[08/02/2008] Urbanistica

Il turismo e la sostenibilità: dalle Seychelles all’Arcipelago toscano

LIVORNO. Oggi il Sole 24 Ore, riprendendo dati della World Tourism Organization dell’Onu, dell’Unep e di altre agenzie internazionali, riecheggia i temi della sostenibilità e dell’impatto del turismo nei luoghi di vacanza, con l’esempio particolare nelle isole Seychelles, e sulle ricadute su ambiente e reale qualità della vita degli abitanti. Un tema che greenreport ha affrontato più volte e che torna anche nelle polemiche odierne scatenate dall’intervento sul nostro giornale di Mario Tozzi che mette in dubbio il concetto stesso di sviluppo sostenibile. Una riflessione “alta” che, come quasi sempre accade, è stata declinata localmente, soprattutto nell’Arcipelago toscano, dove Tozzi presiede il parco nazionale, in un ritorno all’indietro, verso le candele, il tram a cavalli e l’autarchia.

E’ strano che la difesa delle due parole “sviluppo sostenibile” venga magari dagli stessi ambienti politici che si oppongono alla tamvia a Firenze o all’Area marina protetta all’Elba e al Giglio o a regole di gestione sostenibile a Giannutri, o agli impianti di compostaggio in Campania. Lo stesso quotidiano confindustriale spiega che senza limiti, globali e locali, il turismo finisce per soffocare se stesso sviluppandosi così tanto da rendere l’esotico usuale, la bellezza merce di poco conto, le risorse ambientali preda per il cemento e il global warming.

Eppure gli stessi che si scandalizzano perché Tozzi considera superato il binomio sviluppo e sostenibilità, i nuovi esegeti dello “sviluppo sostenibile” non ne vogliono sentir parlare di cose come la Convenzione di Barcellona, le direttive europee, le richieste di Onu, Iucn che chiedono di fare quello che è indispensabile per dare una base a quel tipo di sviluppo: i parchi a terra e le are marine protette, la riduzione di un uso consumistico della natura e delle sue risorse non rinnovabili.
Perché lo “sviluppo sostenibile” non vuol dire che si può continuare a sviluppare in eterno, vuol dire che lo sviluppo (anche e soprattutto quello turistico basato sui beni ambientali e paesaggistici) deve tener conto della disponibilità e finitezza di cose come la biodiversità, l’acqua, i suolo, il mare e le coste e su un bene “immateriale” ma essenziale: il paesaggio e il concetto di bellezza del paesaggio che gli esseri umani si aspettano di trovare in luogo turistico non ridotto a villaggio turistico artificiale.

Lo “sviluppo sostenibile” è cosa diversa dalla crescita continua “ma più attenta” che credono molti. Senza scomodare “i limiti dello sviluppo “ del Club di Roma del lontano 1972, basterebbe leggere la definizione data, nel 1987, dello sviluppo sostenibile dalla sua “inventrice”, Gro Harem Burtland, la presidente norvegese della World Commision on. Environment and Development dell’Onu: «Uno sviluppo che risponde alle esigenze del presente senza compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare le proprie».

Una visione forse un po’ troppo antropocentrica (ma 20 anni fa il cambiamento climatico e la sensazione di fine imminente delle risorse energetiche fossili erano ancora da venire) che successivamente Herman Daly ha rivisto con il concetto di equilibrio sostenibile: «Un miglioramento della qualità della vita, senza eccedere la capacità di carico degli ecosistemi di supporto, dai quali essa dipende». Ma c’è anche un’altra definizione di sviluppo sostenibile che si attaglia meglio all’economia turistica: «Lo sviluppo che offre servizi ambientali, sociali ed economici di base a tutti i membri di una comunità, senza minacciare l’operabilità dei sistemi naturale, edificato e sociale da cui dipende la fornitura di tali servizi».

Ma mentre la World Tourism Organization, presieduta dall’italiano Francesco Frangialli, indice per il 27 settembre una giornata mondiale del turismo che avrà per tema “Turismo, rispondere alla sfida del cambiamento climatico”, noi guardiamo preoccupati dal Sole 24 Ore alle fosche previsioni per le Seychelles, ma non ci accorgiamo che le nostre isole minori hanno tassi di produzione di rifiuti eccezionali (una tonnellata e mezzo procapite annua a Capoliveri, 1,2 al Giglio, sopra una tonnellata in diversi comuni elbani), che fanno impallidire il record toscano raddoppiandolo, e percentuali di raccolta differenziata napoletane (tra il 4 e il 13%, con 3 comuni su 10 intorno al 20%). Non ci accorgiamo che proprio le isole minori italiane sono i posti dove si consuma più acqua potabile ed energia, “materie prime” quasi sempre importate e che spesso i comuni a vocazione turistica (soprattutto le isole minori) si distinguono per un bassissimo tasso di innovazione tecnologica collegata all’ambiente. Se l’impronta ecologica di un Italiano sul pianeta è di oltre due volte le risorse di cui dispone, probabilmente nei luoghi dove si fa turismo questa impronta, questo tasso di utilizzo delle risorse naturali (locali ed importate), raggiunge i tassi australiani e canadesi (4 volte) o quelli Usa (5 volte).

Infatti, quando si ragiona di sviluppo sostenibile, non si tiene conto che si parla comunque della necessità di cambiare l’attuale sviluppo insostenibile, perché tutti i dati ci dicono che stiamo usando le risorse in 1,2 pianeti terra e che avremo bisogno di due pianeti entro il 2050. E non è che da questa sfida, come ci ricorda la Wto, qualcuno può sentirsi escluso. Lo sviluppo sostenibile riguarda soprattutto i Paesi che si stanno sviluppando, per chi, come noi ha già superato la soglia della sostenibilità, occorre mutare la natura dello sviluppo, puntare sulla qualità e non sulla quantità, sulla qualità della vita che non vuol dire rinunciare, ma usare meglio e più equamente le risorse, non dissiparle e salvaguardarle perché siano il fondamento del futuro (proprio come diceva la Burtland). Magari iniziando dai rifiuti, dall’acqua, dalla difesa dell’ambiente e del mare, dal rispetto per leggi, direttive, accordi internazionali, limiti ed obblighi, senza i quali parlare di “sostenibilità” è semplicemente una presa in giro.



Torna all'archivio