[08/02/2008] Parchi

La gestione di un parco deve essere un giusto mix tra istituzioni e scienza

PISA. Dopo le cose dette a Firenze alla presentazione di Uomini e Lupi e le dichiarazioni rilasciate a greenreport, Tozzi ha fatto bene a chiarire ulteriormente il suo pensiero sul ruolo dei parchi oggi. Tanto più che la crisi di governo ha fatto saltare gli impegni per la preparazione della terza Conferenza nazionale che avrebbe dovuto occuparsi proprio di questo. Non solo, ma dovendosi ora in Toscana rimettere mano alla legge regionale n.49 del 1995 è indispensabile che siano ben chiare le coordinate di fondo di una riflessione che non ha e non deve avere nulla di burocratico a cominciare dal coinvolgimento delle istituzioni, associazioni ed esperti.

Tozzi ricorda che la sua opinione è risultata per molti versi ‘fuori dal coro’. Non lo è sicuramente l’affermazione che ‘nei parchi devono tornare al centro la salvaguardia e la protezione che hanno basi scientifiche’. Le quali essendo ‘oggettive si differenziano dalle politiche cosiddette ‘ambientaliste’, che hanno comunque una impostazione politica, soggettiva. ‘Altre sono le evidenze scientifiche ed ecologiche, e le scelte che ne conseguono’. E qui il ragionamento appare assai meno scontato.

Che le politiche di un parco debbano avere una robusta base scientifica (ma questo sia pure in misura diversa vale oggi per tutte le istituzioni) è scritto d’altronde nella stessa legge quadro che prevedeva la Carta della natura che non ha visto però mai la luce nonostante i molti studi avviati.

La politica – dice Tozzi - non può disattendere l’oggettività delle scelte scientifiche. Una è affidabile l’altra lo è molto meno perché portata a decidere in base ad interessi, sollecitazioni che poco si preoccupano delle ‘ragioni’ scientifiche. Qui c’è qualcosa che non convince del tutto sia nella raffigurazione dei ‘due’ ruoli ma soprattutto nel rapporto che deve esserci tra i due momenti che non sono uno di serie A e uno di serie B.

Come è stato scritto recentemente ‘ciò che è venuto meno negli ultimi decenni non è tanto la fiducia tout court nella scienza o negli scienziati, quanto un’immagine di scienza neutrale e disinteressata a lungo coltivata in ambito pubblico’. Da questo punto di vista un esempio paradigmatico –anche per i parchi e le aree protette- è quello delle biotecnologie (i famigerati organismi geneticamente modificati)- dunque a loro asservita è considerata una minaccia al futuro dell’ambiente, distruzione della biodiversità, alla salute dell’uomo.

Insomma sono molti gli esempi che mostrano un rapporto sempre più problematico tra exspertise scientifica, decisione politica e forme di rappresentanza democratica.
Nel parco - ossia un territorio delineato non in base a confini amministrativi ma ‘ambientali’ per quanto imprecisi o imperfetti - questa problematicità è acuita proprio in quanto servono più conoscenze scientifiche che rendono a loro volta più complesse e delicate le decisioni operative, di pianificazione, di progettazione.

Nella raffigurazione di Tozzi vi è il rischio –a me sembra- di assegnare alla scienza una valutazione inappellabile nella sua ‘oggettività’ che a chi amministra non resterebbe che recepire senza sgarrare sotto la spinta di interessi che evidentemente non avrebbero effetti sulla scienza e sugli scienziati. Ma non occorre leggere il libro di Al Gore per sapere che non è così. Quello degli Ogm è infatti solo uno dei tanti esempi in cui la ‘scienza’ può legare l’asino dove più aggrada a chi paga.

Torna quindi il ruolo delle istituzioni e quindi della politica che -ha ragione Tozzi- non deve scadere a quei livelli indecorosi che hanno visto commissariare per 5 anni il suo parco. E’ vero che ogni cambio di maggioranze politiche non dovrebbe ogni volta avere effetti perversi sulla gestione di un parco anche se noi sappiamo che un conto è stata la politica per i parchi di Clinton-Gore e ben altra cosa quella di Bush. D’altra parte se tutto fosse riducibile alla oggettività della scienza non si capirebbe perché la gestione di un parco dovrebbe essere affidata ad organismo in cui prevalenti sono le rappresentanze istituzionali.

Credo che al riguardo ben si attagli lo slogan: la scienza, l’industria e la società scoprono, applicano, decidono’. La complessità della realtà chiede di più alla scienza ma anche alle istituzioni che devono riuscire a trovare specialmente nei parchi quel giusto mix che non è dato da chi traccia il solco e chi (poi) lo difende secondo uno slogan d’altri tempi.

Qui si toccano anche aspetti e profili di cui dovremo discutere anche in Toscana con la nuova legge. Su tutti io credo vada ormai affrontato il problema dei due piani previsti sia dalla legge quadro che dalle leggi regionali compresa la nostra. Due piani sono troppi specie se si considera quanto sia complicato farne anche solo uno. Tanto è vero che molti non li hanno fatti e tra quelli che l’hanno fatto quello socio-economico è generalmente stato rimandato a babbo morto.

Se poi teniamo conto che, come abbiamo sentito nel dibattito fiorentino c’è chi ritiene –come Fausto Giovanelli presidente del parco nazionale dell’Appennino Tosco-Emiliano- che la pianificazione se non è morta sta comunque malissimo, allora è bene che registriamo seriamente i nostri strumenti fondamentali di governo. E dobbiamo farlo non solo per rendere meno complicate le nostre azioni ma anche perché è oggi concettualmente sbagliato separare con i due piani temi e problemi che sono inestricabilmente intrecciati.

Scelte e politiche ambientali non sono separabili; la protezione della biodiversità dipende anche dal tipo di politiche agricole o della pesca che pratichiamo. Ecco perché non possiamo dislocarle in caselle diverse. La legge regionale dovrà affrontare molte altre questioni ma più d’una dipenderà da come risponderemo a quei quesiti di fondo che ci ha opportunamente riproposto anche Tozzi.

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