[18/02/2008] Monitor di Enrico Falqui

Affabulazioni fiorentine

Per gli antichi Greci, una “Polis”significava qualcosa di più di quello che per noi, nella nostra epoca, attribuiamo al concetto di “città” inserita nel moderno Stato nazionale. Per i Greci, come ci ricorda Aristotele, la Polis rappresentava “una comunità di liberi” che governava sé stessa; il cittadino era al tempo stesso “governante” e “governato”. Ogni cittadino aveva diritto di votare e di prendere la parola nell’assemblea dove si promulgavano le leggi e poteva al tempo stesso far parte delle giurie che quelle leggi applicavano e interpretavano.

La politica ad Atene e nelle città-Stato della Grecia era una sorta di lotta di classe tra due Partiti. Entrambi erano d’accordo sul fatto che la città dovesse essere governata dai cittadini ma le divergenze tra di loro si manifestavano su quanto ampia dovesse essere questa cittadinanza che partecipava alle scelte fondamentali per la città –Stato. Per entrambe le parti, la Politica era il centro della vita della città e trovava il suo fondamento nell’autogoverno. Opporsi all’autogoverno significava non soltanto essere “anti-democratici” ma “anti-politici”.

Socrate non era né un oligarchico, né un democratico; il suo ideale, così come ce lo ricorda Senofonte, era “il governo di coloro che sanno governare”; questo è stato il primo e fondamentale conflitto tra Socrate e Atene. Era il 399 a.C e per questa sua libertà di pensiero, antitetica a quella dominante, venne condannato a morte da un tribunale della sua città, Atene, costituendo, con questo caso, un ambiguo peccato originale per la civiltà occidentale che proprio in essa ha trovato la sua culla e che dell’esempio di Socrate ha fatto uno dei suoi capisaldi della democrazia.

…Nel 1894 George Bernard Shaw, celebre scrittore e drammaturgo irlandese, inizia a proporre una vera e propria rivoluzione del teatro inglese, caduto in una crisi profonda e ormai rassegnato a non provocare alcuna emozione innovativa negli altrettanto rassegnati spettatori inglesi. Shaw partì dalla necessità che la crisi del teatro inglese, nella seconda metà dell’Ottocento, richiedesse un totale mutamento di funzione, spostando il centro del dramma nel dibattito delle idee che mirava a coinvolgere e sviluppare la consapevolezza dello spettatore. Per G.B. Shaw il teatro non poteva più essere divertimento o evasione, ma denuncia delle contraddizioni dei valori convenzionali ed ipocriti della società inglese del tempo.

Quando uscì la sua celebre “La professione della signora Warren”, dove Shaw affronta, con totale spudoratezza per la morale dominante in Inghilterra, il tema della prostituzione, la reazione dell’opinione pubblica fu violenta contro il futuro premio Nobel della letteratura, che lo consacrò trent’anni dopo(1925) come il più grande drammaturgo contemporaneo. In quell’occasione G.B.Shaw dichiarò: «..il peggior peccato contro i nostri simili non è l’odio ma l’indifferenza: questa è l’essenza della disumanità».

….L’indifferenza è l’incapacità di trasformare il nostro piccolo mondo, fatto di noi,della nostra famiglia, l’incapacità di lasciare aperta la porta al resto della comunità, all’ambiente circostante. I destini dell’indifferenza sono intrecciati ai destini della critica. L’indifferenza e la critica sono infatti prodotto dell’arte della distanza. Nella città di Atene, ai tempi di Socrate, i “critici” erano coloro che dovevano giudicare le composizioni teatrali e svolgevano un ruolo “analogo” (non identico) a coloro che dovevano prendere delle “krisis”, cioè decisioni, fare delle scelte, esprimere un giudizio. In altre parole, determinare attraverso criteri di scelta e decisione una svolta nel governo della città. Ecco perché, come anche Ibsen e Shaw avevano intuito, il luogo (“la fortezza”) dove l’indifferenza si rifugia dal mondo è lo spazio in cui la critica guida il suo attacco al Mondo.

Torna all'archivio