[19/03/2008] Energia

Zanchini: «Siamo il Paese con le migliori opportunità di investimento nelle rinnovabili»

LIVORNO. C’è qualcosa di nuovo e di positivo che si muove sul fronte delle rinnovabili nel nostro paese.
Da quanto emerge infatti dal rapporto dei Comuni rinnovabili 2008 di Legambiente, presentato oggi a Roma, cresce la diffusione nel territorio italiano degli impianti per tutte le fonti rinnovabili e il numero dei comuni dove è installato almeno un impianto nel proprio territorio, che arriva a 3190.
Sono 172 quelli totalmente autosufficienti dal punto di vista della produzione di energia elettrica grazie al solo contributo di eolico e mini idroelettrico (senza considerare quelli autonomi grazie a geotermia e biomasse) mentre da un punto di vista del fabbisogno termico sono 16 quelli che riescono a soddisfare completamente il fabbisogno delle famiglie grazie al teleriscaldamento.
Ancora pochi se considerati sul totale dei comuni italiani che ammonta oltre 8000 ma più che raddoppiati rispetto al Rapporto del 2007.

Al Sud come al Nord, anche quest’anno è il ruolo da protagonisti spetta ai piccoli comuni, quelli in cui vivono meno di 5.000 abitanti, in cui la scelta delle rinnovabili ha coinvolto 1.664 realtà.

Un aspetto importante da sottolineare è che la scommessa di questi territori, si sta rivelando vincente da tutti i punti di vista: innanzi tutto la risposta al fabbisogno energetico attraverso eolico, geotermico, idroelettrico, biomasse che ha permesso già oggi a centinaia di comuni di produrre più energia elettrica di quanta ne consumano. C’è poi l’aspetto legato al fatto che i cittadini pagano bollette meno salate e godono di un’aria più pulita. E grazie a questi impianti si sono creati nuovi posti di lavoro e nuovi servizi.

Questi numeri contano anche per far capire che la sfida in cui l’Europa si è impegnata al 2020 è fattibile e che per l’Italia puntare su un modello di generazione distribuita con un forte ruolo
delle fonti rinnovabili è una prospettiva credibile, e sicuramente più vantaggiosa e desiderabile di quella prospettata da chi vorrebbe tornare al nucleare o puntare al carbone pulito. L’impegno europeo, vincolante, in cui anche l’Italia deve dare il proprio contributo avrebbe un effetto straordinario non solo in termini di riduzione dei consumi e delle importazioni di fonti fossili, ma anche in termini di innovazione, orientata nella giusta direzione, e di creazione di nuovi posti di lavoro.

Ma bisogna crederci e assumerla come scelta prioritaria. Ed è su questo che emergono le carenze.
In questo momento ci sarebbero infatti tutte le opportunità economiche per investire in Italia, grazie a un sistema di incentivi che ha pochi paragoni a livello mondiale per eolico, idroelettrico, biomasse (grazie alla riforma dei certificati verdi realizzata dall’ultima legge finanziaria), per il solare termico (per la detrazione fiscale del 55%) per il solare fotovoltaico (attraverso il sistema incentivante del “conto energia”).

Quello che ancora non funziona sono le regole per l’approvazione e la realizzazione degli impianti e lo scenario industriale che non si riesce a innescare intorno alle fonti rinnovabili nei territori.
«Siamo il Paese in Europa con le migliori opportunità di investimento nelle rinnovabili – dichiara Edoardo Zanchini responsabile nazionale energia di legambiente - e al contempo quello in cui è più complicato realizzare i progetti. Le ragioni sono evidenti, non sono ancora state emanate le Linee Guida per l’approvazione dei progetti di impianti da fonti rinnovabili previste dal DL 387/2003 e dunque in ogni Regione abbiamo un quadro normativo diverso e spesso ostile nei confronti dei
progetti».

La diffusione dell’eolico è di fatto bloccata in Sardegna, vede indicazioni contraddittorie che ne ostacolano lo sviluppo in Abruzzo, Basilicata, Calabria (dove è stata approvata la scorsa
settimana la moratoria in giunta) e potrebbe avere limiti allo sviluppo anche in Toscana che punta alla realizzazione di almeno 15 grandi parchi eolici, ma sta mettendo paletti che difficilmente renderanno possibile attuare l’obiettivo.

«Quasi tutte le regioni centro settentrionali sono accomunate da un´attenzione preoccupata nei confronti dell’impatto dell’eolico sul paesaggio - continua Zanchini - atteggiamento che non si vede in forma analoga per impianti da fonti fossili o autostrade. I cittadini che vogliono installare un pannello solare termico o fotovoltaico sul proprio tetto devono fronteggiare una normativa contraddittoria, sono costretti il più delle volte a pagare per una Dia (dichiarazione d’inizio attività) di un impianto di pochi metri quadri, quando va bene».

E può capitare, come nel Lazio, che la Soprintendenza dei Beni Architettonici per il Paesaggio approvi una nota che invita quasi 60 Comuni della regione a sospendere tutte le installazioni degli impianti fotovoltaici in attesa che il Comitato di Settore elabori una norma di indirizzo per tutto il territorio nazionale
Ed è sufficiente guardare ai numeri di diffusione di una tecnologia semplice e a portata di investimento come il solare termico per capire come qualcosa non sta funzionando: perché è quasi incredibile che in un paese assolato come l’Italia ci sia un quarto dei pannelli della Grecia e un decimo della Germania.

E’ evidente che nel nostro Paese manca una chiara direzione di marcia, intesa come linea di governo, che spinga un settore di mercato a orientarsi in questa direzione, e che arrivi a coinvolgere il settore edilizio e dell’impiantistica termica e elettrica.
Per farlo basterebbe guardare all’esperienza degli altri Paesi europei, dove semplicemente hanno scelto una politica e la stanno mantenendo con coerenza, perché sta producendo risultati.

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