[29/02/2008] Acqua

Ato unico acqua, il dibattito non sia condizionato da sirene di mercato

FIRENZE. La Nazione: «Massa Carrara, contro la vendita valanga di firme per l’Evam. Chiesta la discussione in Consiglio comunale; oltre 1500 firme contro la privatizzazione dell’Evam. Nel testo sottoscritto i cittadini rivendicano il patrimonio idrico della provincia come appartenente all’intera comunità e alla sua storia». Fin qui il fatto. Ma come risponde la Giunta regionale chiamata in ballo anche in questa circostanza come in altri casi simili? Forzando la mano in sede di concertazione regionale con un “Patto” e una proposta di legge regionale – forzatura a cui non hanno aderito le associazioni ambientaliste - con il risultato di spaccare la maggioranza nel voto sull’odg in Consiglio regionale di mercoledì (27 febbraio) sull’aggregazione delle società di gestione degli Ato 2, 3 e 6.

Una proposta di legge regionale dove per il servizio idrico integrato è previsto un Ato unico e una presenza privata fino al 49% della società di gestione. Prevede, inoltre, un gestore unico regionale (in virtù della presunta maggiore efficienza e dell’economia di scala), che è la premessa ad una holding finanziaria quotata in borsa la cui unica preoccupazione sarà vendere e sprecare più acqua per remunerare le rendite finanziarie, con buona pace di investimenti e qualità sociale e ambientale. Ato e gestore unici rompono il collegamento forte e necessario tra bacino idrografico e gestione del ciclo dell’acqua.

Questa scelta è una risposta tutta in termini economicistici e di potere alle esigenze delle popolazioni per buona e sicura quantità, oltre alla qualità, dell’acqua, per investimenti necessari volti a far fronte anche ai cambiamenti climatici e ad ammodernare il servizio idrico integrato. Nella circostanza, il dibattito politico è rimasto circoscritto agli addetti ai lavori ed è stato condizionato da “necessità” esclusivamente economiche utilizzate per depennare in modo “autoritario” altre prospettive come la gestione “in house” (prevista dalla legge italiana e dall’Ue) o il protezionismo in materia di risorse naturali, il ruolo positivo delle imprese pubbliche, ecc..

Tutto nasce dalla presunta evidenza del ruolo della concorrenza in economia e del primato, nella società, del libero scambio (macroeconomico) e della flessibilità (microeconomica). La discussione avrebbe dovuto, invece, centrarsi sul fatto se, nelle circostanze date, in Toscana, e per risultati particolari, la concorrenza possa o meno consentire un efficace coordinamento tra le azioni economiche, quelle sociali e ambientali. Ma così non è stato, sia nella discussione sul patto sui servizi pubblici locali che sulla proposta di legge regionale in materia, la concorrenza ha rappresentato un dogma indiscutibile, un carattere assoluto indipendente dalla condizioni concrete. Ciò si basa sul mito dell’informazione immediata e perfetta degli attori economici, come su quello degli aggiustamenti immediati tra domanda e offerta, e, per definizione aprioristica, che beni e servizi siano interamente sostituibili tra loro.

Ma nessuno ha mai dimostrato che il meccanismo della “mano invisibile” del mercato regolerebbe spontaneamente produzione e consumo meglio di un qualunque altro sistema: come, per esempio, quello antico ma innovativo del bene comune. Quale corretta e immediata informazione vi può essere con una holding che agisce in regime di monopolio della risorsa naturale? Ma se in presenza di imperfezioni e asimmetrie nell’informazione degli attori, il mercato cessa di essere efficiente (per definizione), le condizioni si destabilizzano e tocca alla mano pubblica intervenire per risolvere i problemi. C’è sufficiente materia perché il Consiglio Regionale allarghi la discussione coinvolgendo le comunità locali e non si faccia condizionare dalle sirene del mercato.


Torna all'archivio