[08/02/2008] Comunicati

Aumenta la speranza di vita: nonostante la crescita, o in virtù?

LIVORNO. Uno degli indicatori della sostenibilità ambientale e sociale è quello della speranza di vita. Da questo punto di vista l’Italia anche nel 2007, fonte Istat, ha beneficiato di ulteriori progressi: la stima della speranza di vita alla nascita è infatti pari a 78,6 anni per gli uomini mentre supera gli 84 anni per le donne. Rispetto al 2006 la crescita è rispettivamente di 0,3 e 0,2 anni. Quanto a longevità in Europa gli uomini italiani sono secondi agli svedesi (78,9) e davanti a olandesi (77,9) e irlandesi (77,6). Lo stesso vale per le donne, seconde soltanto alle francesi (84,4) ma davanti a spagnole (83,9) e svedesi (83,1). A livello territoriale le regioni dove si vive più a lungo sono per gli uomini l´Umbria (79,6) e per le donne le Marche (85,2 anni), mentre sui livelli minimi si piazza la Campania sia per gli uomini (77,4) sia per le donne (82,9). In Toscana la longevità degli uomini vale il quarto posto assoluto (79.3), mentre per le donne l’ottavo (84,6).

La speranza di vita alta non necessariamente coincide, però, con una qualità della vita altrettanto alta. Difficile capirlo dai sondaggi, anche se quello sempre dell’Istat pubblicato pochi giorni fa “Condizioni di salute, fattori di rischio e ricorso ai servizi sanitari” e riferito al 2005 rivela che il 61,3% delle persone di 14 anni e più ha riferito di stare “bene” o “molto bene”, a fronte del 6,7% che ha invece dichiarato di stare “male” o “molto male. Le donne si sentono peggio (8,3% contro 5,1%) e lo svantaggio femminile si accentua fra le anziane, anche a causa della maggiore diffusione di patologie croniche. Ma quali sono le malattie croniche più diffuse? Tra la popolazione sono: l’artrosi/artrite (18,3%) l’ipertensione arteriosa (13,6%), le malattie allergiche (10,7%) con tassi molto elevati fin dall´infanzia. Le donne riferiscono di essere affette soprattutto da: artrosi/artrite (21,8% contro 14,6%), osteoporosi (9,2% contro l’1,1%) e cefalea (10,5% contro il 4,7%).

Quote più elevate per gli uomini si osservano invece per la bronchite cronica/ enfisema (4,8% contro 4,2%) e per l’infarto (2,4% contro 1,1%). Aumentano negli ultimi cinque anni per la popolazione anziana dal 12,5% al 14,5% il diabete, dal 36,5% al 40,5% l’ipertensione arteriosa, dal 4% al 6,3% l’infarto del miocardio, dal 52,5% al 56,4% l’artrosi-artrite e dal 17,5% al 18,8% l’osteoporosi. Purtroppo i dati confermano ancora una volta che sono le persone di status sociale basso a presentare peggiori condizioni di salute, sia in termini di salute percepita, che di morbosità cronica o di disabilità.

Per quanto riguarda l’obesità degli adulti l’Italia è ai livelli più bassi in Europa, ma la quota di obesi è in crescita: sono 4 milioni e 700 mila le persone adulte obese in Italia, con un incremento di circa il 9% rispetto a cinque anni fa. Si arriva poi ai dati sui fumatori sui quali vale la pena soffermarsi di più: in Italia nel 2005 erano 10 milioni e 925 mila, pari al 21,7% della popolazione di 14 anni e più. Sono il 27,5% dei maschi e il 16,3% delle femmine. Gli adolescenti e i giovani iniziano a fumare più precocemente di cinque anni fa (2000), il 7,8% dei giovani di 14-24 anni ha iniziato a fumare prima dei 14 anni. La strada principale per smettere di fumare è l’autodeterminazione: ben il 93,8% degli ex-fumatori riferisce di avere smesso da solo. Oltre il 50% degli ex-fumatori ha smesso di fumare da oltre 10 anni e il 18,8% da 2-5 anni. Si smette intorno ai 40 anni; la decisione di smettere di fumare matura mediamente dopo 22 anni di abitudine. Si riduce la quota di donne che fuma in gravidanza dal 9,2% al 6,5% .

Da ricordare anche che il fumo ha un’azione sinergica nei confronti delle altre malattie: per esempio chi è esposto al radon e fuma ha 4 volte le possibilità di contrarre un tumore al polmone rispetto a chi non fuma.

Oggi però arriva quella che viene letta come una buona notizia: tra divieti di fumo e rincari (+40% negli ultimi cinque anni), il mercato delle sigarette ha segnato un nuovo calo nel 2007. Ammontano a circa 1 milione di chili le minori vendite rispetto al 2006, corrispondenti a 50 milioni di pacchetti da 20 in meno. Lo dice il Ref, il centro Ricerche per l´economia e la finanza, nella newsletter ´Tobacco Observatory´. In altri termini, considerata una popolazione che conta circa 12 milioni di fumatori – spiega l’Observatory - in media si tratta di 4 pacchetti da 20 fumati in meno a testa in un anno. Allo stesso tempo, nonostante la riduzione dei consumi, il 2007 si è chiuso con un gettito fiscale dei tabacchi lavorati in crescita: all´Erario – dice sempre il Ref - sono andati circa 13 miliardi di euro, 420 milioni di euro in più rispetto al 2006. Risultato a cui hanno contribuito gli aumenti dei prezzi delle sigarette: negli ultimi cinque anni il pacchetto da 20 sigarette è aumentato di 1,20 euro, ossia un rincaro superiore al 40%.

Stando tuttavia a dati precedentemnete elencati, se nel 2005 i fumatori erano quasi 11 milioni e nel 2007 12, significa che sono aumentati, non diminuiti. Forse in Italia si fuma meno quantitativamente perché le sigarette costano di più, ma il numero di fumatori appare aumentato e sembrerebbero le giovani generazioni a farla da padrone. Lo Stato sulla carta ci guadagna dice l’Observatory, nonostante la diminuzione delle vendite perché appunto i pacchetti di sigarette costano di più e sarebbe interessante sapere quanto allo Stato costi curare una persona (fumatore attivo o passivo) ammalata di cancro ai polmoni. Da un certo punto di vista è un bene che lo Stato abbia il monopolio perché altrimenti il mercato farebbe abbassare drasticamente i prezzi, ma è altrettanto vero che guadagnare su un vizio mortale come il fumo è una contraddizione difficile da superare. Finanziare invece la filiera del tabacco (come fa l’Italia) ci pare davvero assurdo. Come si vede, tenere insieme sostenibilità ambientale e sociale è davvero difficile, l’importante è non credere che semplificando – tipo: se si vive di più significa che problemi non ce ne sono – si riescano a governare le complicazioni.

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