[25/02/2008] Consumo

Cani grassi o pecore elettriche?

LIVORNO. Il detto che il cane somiglia al padrone non è mai stato così vero, almeno nei Paesi dell’occidente ricco dove, secondo il Journal of Veterinary Internal Medicine i cani (e i gatti) sono sempre più obesi e afflitti da diabete, cardiopatie ed altre malattie da benessere e da prolungamento della vita. Potrebbe trattarsi di un adattamento alla simbiosi evolutiva-culturale tra cane ed uomo (un po’ meno per il gatto) con gli animali che da utili compagni per caccia, pastorizia e per il controllo di predatori e “nocivi”, sono diventati nei millenni “animali da compagnia” (anche questa un’accezione in gran parte occidentale), selezionati esattamente per questo e comunque nelle città snaturati, privati del loro habitat che era si anche antropizzato, ma non solo.

La dimostrazione di questo strano “animalismo” urbano è, in un momento nel quale si lamenta la contrazione dei consumi umani, l’espansione ipertrofica degli scaffali dedicati ai cibi ed ai prodotti per animali nei supermercati, con scelte sempre più variegate, sofisticate, costose e a volte assurde, e l’occupazione degli spot televisivi da parte di una miriade di cibi per cani e per gatti. La traduzione nella vita di tutti i giorni è il nome di “bambino” e di “mamma” o “papà” che si sente spesso riferito all’animale ed all’umano quando incrociamo qualche padrone insieme al suo animale “da affezione”, ma anche la domanda crescente di cimiteri per animali, che denotano una umanizzazione “religiosa” che è il passo successivo alla disneyzzazione della natura già avvenuta da tempo in una società sempre più urbana. L’ultima follia è la clonazione dei cani, che permetterà a caro prezzo, 150 mila dollari, di far resuscitare l’amato cane o il gatto del cuore. E’ qualcosa di totalmente differente dalla sacralizzazione degli animali che ancora oggi si riscontra nelle culture animiste o in religioni non monotesistiche, che legano gli animali proprio a forze potenti della natura e ne fanno archetipi del mondo, della sua creazione e del suo “funzionamento”, mantenendo sempre il sacro rispetto (che è anche giusta distanza) per la diversità e l’alterità degli altri esseri viventi.

E’ evidente, in questo fenomeno crescente di umanizzazione del vivente “carino”, il ruolo positivo di salvagente affettivo che svolgono gli animali domestici in una realtà con sempre meno bambini e sempre più anziani soli, ma è anche evidente che tra gli esseri umani e quelli che sono da millenni i nostri compagni rischia di rompersi (anzi, si è già rotto da tempo) un rapporto di mutua compensazione, il dare ed avere. Il cane e il gatto non ci chiedono infatti di acquistare cibi inscatolati che provocano un’evidente dipendenza, non chiedono l’ultima confezione al naturale di filetto di pollo da comprare nell’esclusivo contenitore nelle migliori farmacie o nei negozi autorizzati, non avrebbero bisogno dello yogurt, delle medicine per l’obesità, della dieta a punti per il micio e del dog sitter da jogging per fido… è chiaro che questo è un nostro bisogno, che stiamo trasferendo sui nostri animali le nostre sindromi da vivere moderno, il nostro sedentarismo da computer, la nostra bulimia di consumi che si traduce in nevrosi da benessere e in una fascia di adipe che ottura le nostre e le loro arterie.

L’umanizzazione fino alla sacralizzazione casalinga dell’animale somiglia molto ad un rapporto morboso tra amanti nel quale uno (l’essere umano) non riconosce all’altro (l’animale) il diritto alla propria naturalezza che è anche identità, istinto predatorio e sessuale, interazione diversa con il mondo che ci circonda, insomma in alienazione subita e differita. L’umanizzazione delle bestie le trasforma di fatto in oggetti, in giocattoli, in surrogati, magari da riprodurre senza limiti. Sembra le versione da supermercato del sogno delle pecore elettriche degli androidi di Philiph K. Dick che ha ispirato Blade Runner. Come se non ci fosse un’alternativa naturale tra l’artificializzazione dei bisogni degli animali e le crudeltà cinesi e di molti Paesi in via di sviluppo verso gli altri esseri viventi, visti ancora unicamente come dispensatori di cibo, medicine tradizionali, strumenti di divertimento, ma ai quali viene negato (come da noi fino a non troppi anni fa) ogni diritto.

E’ come se, provenienti dalla barbarie delle tagliole e dei maltrattamenti, avessimo saltato la fase del rispetto e della conoscenza etologica per arrivare a quella di una ben selezionata “adozione” che significa anche medesimo stile di vita insano. E c’è da scommettere che chi spende 150 mila dollari per resuscitare il suo pitbull, si volta dall’altra parte quando vede un barbone umano per la strada.

Dietro questo caldo affetto per gli animali domestici che produce esseri obesi ed indifesi, inadatti a svolgere i compiti per i quali sarebbero stati programmati dall’evoluzione, si intravede una società algida, con gli affetti ed i rapporti interpersonali congelati in finzioni, che ha perso ogni rapporto reale con la caotica, meravigliosa, multicolore, sporca e crudele rete del vivente e con il mondo degli istinti e della selezione naturale che regola la catena della vita.

In fondo a questo, dietro i vecchi soli che portano ai giardinetti i loro grassi cani e le immagini televisive di belle donne in carriera con i loro gatti castrati e viziati come Paris Hilton, c’è lo sconsolante stupore dei bimbi quando scoprono che la fettina che mangiano alla mensa era un vitello, che il bastoncino findus viene da un essere vivente pescato in fondo al mare e che il latte che bevono a colazione non lo fa la centrale con una magica polverina, ma le naturalissime tette di una mucca.


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