[06/02/2008] Energia

I biocarburanti sul filo delle switchgrass

LIVORNO. La nuova legge Usa sul Renewable fuels standards (Rfs), nell’ambito della revisione dell’Energy bill, fissa obiettivi elevati per la produzione di biocarburanti: 36 miliardi di galloni di etanolo e biodisel all’anno fini al 2022, 21 miliardi dei quali provenienti da “advanced biofuels” prodotti da materie prime non tradizionali e con nuove tecnologie. 16 miliardi di questi galloni dovrebbero essere realizzati con “biocarburanti cellulosici”, derivati da alberi, residui legnosi e vegetazione erbacea.

In molti, anche in America, si chiedono se questi obiettivi siano realistiche come possano essere raggiunti senza sconvolgimenti ambientali e un mutamento sociale delle comunità rurali e la stessa Rfs contiene spiragli normativi che possono essere utilizzati per fermare la corsa alle bioenergie se questa si rivelasse insostenibile.

Secondo la Rfs i biocarburanti devono rispondere a precisi requisiti: l’etanolo derivato dal mais, durante l’intero ciclo di vita del prodotto (dal campo al serbatoio), deve ridurre di almeno il 20% le emissioni prodotte da un’analoga quantità di benzina, biodisel ed altri biocarburanti del 50% rispetto ai carburanti che andranno a sostituire. Per i biocarburanti cellulosici è prevista addirittura una quota di emissioni climalteranti del 60%.

Anche le emissioni prodotte dal cambiamento di uso del suolo devono essere considerate tra i possibili impatti ambientali e climatici dei biocarburanti, visto che l’estensione delle colture energetiche su altri terreni cambia la quantità di CO2 assorbita dai suoli prima non coltivati. La Rfs prevede anche una rivalutazione annuale delle quote dei biocarburanti e delle emissioni, controllando se l’impatto sui suoli e sull’economia della crescita di produzione non sia superiore ai benefici.

Secondo Raya Widenoja, una ricercatrice del Worldwatch Institute, ed una dei principali autori del rapporto “Destination Iowa: Getting to a Sustainable Biofuels Futuree” di Worldwatch e Sierra Club, «Sebbene la sostenibilità dei nuovi requisiti Rfs sia ben lungi dall’essere perfetta, questi tre mandati almeno forniscono aperture alle richieste di ulteriori miglioramenti. E ci sono molti miglioramenti che possono essere fatti per assicurare che i biocarburanti raggiungano il loro potenziale di produzione sostenibile».

Widenoja fa l’esempio dell’etanolo ottenuto dalle switchgrass (Panicum virgatum, un’alta erba delle praterie della famiglia delle graminacee) coltivate su terreni marginali che ridurrebbero le emissioni del 94% rispetto alla benzina e si chiede perché allora si punti solo al 60% di riduzione per i biocarburanti cellulosici e non su queste piante erbacee. La domanda successiva (e conseguente) che si rivolge la ricercatrice è: perché la Rfs sostiene ancora la produzione di mais per produrre etanolo con una riduzione di emissioni di solo il 20%? E risponde che «Considerando l’accresciuta evidenza dell’inefficienza della produzione di etanolo da mais e degli impatti negativi del produrre sempre più mais, la risposta ovvia è che i politici del Midwest lo fanno per placare la lobby del mais più che per aiutare gli Stati Uniti a creare energie rinnovabili e pulite».

Comunque, per la ricercatrice l’obiettivo di 16 miliardi di galloni di etanolo cellulosico è realistico, anche se questo tipo di biocarburanti è ancora in fase di sviluppo ed i primi progetti commerciali di sfruttamento delle switchgrass saranno pronti nel 2009.

«Utilizzando metodi biochimici (idrolisi e fermentazione), a secco ogni tonnellata di switchgrass può, in teoria, dare una resa di 111 litri di etanolo – spiega Raya Widenoja – Utilizzando processi termochimici (gassificazione, pirolisi e depolimerizzazione) il massimo teorico è di 198 galloni. In pratica, oggi i ricercatori stimano di poter raggiungere I 100 galloni per tonnellata a secco di switchgrass, circa il doppio dei 50 galloni per tonnellata prodotti con progetti pilota giusto fino a pochi anni fa».
Secondo il “Billion tin study” reso noto nel 2005 dal governo Usa, negli Stati Uniti potrebbero essere raccolti, entro il 2050, ogni anno circa 1,3 miliardi di tonnellate di biomassa cellulosica “sostenibile” e produrre con questa da 65 a 130 miliardi di galloni di biocarburanti.

Per Widenoja si tratta di cifre produttive troppo ottimistiche e basate su un utilizzo “aggressivo” di risorse e di residui agricoli e forestali che produrrebbero ricadute ambientali non ancora studiate.
Ma quanto terreno deve essere coltivato a Panicum virgatum per raggiungere l’obiettivo di 36 miliardi di galloni di etanolo cellulosico? Con le attuali rese circa 120 milioni di acri ( un acro americano è uguale a 0,40468564224 ettari), il 15% del territorio Usa attualmente adibito a pascolo. Ma con le nuove tecniche si potrebbe raggiungere lo stesso risultato con solo 36 milioni di acri, poco più dei 34 milioni di acri a swingrass già realizzati all’interno del Conservation Reserve Program, solo il 5% dei terreni oggi utilizzati a pascolo o più o meno l’8% delle terre coltivate.
Quindi, ancora una volta, i biocarburanti rimangono sospesi tra sostenibilità e insostenibilità, 120 milioni di acri sarebbero probabilmente troppi e inciderebbero sull’ambiente e sulla produzione di cibo, 36 milioni di acri sembrano meglio, ma se non si tiene conto del rapporto tra crescita della materia prima e conservazione, se il suolo migliora o si degrada, anche quegli acri potrebbero essere troppi.

Come sempre la soluzione per rendere sostenibili le bioenergie sta nell’innovazione e nella ricerca e nel paziente studio del loro impatto sugli ecosistemi e sulle filiere agricole e del cibo. Un lavoro complicato, che richiede tempo, ma che rischia di essere reso vano dalle spinte a far presto che vengono dal mercato energetico e dalle resistenze della lobby del mais che di diversificazione e di trasformazione delle colture no-food non ne vuole proprio sentir parlare.


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