori di larve d’insetti e macroinvertebrati come Cobiti e Ghiozzi, ma rivestono anche una notevole importanza per il loro valore commerciale e ricreativo. Pensiamo ad esempio alla pesca sportiva, il cui indotto economico è estremamente significativo: dall’abbigliamento specialistico alle attrezzatura da pesca, dalle strutture alle testate giornalistiche specializzate. Insomma, un mondo ampio ed articolato che gravita intorno alla “risorsa ittica” costituita dai pesci d’acqua dolce».

Per il Wwf «la condizione della fauna ittica italiana è piuttosto grave ed è lo specchio di una situazione di degrado generalizzato della rete idrografica superficiale: delle circa 50 specie autoctone di pesci solo una, il Cavedano, può essere oggi considerata non a rischio; tutte le altre, comprese le 22 specie endemiche o subendemiche, sono da considerare a diverso grado in pericolo di estinzione. Anche per questo la corretta tutela degli ecosistemi acquatici deve tener conto dei processi ecologici che ne garantiscono la funzionalità, ma deve anche tenere in adeguata considerazione i valori naturalistici che la stessa Unione Europea ha evidenziato nella Direttiva Habitat».

Nel bacino del Po le specie endemiche più a rischio sono: l’anguilla, importante anche per la pesca e l’acquacoltura; la Lampreda padana, in forte riduzione per l’impoverimento dell’habitat; lo Storione cobice, minacciato dalla pesca nel bacino del Po e in alcuni fiumi del Veneto, che migra negli estuari dei fiumi per risalire nel periodo di riproduzione i grandi fiumi; la Trota marmorata, presente in alcuni corsi d’acqua dell’Italia settentrionale, ambita dai pescatori sportivi ma minacciata soprattutto da argini artificiali, sbancamenti, prelievi di ghiaia, variazioni di portata dei fiumi per sfruttamento di energia elettrica; il Carpione del Garda, presente solo in acque pulitissime, ad alto rischio sia per la pesca eccessiva che per l’inquinamento delle acque del Garda; il Panzarolo, tipico delle risorgive e endemico della regione padana.

Ma non va meglio nell’Italia peninsulare dove è in pericolo il Ghiozzo di ruscello, un endemismo italiano che vive solo in acque limpide e ben ossigenate e per questo ancora presente solo in pochi fiumi dell’Italia centrale, o per il Carpione di Fibreno, che vive unicamente in un piccolo lago dell’Italia centrale, la Trota macrostigma, delle regioni tirreniche, Corsica, Sardegna e Sicilia, scomparsa da molti siti, la Lampreda di ruscello, tipica delle aree peninsulari tirreniche e in forte riduzione per il degrado degli habitat.

Secondo il Wwf «Attualmente la tutela e gestione dei nostri corsi d’acqua, laghi e zone umide sta attraversando un periodo piuttosto buio a causa, soprattutto, di una grande confusione normativa, della frammentazione di competenze e risorse e della tardiva o mancata applicazione di direttive internazionali (Direttiva Quadro Acque 2000/60/CE, direttiva partecipazione 2003/35/CE, direttiva habitat 92/43/CE) per cui l’Italia è stata più volte richiamata o condannata dall’Unione Europea. Purtroppo in Italia si sta abbandonando l’approccio a scala di bacino per favorire una controproducente parcellizzazione della gestione del territorio, funzionale solo ad una spartizione di risorse e poteri fra Stato ed Enti locali. Invece, è solo rilanciando e rafforzando le Autorità di bacino/distretto che è possibile garantire una corretta programmazione e gestione di attività ed interventi per il raggiungimento degli obiettivi di qualità entro il 2015 previsti dalla direttiva quadro Acque 2000/60/CE.

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