[21/02/2008] Rifiuti

La lezione di De Gennaro

ROMA. Il commissario di governo che gestisce l’emergenza rifiuti in Campania, Gianni De Gennaro, ha riconosciuto che gran parte delle proteste dei cittadini contro la riapertura di vecchie discariche è giustificata, perché le medesime discariche sono tutt’altro che sicure e a norma di legge. Come invece gli avevano assicurato i suoi esperti.
Il commissario De Gennaro non è un ingenuo o un imprudente. Anzi, è certo smaliziato: non fosse altro perché è un poliziotto ed è stato addirittura capo della polizia. Cosicché la sua sortita è inattesa, ma non casuale. Si presta, infatti, a diverse considerazioni. Alcune scontate, altre molto meno.

La prima ovvia considerazione è che negli uffici del commissario di governo – che da 14 anni gestisce l’emergenza cronicizzata – si annidano esperti incapaci e/o in malafede. Il che ha contribuito non poco a fare del commissariato non la soluzione, ma «il» problema della gestione rifiuti in Campania.

La seconda considerazione, anch’essa ovvia, riguarda la sindrome del ricambio. Ovvero il susseguirsi a ritmi sempre più incalzanti di commissari che sostituiscono altri commissari. Ricordiamo solo negli ultimi anni quattro anni: Antonio Bassolino, Corrado Catenacci, Guido Bertolaso, Alessandro Pansa, Umberto Cimmino e ora Gianni De Gennaro. La fugacità delle gestioni ha impedito ai commissari di conoscere i propri collaboratori e ha consentito ad alcuni collaboratori incapaci e/o infedeli di meglio nascondere se stessi e le proprie malefatte.

C’è tuttavia una terza considerazione, questa meno ovvia, cui ci induce l’outing di De Gennaro. Ed è l’emergere di una colpa culturale e politica. L’idea che la questione dei rifiuti in Campania (e altrove) sia una mera questione tecnica, da affidare interamente agli esperti. In realtà quella dei rifiuti, come tutti i grandi temi ecologici, non è solo una questione tecnica e scientifica, ma anche e soprattutto culturale e sociale. Può essere risolta solo con la partecipazione attiva e democratica dell’intera popolazione.

Chiunque si allude di imboccare la strada tecnocratica e di calare dall’alto soluzioni “scientifiche” in apparenza neutrali – come hanno fatto molti commissari nella vicenda campana – va incontro a clamorosi fallimenti. E non solo perché la “gente non capisce”. Ma, al contrario, perché spesso la gente “capisce” meglio e più in profondità degli esperti.

L’ultima considerazione – la meno ovvia in assoluto – è che, nell’arena della discussione pubblica, i cittadini comuni non sono solo portatori insani della «sindrome Nimby» (non nel mio giardino). Quando coloro che hanno una posta in gioco affrontano un questione tecnoscientifica importante, finiscono necessariamente per svolgere una funzione che nell’ambito della scienza viene chiamata «peer review», revisione critica a opera di colleghi. Anche e soprattutto quando assumono la veste degli oppositori.

La «peer review» è il sale della democrazia scientifica, che non è affatto assembleare, ma al contrario sa riconoscere le buone argomentazioni da quelle cattive.

Certo, quella fatta in piazza dai movimenti è spesso una critica gridata. Ma quasi sempre, dopo i primi strali, superata la fase infantile della protesta, per cercare di farsi sentire i cittadini sono costretti a mettere in campo, come è accaduto anche in Campania, «saperi esperti». Ciò non significa che abbiano sempre ragione. Al contrario, spesso hanno torto in parte o in toto. Significa però che i cittadini vanno sempre ascoltati e presi sul serio dai politici. Se i politici vogliono evitare, beninteso, di dare credito per 14 anni a tecnici incapaci e/o in malafede.

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