[18/03/2008] Comunicati

Tibet: perché nessuno può boicottare la Cina

LIVORNO. «Sono 25 anni che la Cina ha aperto le porte ai mercati mondiali. Da allora i leader del Paese hanno tenuto deliberatamente basso il tenore di vita dei loro cittadini e hanno mantenuto alto quello degli statunitensi. Si spiega così l’enorme eccedenza della bilancia commerciale cinese – più di 1.400 miliardi di dollari che crescono al ritmo di un miliardo al giorno – investita soprattutto in titoli del tesoro statunitense. Di fatto, negli ultimi anni ogni abitante della (ricca) America ha preso in prestito circa 4.000 dollari da un cittadino della (povera) Repubblica Popolare Cinese».

Sta tutto in queste frasi scritte da James Fallows per il mensile Usa “The Atlantic” il perché il mondo sta ripagando con una imbarazzata impotenza la disperata rivolta tibetana e perché ogni flebile appello al boicottaggio dei giochi olimpici di Pechino sia una impossibile utopia, per non parlare della velleitaria proposta di sospendere per un giorno la campagna elettorale italiane per spaventare i dirigenti di un Paese che la campagna elettorale non sa nemmeno cosa sia. Temiamo che i tibetani, al contrario di noi, trarrebbero ben poco giovamento dal silenzio di Berlusconi, Veltroni e Bertinotti.

Il problema sta infatti tutto in un paradosso che sembra l’avveramento di una profezia marxista: il più grande Paese comunista del mondo tiene ormai in scacco la terremotata economia mondiale, se lasciasse o stringesse la presa tutto crollerebbe, ma non lo farà perché non gli conviene, ma potrebbe essere sempre pronta a dare una strizzatina qua e là se qualcuno disturbasse con troppe domande e troppi sofismi umanitari la “società armoniosa” che la Cina vuole edificare con l’arricchimento di una oligarchia che spesso coincide con i famigli dei dirigenti del Pcc e che prevede la neutralizzazione delle minoranze scomode che hanno fatto l’errore di vivere sui probabili forzieri del nuovo sviluppo, a partire da quelle tibetana e uigura.

Il boicottaggio non è possibile, perché farebbe molto più male a chi lo attua che alla Cina e i dazi del liberista Tremonti sono una boutade da campagna elettorale che nasconde i numeri della potenza cinese che è prima di tutto economica. La Cina è il vero motore della globalizzazione e la drammatica conferma che il libero mercato funziona (forse meglio) anche senza libertà democratiche e civili. Invocare l’invio di osservatori Onu in un Paese che siede nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite è più o meno un pensiero politico romantico: i confini cinesi sono intangibili non solo per la presenza del più grande esercito del mondo, sempre meglio armato grazie agli ultimi ritrovati occidentali e russi ed alle nuove tecnologie spaziali autoctone che potrebbero servire, e molto, ad armare meglio le bombe atomiche cinesi, ma soprattutto perché la Cina è economicamente intoccabile. Il fondo sovrano di investimento all’estero e le sue agenzie di investimento sono il vero braccio armato con il quale il partito comunista cinese influenza imprese e governi occidentali, senza nessun fastidioso bisogno di trasparenza e codici di condotta.

La infastidita reazione cinese alle proteste per i fatti del Tibet più che l’arroganza nasconde la sicurezza di intangibilità: nessuno toccherà il gigante dopo aver voltato lo sguardo sulla strage dei monaci buddisti in Myanmar da parte della dittatura militare amica di Pechino o dopo aver assistito impotenti alla infinita mattanza russa della Cecenia. Gli interventi armati e le minacce di boicottaggio si fermano alla scala inferiore di potenza, a Cuba, all’Iran, all’affamata Corea del Nord ed agli sciagurati Iraq ed Afghanistan, con la Cina si può protestare civilmente ma non minacciare boicottaggi, nemmeno sportivi.

Non li sosterrebbero le grandi marche sportive che finanziano le olimpiadi e gli atleti che gareggeranno nei giochi di Pechino. Non aspettiamoci nessun pugno alzato per protesta a Pechino, nessun atleta sventolerà la multicolore bandiera del Tibet se non vorrà perdere quanto ha di più caro: un contratto con la Nike, l’Adidas o la Reebok. La guerra fredda che permise il boicottaggio delle olimpiadi di Mosca è finita ed ora quello che era un impresentabile ed indecifrabile nemico asiatico, che sfamava a malapena più di un miliardo di straccioni, siede nei consigli di amministrazione delle banche americane, puntellandone le mura, e sostiene i fondi di investimento dei pensionati occidentali con il lavoro sottopagato dei proletari cinesi che fabbricano le carissime scarpe delle star sportive di tutto il mondo e inondano di merci a basso costo i bulimici mercati occidentali e di preziosi scarti quelli anoressici del terzo mondo.

Ma la sanguinosa repressione per le strade di Lhasa ci dice anche che nessuno si può illudere che le olimpiadi apriranno la Cina al mondo. Il governo cinese ha autorevolmente confermato la linea dura: nessuno disturbi il nostro armonioso cammino, che più o meno vuol dire che è il mondo che dovrà aprirsi alla Cina così come è, che continuerà a fare come gli pare al suo interno. Gli unici standard che Hu Jintao e compagni sono disposti a rispettare sono quelli del liberismo globalizzato che dimostrano come ormai la democrazia sia un semplice orpello non necessario del libero mercato, un altro mito che cade sotto i colpi della crescita cinese e di altre dittature dello stesso o di altro segno.

Quando si saranno spenti i fuochi, e sarà lavato dalle strade il sangue della rivolta tibetana, la Cina con le olimpiadi offrirà al mondo un incredibile spettacolo di grazia armoniosa ed i giornalisti occidentali, embedded, saranno portati in giro a raccontarci le meraviglie della crescita cinese in quartieri svuotati dai poveri e in città ripulite temporaneamente dallo smog. Torneranno a cantare entusiasti le lodi dello sviluppo infinito, della crescita del Pil a due cifre che innalza altissimi grattacieli pacchiani, e i fantasmi dei monaci tibetani scoloriranno nell’abbagliante fondale della nuova potenza del mondo e del suo impenetrabile ed inflessibile comunismo asiatico, che si specchia nel turbocapitalismo ma che, impassibile, non si adatta alle nostre speranze occidentali di democrazia.

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